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Un genitore su 3 lascia il lavoro per seguire i figli

ZMĘCZONA MATKA
Shutterstock
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… o anche 2 su 3 lasciano i figli per seguire il lavoro. Qualche riflessione a margine dell’ennesima indagine che conferma la fatica immane delle famiglie con figli. Come possiamo davvero aiutarle?

I dati sono quelli dell’Ispettorato del lavoro e l’indagine è stata realizzata da Uecoop, Unione Europea delle Cooperative,  associazione nazionale di promozione, assistenza e tutela del movimento cooperativo.

Il fenomeno preso in esame per l’anno 2018 è quello dell’abbandono del posto di lavoro da parte di un genitore proprio in relazione alla cura dei figli.

(…) oltre 49mila papà e mamme nel 2018 hanno deciso di dare le dimissioni per l’assenza di parenti di supporto (27%), per i costi di assistenza al neonato fra asilo nido e baby sitter (7%) o per il mancato accoglimento dei figli al nido (2%).  (Rep)

Prima causa, non ci sono abbastanza nonni disponibili: questo ci dice che quando giovani genitori riescono a conciliare in modo accettabile attività professionale e famiglia molto spesso è perché possono contare, ancora, sui propri genitori: questione di prezzo e questione, soprattutto, di valore. Affidare i propri bambini, specie se molto piccoli, alla nonna significa non dover pagare un estraneo e patire meno la separazione, tutti. Nostro figlio si sentirà meno abbandonato: la complicità, a volte anche la tensione, tra mamma e nonna parlano lo stesso linguaggio d’amore, di certezza di appartenere ad una stessa storia che nessuna figura esterna qualificata potrà eguagliare. Nei primi anni è importante: i bambini non hanno bisogno di socializzare tra pari, fino ai due anni almeno cercano soprattutto la conferma affettiva dell’adulto che se ne prende cura. Se potessero scegliere starebbero sempre con la mamma (la quale ha bisogno di ristoro ogni tanto, lo sappiamo!).

E in ogni caso la nonna non è la mamma, è, passatemi il termine vi prego, un male minore. Cioè, continuiamo a cercare soluzioni che sia il surrogato meno traumatizzante per figlio e madre e non diciamo più la cosa più ovvia: è meglio che mamma e figlio stiano insieme il più a lungo possibile.

Ma il fenomeno tragico non è forse proprio quello opposto? Quello che ha portato e porta tanti genitori, soprattutto mamme  – perché dobbiamo dirlo senza peli sulla lingua: la mamma e il bambino sono un tutt’uno per i primi mesi, anzi anni, e separarli è una violenza! –  a separarsi per un numero di ore scandaloso dai propri figli per non perdere il lavoro.

Non è questa la cosa ingiusta? Che dei genitori debbano affidare forzatamente ad altri che non siano loro stessi la cura dei propri figli per il lavoro.

Carriera? No, spesso semplicemente un’attività remunerata come necessaria fonte di entrate per garantire a sè e ai figli il sostentamento.

Certo la soluzione non può essere una specie di villaggio di Winnie Pooh con tanti genitori felici sempre a saltellare per il Bosco dei Cento Acri in compagnia dei propri bimbi. Con sacrifici e inventiva siamo in tanti a cercare di riadattare i ritmi di vita e lavoro intorno al bene della famiglia. Il lavoro stesso è un bene e tra i più alti per l’uomo, per l’essere umano in quanto tale. Perché deve diventare un radicale antagonista delle relazioni fondamentali della persona? C’è qualcosa che non va, ma è così dal peccato originale in poi.

Eppure, ci ricordava il nostro sacerdote questa domenica, più originale del peccato è l’amore, quello di Dio per noi e quello di noi tra di noi e per Lui. Questo impianto resiste, non è distrutto e anzi la Grazia è all’opera per rifondarlo ancora più magnificamente. Ma da cristiani redenti o da persone lontane dalla fede, se siamo genitori onesti sappiamo che quando ci nasce un figlio smaniamo dalla voglia di condividere l’avventura della vita e non dal desiderio insopprimibile di consegnarlo ad una babysitter.

Siamo in piena glaciazione demografica, ormai lo sanno anche i muri. Cosa ci impedisce, come società, di favorire davvero la nascita e la crescita dei nostri figli?

La risposta non può essere “più asili nido” o peggio, “asili nido obbligatori”. Anche perchè la ricerca riportata riferisce che solo il 2% rinuncia al lavoro perché non c’è posto nei nidi. Il due per cento significa che l’aumento del numero di asili nido non risolve niente, di sicuro non risponde alla domanda reale delle famiglie reali.

I servizi legati all’infanzia hanno un ruolo strategico soprattutto con genitori che lavorano visto che negli asili nido italiani c’è posto solo per 1 bambino su 4, il 24% di quelli fino a tre anni d’età contro il parametro del 33% fissato dalla UE per poter conciliare vita familiare e professionale. (Ibidem)

Perché non permettere alle stesse madri, o padri in caso, di godere di una concreta flessibilità nel modulare il rientro al lavoro secondo le reali necessità dei figli anziché immaginare un nuovo ordine mondiale costellato di micronidi, nidi aziendali, tagesmutter volanti?

E’ come se cercassimo di ricostruire a tavolino e a pagamento un tessuto sociale che permetterebbe di sostenere le mamme con bimbi piccoli, di offrire ai bambini diverse figure adulte di riferimento, di consentire ai papà di lavorare un numero congruo di ore senza diventare degli estranei per i propri figli.

Se non si riesce a dire, senza rischiare il linciaggio, che la famiglia viene prima del lavoro nemmeno tra cristiani – come tante volte personalmente e dolorosamente ho constatato – allora in effetti c’è un problema soprattutto culturale. C’è un principio taciuto perché considerato indiscutibile che ci impedisce di pensare fuori della scatola.

Le testimonianze spesso drammatiche di tantissime donne che non appena diventate madri sono diventate oggetto di vessazioni più o meno dirette sul posto di lavoro sono reperibili ovunque, dal blog di Concita de Gregorio a Vanity Fair alle lettere alla direttrice su Elle. Solo per dire le più recenti che mi siano capitate tra le mani.

I dati della recente indagine tirano l’acqua al mulino delle Cooperative, che ha tutto il diritto di girare, è chiaro. Ma che senso ha parlare di migliaia di nuovi posti di lavoro per figure di assistenza familiare senza riconoscere che la cosa migliore sarebbe consentire ai genitori stessi di seguire i propri figli?

Con il mondo cooperativo socio sanitario segue già 7 milioni di famiglie grazie al lavoro di oltre 355mila addetti – conclude Uecoop – la sfida del futuro è quella di potenziare l’assistenza creando un sistema che integri risorse pubbliche e private.

L’assistenza deve esserci, eccome. Lo vediamo da noi, due genitori per quanto presenti, volenterosi, flessibili e resilienti fino al parossismo, non bastano. Si rischia e a volte si incorre in sindromi da burn out o giù di lì. La famiglia non è un’agenzia che offre servizi all’individuo e spesso per giunta scadenti (ad ascoltare la “narrazione “corrente), ma è il primo vero soggetto sociale. E allora anziché giocare a “scambiamoci di posto io e te” tra babysitter e mamme, fermiamoci, stop basta, occorre mettersi a pensare, con calma e lucidità.

Sicuri che il problema si risolva realizzando tanti asili nido? O allungando il congedo di paternità?

 Il 56% delle mamme e dei papà ha valutato l’ipotesi di lavorare meno perché non è riuscito a trovare la babysitter adatta. Ma, tata o meno, sembra che a 54 genitori su 100 piacerebbe addirittura mollare il lavoro per poter passare più tempo con i figli. E la carriera? Forse, allora, non è così importante come sembrerebbe?

leggevo su un insospettabile Vanity Fair d’annata (Dicembre 2016).

Secondo l’ISTAT nel 2016 ben ventinovemila donne avevano dato le dimissioni dopo il primo figlio, per il primo figlio e soprattutto al Nord dove il lavoro c’è, o almeno ce n’è di più che in altre zone. Che tipo di conciliazione stiamo rincorrendo? Perché al grido di dolore del nostro popolo che non fa abbastanza figli per vivere ancora rispondiamo in modo così sgangherato e inconcludente?

Ma il mondo è sull’orlo del tracollo, dobbiamo sbrigarci! Diremo in tanti.

A maggior ragione. Tanto più è grave e decisivo il problema tanto più dobbiamo fermarci a guardarlo e a comprenderlo per bene.

Così diceva Einstein e così conviene ragionare:

“Se avessi solamente un’ora per salvare il mondo, passerei 55 minuti a definire bene il problema e 5 a trovare la soluzione.” Albert Einstein

 

 

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