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Uccide a martellate la figlia disabile di 44 anni e tenta il suicidio. “Non ce la faccio più”

OLD WOMAN
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Niente ci può sostenere davvero davanti alla vita e alle sue prove se non Gesù Cristo.

di Lucia Scozzoli

E’ sera. Una madre di 85 anni di Orbassano, in provincia di Torino, uccide a martellate la figlia 44enne disabile, affetta da cerebropatia dalla nascita, poi si imbottisce di tranquillanti. Il marito al mattino trova la figlia morta e la moglie a terra svenuta. Un biglietto sul tavolo: «Non ce la faccio più. Non voglio che Silvia soffra ancora. Il mio è un gesto di pietà».

Silvio Viale, il famoso medico che frulla i bambini con gusto, ha subito applaudito al gesto di pietà: si sa, i disabili è meglio farli morire che farli vivere, anche se l’ideale resta non farli proprio nascere.

Sempre più commenti sul web concordano con Viale, sebbene con sfumature incerte: si parla di gesto di disperazione, più che di pietà, ci se la prende con lo stato che abbandona i disabili e le loro famiglie.

Lo

Tutto vero, nessuno può negarlo.

Eppure.

Proprio questa domenica appena trascorsa la liturgia ci ha raccontato la storia del peccato originale, un brano affrontato sempre con superficialità, tanto ormai lo conosciamo:

[Dopo che l’uomo ebbe mangiato del frutto dell’albero,] il Signore Dio lo chiamò e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».
Allora il Signore Dio disse al serpente:
«Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici!
Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».

Gen 3,9-15.20

Domenica però, forse perché sto affrontando vicende personali particolarmente dure, questo brano mi ha detto cose diverse: parole scarne e nette, che non lasciano spazio ai sentimentalismi.

Adamo mangia il frutto proibito, Dio lo cerca (come già aveva fatto) e non lo trova: Adamo si è nascosto. Allora Dio lo chiama, con quel famoso “dove sei?” che costringe Adamo a fare verità sulla sua improvvisa nuova condizione di consapevolezza: sono nudo, ho paura.

Dio non lo smentisce nelle sue nuove certezze: sì, sei nudo. L’uomo è senza difese, fragile, debole, alla mercé dello sguardo infinito e onnipotente di Dio, non esiste un luogo in cui possa efficacemente nascondersi per sfuggire dal confronto con la realtà e con la verità su se stesso. Prima Adamo non lo sapeva perché non aveva avvertito alcuna minaccia intorno a sé: il paradiso terrestre, la completa armonia col creato e col creatore, non lasciavano spazio all’offesa, quindi non serviva difesa.

Cosa è cambiato, lo scopriamo subito: Adamo si giustifica con un’accusa diretta a Dio, prima ancora che ad Eva: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato», caro Dio inquisitore e nemico, la colpa è tua! Sei stato tu a creare le condizioni per il mio errore, quindi in ultima analisi sei tu che mi hai ingannato, indotto in tentazione, perché il serpente ha ragione, non è vero che Dio pensa al mio bene, non è vero che gli importa della mia felicità, non è vero che gli importa di me.

Adamo ne è convinto.

Eva, invece, dice cose diverse: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». Mi ha ingannata! Mi ha raccontato una bugia ed io ho sbagliato, ma non ci credo più, al serpente. Non era la verità.

Allora il Signore maledice il serpente e non ritira la sua benedizione dalle sue scalcagnate creature, anzi, pare investire la donna del compito di condurre nei secoli questa battaglia infinita con la stirpe delle serpi.

Siamo pieni di serpi: Dio non esiste e se esiste è malvagio o di me non gli importa.

Sono solo, le difficoltà mi assediano (ci assediano sempre) e nessuno viene a salvarmi, nessuno dei problemi che vivo ha un senso ultimo, nessuno si occupa di me, non ho speranze. Siamo pieni di serpi, dentro e fuori.

Fuggire è la tentazione numero uno: mi stordisco nella droga o nell’alcool, abbandono la mia famiglia e scappo verso mete imprecisate, mi isolo nella depressione, mi suicido, uccido chi vedo soffrire.

Se Dio è cattivo, che senso ha vivere? Non è forse meglio morire nel grembo materno? Chi può scamparci dal dolore, se Dio non ci ama? Pietosa la mano che soffoca la vita prima che sia costretta a bere l’amaro fiele del dolore! Pietosa la mano che estingue esistenze senza speranza! Se non stiamo andando in nessun posto, tanto vale fermarsi adesso.

Il peccato originale è tutto qui, dentro la nostra mente disperata: è il rinnovarsi costante della tentazione del serpente, che suggerisce all’uomo la strada per l’emancipazione da Dio, senza specificare che non esiste alcuna strada al di fuori di Dio.

Sì, provo tanta pietà per quella anziana madre e per sua figlia, come ne provo per me e le mie difficoltà, che sono quelle dell’umanità tutta, trafitta dallo scetticismo e dal pessimismo cosmico.

Ma se è pietoso uccidere un disabile, è pietoso uccidere chiunque, perché nessuno scamperà a lungo dal confronto coi carboni ardenti del dolore, è solo questione di tempo. O restiamo tutti qui, o ce ne andiamo tutti. E per restare qui serve che facciamo come Eva: riconosciamo di aver sbagliato completamente punto di vista e ingaggiamo la nostra battaglia perenne per la fede.

Serve l’assistenza sanitaria più efficiente, serve la rete di solidarietà umana, serve la progettualità del dopo di noi. Serve un lavoro dignitoso, serve un luogo in cui vivere, serve un pasto decente. Serve il rispetto, serve l’amore, serve la serenità. Ma se non credi che a Dio importa di te e di tutti, se non credi che in ogni situazione Egli ci chiamerà e ci troverà, se non credi che i malanni non capitano perché ci vuole fare un dispetto, allora è inutile. Al massimo puoi restare per paura di morire, ma certo non sarà un bel vivere.

Non riesco a trovare nessuna motivazione umanistico-filosofica per giustificare il dovere di vivere anche in situazioni di insopportabile stanchezza, non riesco a farmi bastare nessun discorso statistico sulle derive omicide dell’eutanasia, né mi sostiene la speranza nella volubilità psicologica, per cui ciò che non sopporto oggi potrebbe andarmi bene domani.

Infatti il serpente insidia il calcagno, cioè colpisce nei punti scoperti, nella debolezza, nella distrazione. Ma la donna gli schiaccia la testa, non ci intavola discussioni. Con questa depressione cosmica non si può ragionare, l’uomo è nudo, è evidente, lo sappiamo tutti. Non serve a nulla sostenere che la vita è bella comunque o che il peggio passerà, prima o poi. Non serve Pollyanna.

Serve Gesù Cristo.

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