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Vi siete arrabbiati con Dio?

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5 modi per inquietarsi con Dio e poi confidarsi con Lui nella preghiera

4. Quando non vogliamo pregare perché questo ci mette di fronte alle nostre oscurità

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A volte pregare è doloroso, ci mette davanti ai nostri timori, alle nostre angosce, alle nostre miserie, alle nostre mancanze… e questo non piace a nessuno. Anche se può sembrare paradossale, però, deporre la nostra piccolezza ai piedi di Gesù ci riempie di pace. È lì che possiamo essere guariti, è lì che possiamo essere salvati.

Noi esseri umani siamo abituati a vivere di apparenze, abbiamo la sensazione di poter fare tutto e che mostrarci bisognosi sia un segno di debolezza. Dio, però, ci convince a poco a poco con gli eventi della nostra vita che non siamo nulla.

Egli permette nella nostra esistenza strade senza uscita perché, affrontandole, ci rendiamo conto che dobbiamo essere costantemente creati dal nulla.

L’umiltà ci mette nella pace di dire che non siamo né quello che gli altri pensano di noi né quello che pensiamo noi stessi, ma quello che pensa Dio.

La preghiera è uno splendido invito a riconciliarci con la nostra umanità per lasciarci amare e santificare. Come dice Santa Teresina, “ciò che è gradito a Dio della mia piccola anima è che ami, la mia piccolezza e la mia povertà”.

Nella vostra preghiera permettetevi di dire costantemente al Signore “Colui che ami è malato”, ed Egli vi dirà “Cammina nella fede e nella speranza che guarirai”.

5. Quando ci arrabbiamo con Lui perché non capiamo perché accadono le cose

© SHUTTERSTOCK / LENETSTAN

A volte la ribellione nei confronti di Dio ostacola il nostro rapporto con Lui. Ci sono momenti in cui diciamo cone il profeta Geremia “Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (Ger 2, 13), o gli diciamo “Signore, mi sono impegnato per te e mi hai lasciato senza niente”.

Sono momenti difficili in cui abbiamo perso l’entusiasmo e non troviamo consolazione. In queste occasioni è bene fare due cose: aprirgli il nostro cuore, così com’è, esprimergli tutti i nostri dubbi, e chiedere allo Spirito Santo di darci la grazia di rispondere: Qual è la sfida che mi viene diretta? Qual è l’atto di fede che sono chiamato a realizzare? Quale conversione nell’amore?

Quando Dio ci dà la grazia di comprenderlo, la prova acquista un senso. In questo modo, nonostante il contesto negativo che viviamo, abbiamo la libertà che nessuno ci può togliere, la libertà di scegliere di trarre un bene dal male che ci si presenta.

A volte si ha l’impressione che tutto sia perduto, che il male non scomparirà mai, ma c’è sempre un bene possibile. Qual è il bene che Dio vuole che facciamo?

Non cerchiamo tanto noi stessi nella preghiera, lasciamoci purificare da Dio. Egli vuole che impariamo in modo realistico ad avere pazienza e a sperare in Lui.

Cerchiamo di liberare il nostro cuore da false aspettative sulle persone, la realtà, noi stessi, le nostre comunità… Siamo liberi quando accettiamo la nostra miseria, quando accettiamo gli altri con i loro limiti.

Solo in questo modo Dio ci darà la luce nella preghiera – magari non una luce immensa e permanente, ma quella di cui abbiamo bisogno per ogni giorno.

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