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«Gli studenti italiani non sanno leggere» dice l’OCSE, che non sa leggere i cuori dei nostri figli

GIRL, SCHOOL, BOOKS
Elnur | Shutterstock
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Dati allarmanti gridati su tutte le testate: la fotografia del rapporto OCSE boccia i nostri 15enni. Ma su che tipo di letture li ha valutati? Per una vera ipotesi educativa non possiamo basarci su una statistica che incasella i nostri ragazzi in «low performers» e «top performers».

Premessa delle premesse: ultimamente sono assai allergica alle statistiche e alle medie, soprattutto se riguardano i bambini e i ragazzi. Mi paiono contenitori mortificanti, di un contenuto umano unico e vivo. Per questo confesso di aver avuto uno sguardo un po’ prevenuto sui titoli delle grandi testate nazionali, in cui campeggiano grida allarmate perché i nostri più giovani connazionali si sono meritati una bella etichetta da somari nell’ultimo rapporto OCSE. Ho cercato di capire meglio di cosa si stia parlando.

In media, gli alunni italiani di 15 anni ottengono un punteggio in lettura di 476, inferiore alla media Ocse di 487. Il nostro Paese si colloca tra il 23° e il 29° posto tra i Paesi Ocse, a livello di Lettonia, Lituania, Svizzera, Ungheria, Islanda e Israele. Notevoli le differenze tra Nord e Sud del Paese: gli studenti del Nord ottengono risultati migliori (498 a Nord Ovest e 501 a Nord Est), mentre al Sud si fermano a 453 e nelle Isole a 439. Complessivamente, rispetto al 2000 il punteggio è inferiore di 11 punti e di 10 punti rispetto a quello ottenuto nel 2009 e addirittura di 13 punti rispetto alla rilevazione del 2012. Per quanto riguarda, infine, il livello minimo di competenze (livello 2), i nostri ragazzi sono in linea con la media internazionale, mentre a livello di top performer (livelli 5 e 6), collochiamo appena il 5% dei nostri studenti, rispetto a una media internazionale del 9%. (da Avvenire)

Il quadro della situazione, visto così, pare desolante; il dato percentuale è addirittura sconfortante: solo il 5% dei quindicenni italiani è in grado di comprendere un testo e valutarne l’attendibilità. Per chi voglia leggere l’intero documento, è a disposizione qui. Ma su quali testi è stato giudicato il campione di 600 mila quindicenni di tutto il mondo? Nella mia ingenuità pensavo a qualche brano di narrativa … mica Manzoni o Hemingway eh! … magari un testo contemporaneo. Ecco non è stato esattamente così. Qualche altra perplessità mi è sorta nell’imbattermi in un giudizio, desunto da questi dati, che mi ha fatto sussultare:

Se il punteggio italiano è così basso nella lettura non è perché abbiamo più studenti scarsi degli altri Paesi ma perché i nostri ragazzi e le nostre ragazze faticano a raggiungere i livelli di competenza più alti. In media nei paesi Ocse i cosiddetti «top performers» sono circa il 10 per cento, da noi la metà. (da Corriere)

Mi affretto a scrivere subito che mi auguro caldamente che nessuno dei nostri ragazzi senta sulle proprie spalle il peso di dover essere un «top performer». Se qualcuno gli metterà questa pressione, me ne scuso io al posto suo.

Si può dare l’aspirina a una gallina?

Ho dato un’occhiata a un test simile a quello proposto a Pisa per il rapporto OCSE, molti siti offrono la possibilità di cimentarsi. Volevo fare il test io stessa e mi sono trovata di fronte a questa schermata. Il fac-simile non riguardava un testo narrativo tradizionale, ma una chat scritta in cui una interlocutrice pone un quesito sull’opportunità di somministrare l’aspirina ai polli e ne riceve commenti diversi; ai ragazzi si facevano domande su questo tipo di “testi”.

OCSE, LETTURA, ITALIA
Invalsi Open

Dunque il tipo di lettura su cui i ragazzi sono stati interpellati non è quella a tu per tu con un libro, bensì con le multiformi tipologie di scrittura virtuale. Non è un’informazione irrilevante da specificare, e in effetti a sondare quale intento ci fosse alla base della ricerca si scopre che la valutazione era mirata alla compresione di ciò che si trova a disposizione su Internet:

L’indagine italiana ha preso in considerazione un campione di 11 mila quindicenni, tutti studenti del secondo anno delle superiori (licei, istituti tecnici e professionali). Quello che è cambiato in questa rilevazione è il tipo di competenze di lettura che vengono testate: il test Ocse-Pisa mirava a capire come si muovono i ragazzi della cosiddetta «generazione Z» quando si informano sul web. Dei tre «compiti» misurati (capacità di localizzare l’informazione che si cerca nel mare magnum della rete, comprensione del testo e valutazione della qualità delle fonti) gli studenti italiani sono in difficoltà soprattutto nel primo, mentre fanno un po’ meglio negli altri due. (da Corriere)

L’orizzonte sul tipo di lettura valutata va quindi ridefinito: qui siamo a valle, non a monte. Orientiamoci un attimo.

Nella vita quotidiana siamo bombardati di informazioni, molte delle quali sono scritte sui devices che usiamo. Più che leggere dobbiamo decifrare comunicazioni di vario tipo, molte sono tendenzialmente “furbe”e fanno passare subdoli messaggi commerciali dietro l’apparenza di una notizia informativa. Frequentiamo chat in forma scritta in cui è impossibile intuire fino in fondo lo stato emotivo di chi digita qualche sintetica parola, magari abbreviata. Tutto questo putiferio di frasi e parole ha un impatto serio sulla nostra vita, soprattutto se siamo giovani o giovanissimi.

Quando l’OCSE rileva che c’è qualche difficoltà nella comprensione di questo magma di testi web sta portando il riflettore esclusivamente sulla foce di un fiume pieno di detriti, scaricati a mare da un’alluvione avvenuta in alta montagna. I dati di questo rapporto non ci dicono che i giovani non sanno leggere, ma che sono impantanti in una bulimia di comunicazione che non sanno decifrare. Accade perché a monte c’è un grave gap tra cuore, esperienza e realtà che la lettura – di un libro vero – può dare risorse fantastiche per colmare. La lettura non è il problema, è la soluzione ed è una soluzione a cui abbiamo abdicato da molto molto molto tempo. Mila Spicola su Huffington Post osa un titolo azzeccato sul caso in questione «Il vanverismo pedagogico sulle indagini Ocse Pisa» e sposta lo sguardo nella direzione giusta, cioé indietro:

A differenza che nell’indagine Ocse Pisa, dove in lettura i nostri quindicenni sono più o meno a metà classifica, l’indagine Ocse Piaac, che rileva le competenze in comprensione del testo della popolazione adulta, rileva che lì siamo ultimi. Il che potrebbe dare delle risposte ai miei dubbi riguardo chi scrive certi titoli e su cosa comprenda del rapporto Ocse Pisa, testo di media difficoltà, sempre che lo abbia letto, con tutto il rispetto. (da Huffington Post)

Non sono i figli da bacchettare, ma i padri. Cioé: l’emergenza educativa è una ferita aperta nel passato di cui i nostri figli sono vittime oggi. E che gli adulti abbiano seri problemi di lettura della realtà viva e pulsante lo si evince dalla soluzione a buon mercato con cui si liquida il bisogno attuale dei ragazzi:

l risultato è preoccupante: solo un nativo digitale su dieci al mondo non è uno sprovveduto digitale, nel senso che è in grado di distinguere un’informazione attendibile da una fake news e prima ancora un fatto da un’opinione. In Italia va anche peggio: solo uno su venti si destreggia bene nel mare di Internet. Un risultato che interroga tutti i sistemi educativi sulla necessità di adeguare i programmi scolastici puntando a fare educazione digitale. (da Corriere)

Ci si lamenta forte e ci si consola con un piccolo cioccolatino. No, mi dispiace, la risposta non è un corso di educazione digitale.

Stereotipi ed evidenze

L’immaginazione è quella facoltà quotidianamente salvavita che è stata ridotta a passatempo inutile nel tempo libero. La lettura non è per erudizione o per dimostrare una competenza; è un accendino con cui l’anima si può destare e rimanere accesa più a lungo. Dio solo sa quanto poco i nostri figli si accendano di sinceri entusiasmi; esplodono molto, invece.

Un dato poco notato di questo rapporto OCSE dovrebbe, invece, essere gridato ad alta voce: “Molti studenti che hanno ottenuto risultati elevati hanno ambizioni inferiori a quanto ci si aspetterebbe sulla base del loro rendimento scolastico“. Tradotto: vanno bene a scuola ma non legano questa esperienza a un’ipotesi di realizzazione personale. Cosa ci segnala questo sintomo? Proprio una luce interiore smorzata. Eppure ci si riduce a interpretare questo dato in chiave di stereotipi:

Le aspettative di carriera degli studenti quindicenni con i risultati più elevati rispecchiano forti stereotipi di genere. Tra gli studenti con alto rendimento in matematica o scienze, circa un ragazzo su quattro in Italia prevede di lavorare come ingegnere o professionista scientifico all’età di 30 anni, mentre solo una ragazza su otto si aspetta di farlo; circa una ragazza su quattro si aspetta di lavorare in professioni sanitarie, mentre solo un ragazzo su nove con alto rendimento lo prevede. (da Invalsi Open)

L’adulto che interpreta in modo così semplicistico i dati ha davvero bisogno di un corso di lettura, della realtà. Quello che chiama stereotipo di genere è molto più semplicemente un’evidenza: è l’evidenza che l’universo maschile ha una propensione ai meccanismi da costruire ed esplorare, mentre il femminile ha una propensione alla cura. In nome di una libertà che vuol mettere tutti dentro lo stesso fascio indistinto, ci perdiamo per strada la comprensione vera, quella che guarda un cuore alla volta stando al cospetto della luce del giorno. A proposito: il sole sorge ogni mattina. È uno stereotipo o un’evidenza?

Lucia, la promessa sposa di Renzo, faceva la casalinga, ma portò il terremoto nell’anima di un tipaccio come l’Innominato. Lo stereotipo non è poi così stereotipato … o sciocco, come lo si vorrebbe. Ecco cosa s’incontra leggendo.

La lettura, quella di un libro vero, ci salva da un mondo in cui gli adulti si lamentano dei loro figli dopo aver letto i dati OCSE. Secondo le statistiche Anna Frank è solo una dei troppi giovani ebrei morti nei campi di concentramento, ma nel suo diario leggiamo ben altro di lei. La vera lettura ci salva anche dagli esperti di statistiche che vorrebbero ridurre un ragazzo a top performer. Oliver Twist non lo era, e ha riempito di fiducia e coraggio tutti quelli che ne hanno incontrato la voce.

Più ritorneremo a nutrire l’immaginazione, più la realtà sarà un luogo che i nostri figli non saranno solo costretti a decifrare, bensì di cui partecipare con una comprensione propositiva. Ci disgusta l’idea di allevare dei performers come tori da monta o polli in batteria, desideriamo educare delle creature imperfette e ammirevoli – come ciascuno di noi – a cui dire: nel libro del mondo Dio ha scritto la gioia per il talento che ti ha donato, scoprilo.

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