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Papa Francesco: mi ritrovo nel rapporto che il giudice Livatino aveva con Dio

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Il Papa ha ricevuto in udienza il Centro Studi intitolato al magistrato vittima di mafia, e ha detto: Rosario non avrebbe mai autorizzato l’eutanasia

Il giudice Rosario Livatino è un esempio luminoso di come si conciliano fede e leggi, Dio e diritto. E mai avrebbe approvato provvedimenti come quello dell’eutanasia o “diritto a morire”.

Lo ha detto Papa Francesco in udienza ai Membri del Centro Studi “Rosario Livatino”, giunti in Vaticano il 29 novembre, in occasione del Convegno Nazionale sul tema “Magistratura in crisi. Percorsi per ritrovare la giustizia”.

Livatino – per il quale si è concluso positivamente il processo diocesano di beatificazione – continua ad essere «un esempio, anzitutto per coloro che svolgono l’impegnativo e complicato lavoro di giudice. Quando Rosario fu ucciso non lo conosceva quasi nessuno. Lavorava in un Tribunale di periferia: si occupava dei sequestri e delle confische dei beni di provenienza illecita acquisiti dai mafiosi».

Antoine Mekary | ALETEIA

“Lavorava in modo inattaccabile”

«Lo faceva in modo inattaccabile – ha evidenziato il Papa – rispettando le garanzie degli accusati, con grande professionalità e con risultati concreti: per questo la mafia decise di eliminarlo. Livatino è un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni».

Il presunto “diritto all’eutanasia”

In una conferenza, ha ricordato il Papa, «riferendosi alla questione dell’eutanasia, e riprendendo le preoccupazioni che un parlamentare laico del tempo aveva per l’introduzione di un presunto diritto all’eutanasia», Livatino faceva questa osservazione:

Se l’opposizione del credente a questa legge si fonda sulla convinzione che la vita umana […] è dono divino che all’uomo non è lecito soffocare o interrompere, altrettanto motivata è l’opposizione del non credente che si fonda sulla convinzione che la vita sia tutelata dal diritto naturale, che nessun diritto positivo può violare o contraddire, dal momento che essa appartiene alla sfera dei beni “indisponibili”, che né i singoli né la collettività possono aggredire” (Canicattì, 30 aprile 1986, in Fede e diritto, a cura della Postulazione).

Gli errori del diritto “creativo”

Queste considerazioni, ha osservato Francesco, 1sembrano distanti dalle sentenze che in tema di diritto alla vita vengono talora pronunciate nelle aule di giustizia, in Italia e in tanti ordinamenti democratici. Pronunce per le quali l’interesse principale di una persona disabile o anziana sarebbe quello di morire e non di essere curato; o che – secondo una giurisprudenza che si autodefinisce “creativa” – inventano un “diritto di morire” privo di qualsiasi fondamento giuridico, e in questo modo affievoliscono gli sforzi per lenire il dolore e non abbandonare a sé stessa la persona che si avvia a concludere la propria esistenza».

Il giudice e Dio

Il Papa ha detto di ritrovarsi «molto», anche in un’altra riflessione del magistrato ormai prossimo agli altari, quando afferma:

«Decidere è scegliere […]; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. […] Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto, per il tramite dell’amore verso la persona giudicata.[…] E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione».

La fede al servizio delle leggi

In questo modo, con queste convinzioni, Rosario Livatino «ha lasciato a tutti noi un esempio luminoso di come la fede possa esprimersi compiutamente nel servizio alla comunità civile e alle sue leggi; e di come l’obbedienza alla Chiesa possa coniugarsi con l’obbedienza allo Stato – ha concluso Francesco – in particolare con il ministero, delicato e importante, di far rispettare e applicare la legge».

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