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Come si fa controcultura oggi? Con la preghiera: il Rosario, ad esempio, è punk

MIENMIUAIF

MIENMIUAIF - MIA MOGLIE ED IO

Davide Vairani - Community La Croce - pubblicato il 18/12/19

E' appena uscito per i tipi di Berica il secondo volume della collana Undergound, una raccolta di brani di diversi autori, una selezione di citazioni e una vera e propria pray list. Ci troverete il regalo dell'anno; la via della preghiera come arma di salvezza, personale e universale. Niente meno!

Se dici underground il pensiero va alla controcultura giovanile ed alternativa degli anni ’60 del secolo scorso e a quella rete di gruppi teatrali, laboratori artistici, cineclub, spazi sociali a gestione comunitaria, librerie, case editrici, riviste politiche e letterarie, etichette discografiche indipendenti e circoli culturali che si diffusero prima negli Stati Uniti e poi in Europa.

Insomma, al ’68 e a quel tentativo di costruire una sorta di società parallela ed alternativa, che doveva sorgere sulle ceneri della borghesia clericale, del turbo capitalismo imperante, della famiglia patriarcale e di tutti i tabù imposti in Occidente dalla Chiesa cattolica, per liberare l’umanità da un Dio ingombrante ed inutile. Una controcultura che oggi si è fatta pensiero unico e dominante, assumendo forme e modalità differenti eppure invasive.

Prova a declinare underground diversamente e sarai rivoluzionario. E chi poteva provarci, se non Giuseppe Signorin con la sua Berica Editrice?

Proprio in questi giorni è uscito “Undeground vol. 2 – La preghiera salverà il mondo”Undeground è una pubblicazione collettanea“realizzata da appassionati e rivolta ad appassionati, ma anche a persone semplicemente curiose” – scrive nell’intro Signorin.

Nasce con l’obiettivo di proporre un’alternativa culturale fondata sulla radicalità del messaggio cristiano. Questo secondo volume prosegue il lavoro iniziato con il primo, Santi ribelli, la raccolta di testi sulle vere personalità ‘underground’ della storia. Dopo i santi, la preghiera. E quindi il dialogo con Dio, l’intimità che si può avere con lui. Nulla di più bello e fondamentale. Il modo di respirare che hanno le nostre anime. «Se desiderate veramente seguire Cristo, se volete che il vostro amore per lui si accresca e duri, dovete essere assidui nella preghiera. Essa è la chiave della vitalità della vostra vita in Cristo».

Il titolo, La preghiera salverà il mondo, riprende la nota espressione ‘la bellezza salverà il mondo’ che Dostoevskij fa dire al principe Myškin nel suo capolavoro, L’idiota, “riferendosi però alla bellezza redentrice di Cristo, non a una bellezza esclusivamente estetica”, sottolinea il Mienmiuaif chitarrista.

È questa bellezza di Cristo – quindi piena di bontà, verità, amore e sofferenza – che salverà il mondo e che la preghiera, quando è autentica, rappresenta nel migliore dei modi.
Nel mondo anglosassone, il termine underground (sottosuolo) indicava perlopiù una rete sotterranea di resistenza, come per i movimenti europei durante la seconda guerra mondiale (The Undergrounds).

Senza armi in mano, con il cuore e lo sguardo lieto, ironici e fermi, gioiosi senza diventare caricaturali, gli Undergrounds vol. 2: nella prima parte del libro, Emanuele Fant & padre Emanuele di Pra’d Mill, don Giovanni Zaccaria, padre Samuele Donà, suor Maria Grazia delle Figlie di San Giuseppe, Giuseppe Signorin, Paola Belletti, Lara Tampellini & Gianluigi Veronesi, Romana Cordova & Emiliano Fumaneri, in una

serie di riflessioni, piccoli saggi, interviste, testimonianze personali, in cui ogni autore ha affrontato il tema da un’angolatura diversa, quella più adatta alla propria prospettiva, mettendoci sia la testa che il cuore

narra Signorin ai lettori.

Al termine di questa sezione, una lunga praylist’, una playlist di preghiere “scelte per la loro bellezza (sempre intesa in senso dostoevskiano, quindi non solo da un punto di vista stilistico)”.

Dopo la teoria, la pratica. Perché pregare (per i vivi e per i morti) è un’opera di misericordia, è carità in atto, non è solo un’occasione di raccoglimento interiore.

Gli autori sono vari – santi, religiosi, poeti, scrittori, filosofi, etc. – e l’ordine è sparso, come quando si ascoltano le canzoni di una playlist in modalità shuffle, casuale. Preghiere per entrare in contatto con Qualcuno di più grande di noi attraverso la voce di chi ha già percorso certe strade.

Per finire, una serie di citazioni a cura di Mirko Ruffoni,

per lasciarvi con il sapore di frasi suggestive e potenti che da sole riescono a trasmettere qualcosa di incisivo su questa dimensione dell’essere umano, capace di trascenderlo.
Tanta roba! Non me ne vogliano gli altri Undergrounds vol. 2, ma – per un’affezione del cuore mescolata ad una pazzesca invidia – qui dentro ci sono delle chicche da restare a bocca aperta.

Anzitutto, il boss, l’undergroundGiuseppe Signorin in “Adorarti oggi Dio”:

La geniale scrittrice americana Flannery O’Connor, di fronte a una collega che le disse di considerare l’Eucaristia solo come un simbolo, rispose netta: ‘Beh, se è un simbolo, che vada all’inferno’.


ANITA MIENMIUAIF ADORARTI

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Per quel che mi riguarda, il mistero dell’Eucaristia è tutto qui: o è il miracolo di un Dio che continua a incarnarsi per noi, oppure che vada all’inferno. Nel senso che allora è tutta una fregatura. Gesù o è Dio o è un pazzo. Questo è un discorso che mi sta particolarmente a cuore e su questioni cruciali la schiettezza di una O’Connor credo sia l’atteggiamento migliore.

Se l’Eucaristia è ‘fonte e culmine di tutta la vita cristiana’, come recita il Catechismo della Chiesa Cattolica riprendendo una nota espressione del Concilio Vaticano II, se l’Eucaristia quindi è così centrale, essenziale, per la nostra fede, ridurla a un simbolo fa cadere tutto. ‘L’Eucaristia è davvero uno squarcio di cielo che si apre sulla terra’, scriveva san Giovanni Paolo II. Niente di meno.

Non sarò mai in grado di dire altro se non che per me l’Eucarestia rappresenta il centro dell’esistenza; tutto il resto conta poco o nulla’, ancora la O’Connor”.
Poi, la principessa undergroundPaola Belletti, con “La bellezza sfigurata. Pregare con il dolore”:
Cristo, il più bello tra i nati di donna; Cristo uomo dei dolori, Cristo volto preso a schiaffi, pugni, sputi, peggio. È questa la bellezza che salverà, anzi sta già salvando il mondo? L’orrore dell’uomo abbruttito dalla violenza subìta, sfinito in tutte le membra, insultato, ridotto a cencio coperto di sangue, sputi, urina? Dobbiamo solo trattenere il fiato e aspettare che risorga o la bellezza abita in lui anche in quello stato? È qualche tempo che mi torna in mente, a volte in modo più compiuto a volte solo in mezzo a confuse intuizioni e pensieri stanchi, questa domanda. La bellezza di Cristo è differita quando è immerso nella Passione? È nascosta, è sospesa? Dobbiamo attendere, ricordarci e sperare solo nella bellezza o invece c’è una bellezza propria, addirittura superiore, in quell’acuto dolore che lo ha reso quasi per tutti inguardabile? Come uomini facciamo spesso a botte con la malattia e la sofferenza in tutte le sue forme. Come cristiani ci proviamo; inghiottiamo contrarietà e prove come una medicina amara confidando che gli effetti oltre che benefici siano anche tempestivi. E certamente deve essere anche così: la ripugnanza per il dolore e la morte è segno di salute mentale oltre che del nostro destino immortale; ci dimostra che siamo fatti per la felicità e sì, anche il benessere. Ma essere cristiani non ci chiede mai di trattenere il fiato, di stare in apnea in attesa che qualcosa passi. Dio, il nostro Dio, rivelato in Cristo, è un Dio eternamente presente.
Ci sono anche lefamiglie undergrounds.

Ne“Il pellegrinaggio come scuola di vera libertà”, è il duoRomana Cordova & Emiliano Fumaneri a metterci le penne (da scrivere):

Non si può pensare al pellegrinaggio senza pensare all’esperienza del viaggio. Purché si ricordi che c’è viaggio e viaggio. È cosa da tenere a mente oggi che l’atto di viaggiare sfuma, si può dire, in una specie di smania. Sì, perché a dare ascolto ai diktat dell’industria del turismo di massa si direbbe che mettersi in viaggio sia sempre e comunque una ricchezza. Viaggia! Viaggia! Viaggia! È l’ingiunzione che appare ormai un nuovo – e quanto assillante! – obbligo sociale. ‘Sì, viaggiare!’, lo cantava pure il grande Lucio Battisti. E viaggiamo dunque! Del resto, chi più del cristiano dovrebbe accogliere di buona lena l’invito a mettersi in viaggio? Il cristiano è pellegrino per essenza, per vocazione. La sua condizione si sovrappone a quella dell’homo viator: l’uomo itinerante, in cammino, sempre in viaggio quaggiù sulla terra e in questa vita: le due coordinate spazio-temporali che ne accompagnano il cammino, al termine del quale approderà, secondo le sue scelte, verso la vita o verso la morte.




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Gloria o tragedia, assurdo o mistero. Il nostro viaggio terreno presto o tardi si esaurirà comunque. Non è questione di poco conto allora interrogarsi sul suo approdo finale. È quanto riassume uno dei folgoranti pensieri di Gustave Thibon: «I nostri amori terreni devono finire come i corsi d’acqua. La questione è di sapere da che cosa saranno divorati. Dal deserto o dall’oceano? Dalla sabbia inerte della mediocrità che tutto inaridisce, o dagli abissi dell’amore divino che tutto glorifica? E che li attende? La morte o la trasfigurazione, il nulla o l’eternità?» «Già le differenti conclusioni dovrebbero suggerirci che c’è viaggiare e viaggiare. C’è un viaggiare che svuota e un viaggiare che riempie, c’è un viaggiare che impoverisce e un viaggiare che arricchisce.
Loro sono Lara Tampellini & Gianluigi Veronesi, a cui piace definirsi Un Cammino Chiamato Famiglia” (hanno aperto anche un Blog con questa frase).
Teletrasportiamoci nel giorno del nostro primo incontro, un giorno di autunno di ventisei anni fa. Altra era geologica. Location: il cortile dell’oratorio”, raccontano in “Pregare in famiglia come vincere lo scudetto con la Pro Vercelli». La nostra non si può definire una storia di conversione eclatante, di quelle che lasciano a bocca aperta e riempiono il cuore di commozione: nessun cavallo ci ha disarcionato né vantiamo un passato da ribelli allergici al sacro. Proveniamo da famiglie che, seppure con modalità differenti, ci hanno trasmesso valori praticamente coincidenti e questo, senza dubbio, ha rappresentato un buon punto di partenza. Non abbiamo neppure sofferto della scontata “crisi post-cresima”, se non fosse per una certa comune avversione agli spaghetti che venivano serviti nei campi scuola: sulla carta, al tonno o al pesto, nei fatti in bianco che più bianco non si può (c’è chi li definiva ‘spaghetti al Dash’). Ma è una storia che non cambieremmo con nessun’altra storia al mondo, in primis perché non è possibile riavvolgere il nastro ma, anche se lo fosse, vorrebbe dire voltare le spalle a un cammino preparato per noi fin dall’eternità da un Padre buono che in mille modi ci ha manifestato il suo amore nonostante la nostra reiterata cocciutaggine. Con il senno di poi possiamo essere certi che tutto, ma proprio tutto, ha concorso al nostro bene. Anche i momenti di difficoltà. Ma non vogliamo ‘spoilerare’ il finale.

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