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Il murale di Bansky incanta… e ricorda la fiaba di Andersen

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Ieri lo street-artist britannico ha pubblicato sui suoi canali social il video di un senzatetto che si sdraia su una panchina, la quale risulta attaccata a un tiro a due di renne in procinto di decollare. Suggestione magica e natalizia che emoziona e commuove… ma perché? Le fiabe grafiche, come quelle scritte, hanno le loro esigenze.

Strepitoso Banksy, visionario, geniale, poetico… Fioccano nelle ultime ore articoli dai titoli di questo tenore, sui giornali e sui social. Neanche 24 ore fa, infatti, l’enigmatico artista dei murales ha condiviso sul suo profilo Instagram un breve video girato a Birmingham nei giorni scorsi: vi si scorge un senzatetto (chiamato Ryan) che si sdraia sulla “sua” panchina mentre l’inquadratura fa zoom-out e si vedono sempre più distintamente due renne bianche impresse a stencil dall’artista sui mattoncini rossi della parete.

Due testi esplicitano il sottotesto natalizio dell’installazione: il primo è la colonna sonora (il grande classico di Bing Crosby I’ll be home for Christmas, ma nella versione del 2017 firmata Joy Williams).

Sarò a casa per Natale,
puoi contare su di me.
Ti prego fa’ che ci siano la neve
e il vischio, e i regali sotto l’albero.

La Vigilia di Natale ti troverà
dove brilla la luce dell’amore.
Sarò a casa, per Natale,
foss’anche solo nei miei sogni.

Il secondo testo è prossimo al contesto dell’installazione ed è il commento di Bansky che accompagna il video su Instagram:

Dio benedica Birmingham. Nei 20 minuti in cui abbiamo filmato Ryan su questa panchina dei passanti gli hanno portato una bevanda calda, due barre al cioccolato e una lampadina, senza neppure chiedergli niente.

Indiscutibilmente questo scatto ci strappa un brivido lungo la schiena, e i due testi esplicitano la loro incompiuta gioia per quanto lasciano in sospeso: quanto alla didascalia di Bansky, bello che i passanti si comportino con lui come angeli che sanno bene di cosa abbia bisogno, ma perché non gli dicono neppure una parola? E – quanto alla canzone (di Kim Gannon, Walter Kent e Buck Ram) – perché quell’amarognola concessiva “if only in my dreams”? È davvero tutto un sogno il Natale, e i buoni passanti sono solo un’effimera parentesi rispetto all’ordinaria e cieca spietatezza della società? E che senso avrebbe, allora, la benedizione di Dio invocata dall’artista? Sarebbe giusto un modo di dire?

L’occasione è buona per porre seriamente a tema: cosa ci dice quel brivido che l’installazione dell’artista ci regala? Perché la troviamo incantevole? Se fosse solo perché la nostra cattiva coscienza (quella che costruisce società in cui alcuni uomini sono privi del diritto alla stabile dimora) richiede il sedativo dell’alienazione e della bugia, tanta poesia cadrebbe ben sprecata. Il crocevia tra tema natalizio e atmosfera fiabesca, invece, pone la domanda evangelica radicale: le beatitudini sono vere o no? Perché l’unico senso possibile a quest’opera (e all’emozione che ne sentiamo vibrare in noi) è che dicesse il vero Gesù, quando proprio all’inizio del suo ministero pubblico affermava:

Beati voi poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete,
perché riderete.

(Lc 6,20-21)

Dicevo dell’atmosfera fiabesca evocata da Bansky, che facilmente ricorderà quella della Piccola Fiammiferaia di Andersen (1848): anzi di primo acchito la fiaba del Danese sembra assai più dura del video del Britannico, priva com’è della consolazione dei passanti, che solo dopo la morte della bambina sentono stringersi il cuore (dalla cattiva coscienza di averla ignorata il giorno prima).

https://youtu.be/y14KDS5U0Iw

Andersen decise però di scoperchiare l’ambiguità della situazione, rispecchiata in quella dei passanti, e difatti la sua fiaba si conclude così:

“Vieni!”, disse la nonna prendendo la bambina fra le braccia, e volarono via insieme nel gran bagliore. Erano così leggere che arrivarono velocemente in Paradiso; là dove non fa freddo e non si soffre la fame! Al mattino del primo giorno dell’anno nuovo, i primi passanti scoprirono il corpicino senza vita della bambina. Pensarono che la piccola avesse voluto riscaldarsi con la debole fiamma dei fiammiferi le cui scatole erano per terra. Non potevano sapere che la nonna era venuta a cercarla per portarla in cielo con lei. Nessuno di loro era degno di conoscere un simile mistero.

Balza agli occhi una differenza: la scena di Bansky è idealmente ambientata nel “Christmas Eve”, ossia alla vigilia di Natale, mentre la bimba di Andersen muore nella notte tra il 31 dicembre e il 1o gennaio, si direbbe in un contesto “civile”, non più liturgico. Questo lo direbbero i passanti che (appunto) “non potevano sapere”: il primo giorno dell’anno civile, infatti, coincide con l’ottava di Natale, cioè con il culmine del Grande Giorno natalizio (le solennità di Pasqua e Natale durano una settimana, liturgicamente), e quindi Bansky rappresenta un’umanità vorticosa per la frenesia dei preparativi, ma che avverte ancora lo stimolo dell’Avvento; Andersen la mostra già dimentica di quel che il Natale significa, da quanto è ingiustamente sazia, quando ancora il giorno liturgico della solennità natalizia non è concluso.

A compenso della maggiore amarezza della sua storia, Andersen vuole delucidare il piano della metanarrazione, cioè quello in cui lo scrittore rivela al lettore la vera essenza della storia, ossia quella che lo street-artist suggerisce col (graffiante) graffito – il regno di Dio è veramente dei poveri. Il paradiso anderseniano riecheggia esplicitamente Mt 6,20, e la chiusa sull’indegnità dei passanti tira in ballo i lettori come fa il graffito banskiano: «E tu – sì, proprio tu che passi e che guardi, che fai scroll col dito e che leggi – l’hai capito il mistero della panchina che in realtà è una slitta verso il Cielo? O pensi che gli artisti servano a imbellettare il senso di colpa dell’umanità per renderne meno intollerabile il mefitico tanfo di carogna?».

Ma allora – se tutto ciò fosse solo una sublime menzogna – avrebbero fatto male i passanti di Birmingham a prestare (un sia pur momentaneo) soccorso a Ryan, mentre risulterebbero ragionevoli gli affaccendati concittadini dell’anonima bimba danese. La verità di queste due parabole moderne è che senza il Dio di Gesù Cristo niente ha senso – né la ricchezza né la povertà, né la coscienza (felice o infelice) dell’uomo.

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