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“L’anima mia magnifica il Signore”: Maria nella Visitazione

JOYFUL MYSTERY
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Seconda Predica di Avvento 2019 di Padre Raniero Cantalamessa

Ma questo modo evangelico è quello che la Chiesa deve proclamare sempre e a tutti come suo mandato specifico e con il quale deve sostenere lo sforzo comune di tutti gli uomini di buona volontà. Esso è universalmente valido e sempre attuale. Se per ipotesi (ahimè, remota!) ci fossero un tempo e un luogo in cui non ci fossero più ingiustizie e disuguaglianze sociali tra gli uomini, ma tutti fossero ricchi e sazi, non per questo la Chiesa dovrebbe cessare di proclamare lì, con Maria, che Dio rimanda i ricchi a mani vuote. Anzi, lì dovrebbe proclamarlo con ancora maggiore forza. Il Magnificat è attuale nei paesi ricchi, non meno che nei paesi del terzo mondo.

Ci sono piani e aspetti della realtà che non si colgono a occhio nudo, ma solo con l’ausilio di una luce speciale: o con i raggi infrarossi, o con i raggi ultravioletti. L’immagine ottenuta con questa luce speciale è molto diversa e sorprendente per chi è abituato a vedere quello stesso panorama alla luce naturale. La Chiesa possiede, grazie alla parola di Dio, un’immagine diversa della realtà del mondo, l’unica definitiva, perché ottenuta con la luce di Dio e perché è quella stessa che ha Dio. Essa non può occultare tale immagine. Deve anzi diffonderla, senza mai stancarsi, renderla nota agli uomini, perché ne va del loro destino eterno. È l’immagine che alla fine resterà quando sarà passato “lo schema di questo mondo”. Renderla nota, a volte, con parole semplici, dirette e profetiche, come quelle di Maria, come si dicono le cose di cui si è intimamente e tranquillamente persuasi. E questo anche a costo di sembrare ingenua e fuori dal mondo, di fronte all’opinione dominante e allo spirito del tempo.

L’Apocalisse ci dà un esempio di questo linguaggio profetico, diretto e coraggioso, in cui, all’opinione umana, viene contrapposta la verità divina: “Tu dici [e questo “tu” può essere la singola persona, come può essere un’intera società]: “Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla!”, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo” (Ap 3, 17).

In una celebre favola di Andersen, si parla di un re a cui è stato fatto credere, da lestofanti, che esiste una stoffa meravigliosa che ha la prerogativa di essere invisibile agli sciocchi e inetti e visibile solo ai savi. Egli, per primo, naturalmente, non la vede, ma ha paura di dirlo, per tema di passare per uno degli sciocchi, e così fan tutti i suoi ministri e tutto il popolo. Il re sfila per le strade senza nulla addosso, ma tutti, per non tradirsi, fingono di ammirare il bellissimo vestito, finché si ode la vocina di un bambino che grida tra la folla: “Ma il re è nudo!”, rompendo l’incantesimo, e tutti finalmente hanno il coraggio di ammettere che quel famoso vestito non esiste.

La Chiesa deve essere come la vocina di quel bambino, la quale, a un certo mondo tutto infatuato delle proprie ricchezze e che induce a ritenere pazzo e sciocco chi mostra di non credere in esse, ripete, con le parole dell’Apocalisse: “Tu non sai di essere nudo!”. Qui si vede come davvero Maria, nel Magnificat, “parla profeticamente per la Chiesa”: ella, per prima, partendo da Dio, ha messo a nudo la grande povertà della ricchezza di questo mondo. Il Magnificat, da solo, giustifica il titolo di “Stella dell’evangelizzazione” che san Paolo VI ha attribuito a Maria nella sua “Evangelii nuntiandi”.

Il Magnificat, richiamo alla conversione

Sarebbe fraintendere completamente questa parte del Magnificat che parla dei superbi e degli umili, dei ricchi e degli affamati, se la confinassimo solo nell’ambito delle cose che la Chiesa e il credente devono predicare al mondo. Qui non si tratta di qualcosa che si deve solo predicare, ma di qualcosa che si deve anzitutto praticare. Maria può proclamare la beatitudine degli umili e dei poveri perché è lei stessa tra gli umili e i poveri. Il rovesciamento da lei prospettato deve avvenire anzitutto nell’intimo di chi ripete il Magnificat e prega con esso. Dio – dice Maria – ha rovesciato i superbi “nei pensieri del loro cuore”.

Di colpo, il discorso è portato da fuori a dentro, dalle discussioni teologiche, in cui tutti hanno ragione, ai pensieri del cuore, in cui tutti abbiamo torto. L’uomo che vive “per se stesso”, il cui Dio non è il Signore, ma il proprio “io”, è un uomo che si è costruito un trono e vi siede sopra dettando legge agli altri. Ora Dio – dice Maria – rovescia questi tali dal loro trono; mette a nudo la loro non-verità e ingiustizia. C’è un mondo interiore, fatto di pensieri, volontà, desideri e passioni, dal quale – dice san Giacomo – provengono le guerre e le liti, le ingiustizie e i soprusi che sono in mezzo a noi (cf Gc 4, 1) e finché nessuno comincia con il risanare questa radice, nulla cambia veramente nel mondo e se qualcosa cambia è per riprodurre, di lì a poco, la stessa situazione di prima.

Come ci raggiunge da vicino il cantico di Maria, come ci scruta a fondo e come mette davvero “la scure alla radice”! Che stoltezza e incoerenza sarebbe mai la mia, se ogni giorno, ai Vespri, ripetessi, con Maria, che Dio “ha rovesciato i potenti dai troni” e intanto continuassi a bramare il potere, un posto più alto, una promozione umana, un avanzamento di carriera e perdessi la pace se esso tarda ad arrivare; se ogni giorno proclamassi, con Maria, che Dio “ha rimandato i ricchi a mani vuote” e intanto bramassi senza posa di arricchire e di possedere sempre più cose e cose sempre più raffinate; se preferissi essere a mani vuote davanti a Dio, anziché a mani vuote davanti al mondo, vuote dei beni di Dio, piuttosto che vuote dei beni di questo mondo. Che stoltezza sarebbe la mia se continuassi a ripetere, con Maria, che Dio “guarda verso gli umili”, che si accosta a loro, mentre tiene a distanza i superbi e i ricchi di tutto, e poi fossi di quelli che fanno esattamente il contrario.

Tutti i giorni – ha scritto Lutero commentando il Magnificat – dobbiamo constatare che ognuno si sforza di elevarsi al di sopra di sé, a una posizione d’onore, di potenza, di ricchezza, di dominio, a una vita agiata e a tutto ciò che è grande e superbo. E ognuno vuole stare con tali persone, corre loro dietro, le serve volentieri, ognuno vuol partecipare alla loro grandezza […]. Nessuno vuole guardare in basso, dove c’è povertà, vituperio, bisogno, afflizione e angoscia, anzi tutti distolgono lo sguardo da una tale condizione. Ognuno sfugge le persone così provate, le scansa, le lascia sole, nessuno pensa di aiutarle, di assisterle e di far sì che esse pure divengano qualche cosa: devono rimanere in basso ed essere disprezzate [7].

Dio – ci ricorda Maria – fa l’opposto di questo: tiene a distanza i superbi e innalza fino a sé gli umili e i piccoli; sta più volentieri con i bisognosi e gli affamati che lo tempestano di suppliche e di richieste, che non con i ricchi e i sazi che non hanno bisogno di lui e non gli chiedono nulla. Così facendo, Maria ci esorta, con dolcezza materna, a imitare Dio, a far nostra la sua scelta. Ci insegna le vie di Dio. Il Magnificat è davvero una meravigliosa scuola di sapienza evangelica. Una scuola di conversione continua.

Come tutta la Scrittura, esso è uno specchio (cf Gc 1, 23) e sappiamo che dello specchio si possono fare due usi molto diversi. Lo si può usare rivolto verso l’esterno, verso gli altri, come specchio ustorio, proiettando la luce del sole verso un punto lontano fino a incendiarlo, come fece Archimede con le navi romane, oppure lo si può usare tenendolo rivolto verso di sé, per vedere in esso il proprio volto e correggerne i difetti e le brutture. San Giacomo ci esorta a usarlo soprattutto in questo secondo modo, per mettere “a fuoco” noi stessi, prima che gli altri.

“La Scrittura – diceva san Gregorio Magno – cresce a forza di essere letta” [8]. Lo stesso avviene del Magnificat, le sue parole sono arricchite, non consunte, dall’uso. Prima di noi

schiere di santi o di semplici credenti hanno pregato con queste parole, ne hanno assaporato la verità, messo in pratica il contenuto. Per la comunione dei santi nel corpo mistico, tutto questo immenso patrimonio aderisce ora al Magnificat. È bene pregarlo così, in coro, con tutti gli oranti della Chiesa. Dio lo ascolta così.

Per entrare in questo coro che attraversa i secoli, basta che noi intendiamo ripresentare a Dio i sentimenti e il trasporto di Maria che per prima lo intonò “in nome della Chiesa”, dei dottori che lo commentarono, degli artisti che lo musicarono con fede, dei pii e degli umili di cuore che lo vissero. Grazie a questo meraviglioso cantico, Maria continua a magnificare il Signore per tutte le generazioni; la sua voce, come quella di una corifea, sostiene e trascina quella della Chiesa.

Un orante del salterio invita tutti a unirsi a lui, dicendo: “Magnificate il Signore con me” (Sal 34, 4). Maria ripete ai suoi figli le stesse parole. Se posso osare interpretare il suo pensiero, il Santo Padre, nel giorno del suo Giubileo sacerdotale, rivolge a tutti noi lo stesso invito: “Magnificate il Signore con me”. E noi, Santità, promettiamo di farlo.

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1) 1 H. Schürmann, Il Vangelo di Luca, I, Paideia, Brescia 1983, p. 251.
2) Cf S. Agostino, Confessioni, VII, 16; XI, 9.
3) S. Bonaventura, Lignum vitae, I, 3.
4) H. Schürmann, Il Vangelo di Luca, cit., p. 172.
5) S. Ireneo, Contro le eresie, III, 10, 2 (SCh 211, p. 118).
6) S. Ambrogio, Commento al Vangelo di Luca, II, 26 (CC 14, p. 42).
7) Ed. Weimar, 7, p. 547.
8) S. Gregorio Magno, Moralia, 20, 1 (PL 76, 135).

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