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Può ancora essere la foto del secolo o è troppo scandalosa?

LENNART, NILSSON, FOETUS
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Un feto di 18 settimane nella sua compiuta meraviglia, frutto di 12 anni di lavoro del fotografo Lennart Nilsson: fu la copertina di Life nell‘aprile 1965 e vendette otto milioni di copie in quattro giorni. Oggi per alcuni è troppo “politicamente scorretta”.

Forse in molti, mi ci metto anche io, ignoriamo il successo planetario che ebbe la creatura immortalata nella foto in copertina: era il 30 Aprile del 1965 e il magazine americano Life portò la vita in prima pagina a colori. Era un feto di 18 settimane catturato nella sua intera e particolare meraviglia dal fotografo svedese Lennart Nilsson e c’erano voluti 12 anni per arrivare a quel risultato. Quella copia della rivista spopolò, vendendo otto milioni di copie in soli quattro giorni.

Il numero fu un successo spettacolare, fu la copia che andò esaurita più velocemente nell’intera storia di Life. Dai colori vividi e con dettagli cristallini, la foto mostra un feto nel suo sacco amniotico con il cordone ombelicale che si snoda fino alla placenta. Il bimbo non ancora nato galleggia in uno spazio quasi cosmico, appare vulnerabile ma sereno. I suoi occhi sono chiusi e i suoi piccoli pugnetti perfettamente formati sono stretti al petto. Uno scatto tecnicamente impressionante, anche per gli standard odierni. (da The Guardian)

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Una cosa molto scabrosa, la vita

L’argomento, o meglio, l’immagine è ritornata in auge in questi giorni su alcune testate per via di una mostra a Parigi, che ha ospitato una nuova versione in bianco e nero degli scatti di Nilsson in cui il fotografo documentò i passaggi che portano alla nascita, dal concepimento in poi. Il Guardian si chiede addirittura se non si meriti il titolo di foto distintiva del ventesimo secolo. A più di cinquant’anni dalla copertina di Life, non è stato scontato riproporre immagini così vivide della vita nel grembo materno, tanto che Jan Stene, il direttore di una galleria di Stoccolma che ha scelto le foto per l’esposizione di Parigi, ha dovuto precisare l’intento nient’affatto sovversivo dell’opera:

Nilsson – ricorda Stene – voleva rendere visibile l’invisibile per mostrarci il viaggio stupefacente che ciascuno di noi fa, quel viaggio che ci unisce tutti come umani. Ha voluto darci l’opportunità di guardare dentro noi stessi, scoprendo immagini che ci definiscono come umanità. (Ibid)

Perché il bisogno di questa precisazione? Dagli anni ’60 a oggi molto è cambiato, anzi si è capovolto. Allora era ancora una novità assoluta scrutare dentro il grembo materno; oggi le ecografie sono a disposizione di tutti e stanno diventando sempre più definite, chiare, stupefacenti. Ma oggi portiamo sulle nostre spalle il carico di un dibattito sull’aborto che negli anni ’60 non si era ancora esacerbato. Il tema della vita è diventato scottante, quasi incandescente. Cinquant’anni fa la curiosità di vedere la vita che cresceva dentro la pancia di una mamma entusiasmò milioni di persone, oggi taluni esigono che non sia neppure tirata fuori la parola “vita” o “persona” quando ci si riferisce a un feto, per rispettare il diritto all’aborto delle donne. Un tempo non c’erano gli strumenti per vedere dentro il grembo, oggi si chiudono consapevolmente gli occhi per non vedere più le evidenze originarie.

Verrebbe da dire che la percezione attuale di quest’immagine come scabrosa è proprio una fotografia dei nostri tempi.

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Alieno da tutto questo fu Lennart Nilsson, il cui intento era animato dal desiderio di conoscenza e voglia di cimentarsi con strumenti fotografici all’avanguardia. Oltre a questo lavoro va annoverato nel suo curriculum il pregio di essere stato il primo a fotografare i virus della SARS e del HIV. Visse prevalentemente in Svezia e quando scoprì, recandosi a New York, che la sua serie di scatti dedicata alla vita intrauterina era diventata parte integrante del grande dibattito sull’aborto, ne fu amareggiato. Si premurò che la sua opera non venisse manipolata per altri scopi; voleva rimanere neutrale – disse.

Occorre portare rispetto a un autore, senz’altro. Ma un’opera d’arte, in qualunque forma si presenti (parola, musica, disegno), diventa parte della comunità, non è più solo figlia di chi l’ha creata. Distorcerne il senso è sempre sbagliato, ma farne occasione viva di coscienza del popolo è proprio lo scopo primo e ultimo dell’arte. In ogni caso sarebbe sbagliato, oltre che riduttivo, voler etichettare Nilsson come un soldato in più nell’esercito dei prolife; il punto non sono gli schieramenti contrapposti. Interessante, molto, per tutti quelli che stanno da ogni lato della barricata è proprio ritornare a fissare in purezza di occhi e cuore quello che era l’intento originario del fotografo:

Voglio rivelare quello che è vicino a noi, che ci è familiare, mostrarlo in un modo nuovo. (da Lennart Nilsson)

Se volete gustarvi un assaggio del suo lavoro, eccolo riprodotto in questo video.

Il coraggio di essere umani

Si cominciò attorno agli anni ’70 a rendere fruibile negli ospedali la tecnologia degli ultrasuoni per monitorare le gravidanze. Era il 1953 quando Nilsonn si presentò alla redazione di Life proponendo loro qualcosa di incredibile: documentare per immagini lo sviluppo della vita dal concepimento alla nascita. La rivista, con qualche seria perplessità sulla fattibilità, approvò l’idea e ne seguì un lavoro di 12 anni, svolto prevalentemente in ospedale.

Nilsson si candidò per affiancare due compagnie esperte di endoscopi, la tedesca Karl Storz e la svedese Jungners Optiska, che crearono tubi ottici con lenti macro e ottiche grandangolari che potevano essere inseriti nel corpo della donna. Fu in grado di fotografare solo un feto vivente, usando una fotocamera endoscopica che poteva arrivare nel grembo. Questa fotografia fu inclusa nell’edizione di Life e separata dalle altre, che invece si basavano su aborti spontanei o volontari. Il fotografo lavorò a stretto contatto con il professor Axel Ingelman-Sundberg, che era a capo della clinica femminile nell’ospedale Sabbatsberg di Stockholm, raccogliendo migliaia di scatti tra il 1958 e il 1965. (da The Guardian)

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Certamente si può fare qualche lecita domanda etica sull’opportunità o meno di scattare fotografie a quelli che erano cadaveri di piccolissimi esseri viventi, pienamente degni di essere trattati con rispetto. Parte di questa riflessione, però, deve tener conto dell’epoca in cui si svolse il lavoro e di cosa ne nacque: il libro Un bimbo è nato (che raccoglieva l’intera documentazione raccolta dal fotografo svedese) divenne una delle guide più vendute per le donne in attesa, il libro illustrato sulla gravidanza più venduto e tradotto in venti lingue. Aiutò le mamme a capire e vedere cosa succedeva dentro il loro corpo.

 

Certo, fa tremare e piangere guardare queste foto e pensare che stiamo fissando lo sguardo su una creatura spentasi prematuramente, per cause naturali o per scelta umana. Ma cosa vediamo, appunto? Noi stessi. È impossibile non rimanere colpiti dall’impatto di dettagli così definiti come le ciglia, i peli, le vene e i capillari. Un capolavoro in miniatura che parla di chi siamo, fin dal principio. Quando, nel 1977, la Nasa lanciò nello spazio le sonde Voyager a bordo c’erano le immagini di Nilsson, accompagnate dalla didascalia: «questi siamo noi». Da allora l’universo è stato oggetto di esplorazioni che si sono spinte ben oltre il sistema solare. E forse siamo pronti per missioni ancora più ardite: progettare sonde così sofisticate da sfondare il muro di gomma del nostro quotidiano e ridestare la nostra vista accecata dalle ideologie, per ricordarci che, sì, quella creatura in copertina è umanità, siamo noi.

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