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La teologia in un cesto di frutta di Caravaggio

CARAVAGGIO
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“Vanità delle vanità, tutto è vanità”

Un quadro di una natura morta può essere una grande catechesi teologica? Grazie al grande ingegno del Caravaggio è possibile, e lo vedremo analizzando un’opera che rappresenta la vanità, “Vanitas vanitatum et omnia vanitas”, “Vanità delle vanità, tutto è vanità” (Eccl 1, 2).

I romani adoravano le opere di Caravaggio, perché erano sempre una lezione magistrale e gratuita agli occhi di tutti – grandi e piccoli, ricchi e poveri, uomini e donne, senza distinzioni.

All’epoca la vanità in pittura era rappresentata come un cesto di frutta, in cui si nascondevano innumerevoli simboli allegorici legati al “Memento Mori”, che invita a ricordare che tutti moriremo, e quindi tutto è effimero: beni materiali, bellezza estetica…

Se ci concentriamo bene sul cesto, possiamo vedere che una parte è più illuminata dell’altra, e che ci sono frutti e foglie più freschi di altri che sembrano troppo maturi o con imperfezioni provocate da una malattia della pianta o da qualche insetto. Tutte queste contraddizioni non sono un caso per Caravaggio, che in quel modo voleva mostrare la fragilità e fugacità della vita.

Ogni frutto è legato alla simbologia cristologica, e presagisce la passione di Cristo. I frutti sono poi divisi in due gruppi, uno con valenza positiva (uva, pera, pesca) e uno con valenza negativa (mela e fico).

Vediamo ora cosa simboleggia ogni elemento del cesto di frutta.

Il cesto

Un cesto serve per contenere, e in un certo senso per proteggere il contenuto. Nell’ambito religioso cristiano potrebbe rappresentare la Chiesa, che accoglie e protegge i suoi figli.

L’uva

Rappresenta l’Eucaristia e la salvezza, il sangue di Cristo. Nelle allegorie barocche, l’Agnello appare tra spighe e uva.

La pera

Rappresenta la Bontà Divina, perché è un frutto molto dolce. La sua forma allungata ricorda il ventre femminile. Il suo albero ha fiori bianchi, che sono diventati un simbolo di Maria.

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