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Sette anni per tornare a celebrare il Natale in casa in Siria

SYRIA

ACN

Aiuto alla Chiesa che Soffre - pubblicato il 19/12/19

Primo Natale in casa dei Ghattas. Nel 2012 la loro abitazione è stata distrutta da un colpo di mortaio

Preparare l’arrivo del Signore, giunge il Natale. Dio si fa uomo e viene a vivere tra noi. In cielo c’è festa, gli angeli cantano e gioiscono per la grandezza del loro Signore. Sulla Terra non è così. Maria e Giuseppe vanno di casa in casa cercando un luogo in cui Maria possa partorire. Così ci dice la tradizione. Dio non ha un luogo in cui nascere sulla Terra.

Come la Sacra Famiglia, anche la famiglia Ghattas ha vissuto peregrinando cercando un alloggio, solo che il Natale di Lina ed Elias è durato sette anni, durante i quali non sono potuti tornare a casa loro, nella città siriana di Homs, distrutta nel 2012 da un colpo di mortaio e situata in un quartiere occupato dai gruppi armati. Elias e Lina hanno vagato fino ad arrivare alle porte della chiesa locale, dove grazie a un programma d’emergenza finanziato dalla fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) sono riusciti a trovare i fondi per pagare un affitto.

Nel 2017 il quartiere è stato liberato. Elias e Lina si sono affrettati ad andare a vedere la loro casa per la prima volta dopo cinque anni. Era tutto in rovina: non c’erano porte né finestre, fili e cavi erano stati rubati, i sanitari distrutti… Non riuscendo neanche a pagare l’affitto mensile, come potevano anche solo sognare di ristrutturare la propria abitazione?

Per molti Natali hanno posto lo stesso desiderio ai piedi del Bambino Redentore, quel Dio che si è fatto uomo tra i più poveri e bisognosi. Dio ascolta le suppliche del suo popolo, e grazie a persone di buona volontà di luoghi molto diversi che con la loro generosità sostengono le famiglie cristiane colpite dalla guerra la famiglia Ghattas quest’anno passerà il suo primo Natale di nuovo a casa.

Prima della guerra avevano un albero – “bellissimo”, dice Lina – in casa, quest’anno l’alberello di Natale che ora brilla su un tavolino in un angolo del soggiorno è stato prestato. Nella loro nuova casa manca qualcosa che non è solo materiale e che non riusciranno mai a recuperare: “Ci mancano tutti i ricordi, come le foto di famiglia, le memorie degli antenati, i regali di altre feste…”

In casa dei Ghattas nessuno porterà dei doni, né Babbo Natale né i Re Magi o Santa Claus, ma questo per Elias non conta, perché a Natale tutto ruota intorno a una nascita, e quest’anno i Ghattas vivranno il miracolo del Natale in prima persona: “Per me tornare a casa è come rinascere. Non riesco a descrivere la mia felicità. Dopo tanta sofferenza e tanta incertezza mi sento di nuovo sicuro. Nutro grandi speranze in una vita migliore. Il Natale mi ricorda il calore di stare in famiglia.

Un velo di tristezza copre la felicità della coppia quando parla dei due figli. Il più grande probabilmente non sarà a casa per Natale. “Stava facendo il servizio militare quando è inziata la guerra nel 2011, e anche se prima erano due anni di servizio ora è da più di otto nell’esercito. Nessuno sa quando tornerà”. La buona notizia è che è vivo, perché molti altri non hanno avuto questa fortuna. Il secondo figlio, Bashar, condivide il destino di molti altri giovani in Siria: “una grande frustrazione per la mancanza di prospettive, di possibilità di lavoro e proiezione per il futuro”. Una situazione ancora più complicata, perché Bashar ha perso un occhio quando è esploso il colpo di mortaio accanto a casa sua.

Lina sorride facendosi coraggio e racconta: “La notte di Natale andremo in chiesa. Canteremo dei brani natalizie e pregheremo con tutti gli altri. Poi torneremo a casa nostra e preparerò il piatto tradizionale siriano, il Kebbeh, delle polpette allungate fatte con bulgur e carne tritata. Ci siederemo accanto alla stufa e mangeremo e brinderemo tutta la notte”.

Uno dei brindisi sarà per ringraziare tutte le persone che li hanno aiutati a far fronte alle loro necessità. Elias indica una pietra rettangolare bianca sotto il piccolo albero di Natale, su cui si legge “Jesus is my rock” (Gesù è la mia roccia), che ACS ha dato loro nella cerimonia di benedizione quando è iniziata la ricostruzione della casa. “Non abbiamo parole per ringraziare, sia la fondazione ACS che tutti coloro che la sostengono. Ci hanno dato speranza e una nuova opportunità in questa vita. Vi auguriamo con tutto il cuore che Dio vi rafforzi e vi accompagni nel vostro impegno per continuare ad aiutare e a seminare speranza tra i più bisognosi”.

Lina annuisce e aggiunge: “Chiederò altre due cose che porto nel cuore: la pace per il mondo intero e che mio figlio torni a casa sano e salvo”.

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rifugiati sirianisiria
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