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Gli eccellenti tortellini che mangiamo da Eataly fatti da disabili psichici (VIDEO)

CLAUDIO MITA
Eataly - Youtube
Claudio Mita della Coop. Soc. Botteghe e Mestieri
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I tortellini de La Pasta della Casa disponibili in tutta la catena Eataly, famosa per l’eccellenza food nel mondo. Il segreto è tutto nei lavoratori artigiani che li confezionano: ecco dove bisogna cercare i “top performers”.

In effetti ha ragione Claudio Mita, della Cooperativa Sociale Botteghe e Mestieri, produttrice de La Pasta della Casa. Il tortellino è la risposta al caos.

Un meraviglioso prodotto di design, la sintesi del territorio, quello del vero chilometro zero, l’apice delle cortesie per gli ospiti, presidio gastronomico e sociale, doppio argine di sfoglia alla piena montante della solitudine.

Lui non lo dice così, lo dice meglio: l’informe è il ripieno, la forma, semplice, bellissima, di puro design è quel piccolo ombelico di pasta che se lo tiene stretto: il tortellino. Sorride come a scusarsi ma ha ragione da vendere!

Guarda come due cose lontane e inconciliabili, il caos e l’arte, si lasciano combinare da mani esperte!

E se le mani abili ed esperte fossero quelle di persone con disabilità psichica? Non si tratta in questo caso di due estremi ancora più lontani, almeno nel pensiero corrente, che tutti bene o male ci attraversa? Cosa possono fare persone gravemente minorate nelle capacità pratiche, cognitive e sociali? Al massimo, a voler essere benevoli e accondiscendenti, possiamo concedere loro di produrre piccoli manufatti pietosi per altrettanto pietosi ed effimeri mercatini in tempo natalizio.

Quest’idea così equa e solidale deve essere però sfuggita a quelli di Botteghe e Mestieri e anche alla catena food famosa in tutto il mondo, Eataly, che la distribuisce. Perché una delle paste ripiene che potete gustare in uno dei ristoranti o comprandola online viene proprio da Claudio e dai suoi ragazzi, quelli di Botteghe e Mestieri, cooperativa di Faenza (RA) che esiste da quindici anni.

Ma non è questo il punto e non si tratta di fare pubblicità. Il punto vero è che la persona è sempre il bene più alto in gioco. E che da quello discendono gli altri, minori ma piuttosto interessanti. Persino la prosperità.

Non è questione di essere imprenditori illuminati (chissà poi se davvero il signor Farinetti lo è; non è per nulla al riparo da critiche anche piuttosto feroci), che destinano parte della loro attività al non profit.

È questione di vera intelligenza umana; ma di quell’intelligenza umana integrale, con tutta la fibra, più delle paste speciali. Quella che si vede all’opera di solito in una visione cristiana autentica. Solo il cristiano è fino in fondo umano perché ogni sua relazione è incardinata fuori dell’uomo o in fondo ad esso, insomma nel punto in cui si incontra il Creatore, totalmente altro e profondamente intimo. Solo chi smette di mettere al centro l’uomo in sè è capace di guardare la persona umana nel suo valore inafferrabile, più grande di quanto sappiamo dire a parole.

Sono anni che ragiono come posso, col filtro della mia stessa vita familiare, sul tema del senso misterioso e potente della sofferenza umana. Ci giro intorno come ad un cerchio di fuoco, ma bisogna ben decidersi a saltarci in mezzo. Non è solo da sopportare sperando che passi, non è pena da scontare per qualcuno più dura che per altri.

La sofferenza è il caveau con la riserva aurea, in base alla quale si può battere moneta e stampare banconote, che altrimenti sarebbero carta straccia e scarti di lavorazione del metallo. Su quella, tra gli uomini, avvengono gli scambi.

Solo così mi spiego come da condizioni così odiose come la grave menomazione fisica e psichica possano nascere ad esempio dei magnifici tortellini.

E visto che siamo a tavola, mi viene in mente che potremmo tornare anche noi a fare come fece per una vita Emmanuel Mounier, che metteva la sua Francoise, figlia gravemente cerebrolesa ma la vera diagnosi è l’espressione paterna “piccola ostia bianca”, a capotavola, ospite d’onore sempre, soprattutto quando c’erano ospiti di peso. Non si tratta di un culto masochistico per il dolore, si tratta di ricordarsi che lì si nasconde l’Amato, più che altrove.

È anche il solo modo che mi viene in mente per uscire dalla ragnatela di solitudine, oppressione e isolamento in cui milioni di famiglie con disabili si trovano, ci troviamo. Ieri è stata la giornata dedicata alla disabilità e sui giornali si facevano i conti: numeri che ci indignano ma che ci lasciano ancora più soli.

in Italia in 204mila vivono completamente soli, 2 milioni e 300mila le famiglie coinvolte (Il Sole 24 ore)

Lo sforzo della rivendicazione continua, della sequela di procedure folli per ottenere i servizi che pure ci sono, ci sarebbero, è estenuante e ho deciso che di fiato ne è già stato sprecato troppo. Le persone malate, disabili, anche quelle ancora più gravi dei soci lavoratori che confezionano pasta, andrebbero cercate dagli head hunter. Selezione diretta, a caccia di profili più unici che rari.

Non so ancora come dirlo, ma di sicuro se obbedissimo a questa follia potremmo vedere cambiare il mondo proprio nei due campi dove è più deturpato e sotto attacco: mercato del lavoro e famiglia.

 

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