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Diventare padroni del tempo, sul lavoro e a casa: curare la “seconda malattia” spirituale

HURRY
Shutterstock | stokkete
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Il “secondo male” accusato da Papa Francesco nel “Discorso natalizio alla Curia Romana” del 2014 è il “martalismo”. Bilanciare azione e contemplazione è sempre difficile, nel nostro contesto culturale, ma il cristianesimo ha una proposta meravigliosa anche per questo aspetto dello stile di vita. Ed è vera evangelizzazione.

Tra le cose che leggo e che scrivo con maggior piacere ci sono quelle di estrazione monastica. Proprio ieri sera parlavo con un’amica della volatilità dei nostri sistemi digitali di “data storage”, e lei ribatteva: «Certo, le cose scritte dai monaci dieci secoli fa le leggiamo ancora». «Vero – ribattevo io –, ma sono inchiostri organici o minerali su pergamena caprina, mica si usavano vili stampanti a getto». E lei: «Le parole venivano fissate con più parsimonia di adesso, e forse con più fondamento».

Questo è indiscutibilmente vero, difatti ogni volta che leggo qualcosa che viene da ambiente monastico me ne rendo conto dalla densità e dalla gravità del dire, anche senza che mi si dica chi sia l’autore. Dirò di più: perfino i testi che costeggiano appena il monachesimo e ne parlano, anche quelli mutuano qualcosa di quella splendida gravità. Penso ad esempio a Luc, mon frère, di Michael Lonsdale (di cui ho tradotto una recensione, ma che malauguratamente nessun editore italiano si è affrettato a tradurre).

Insomma, ripenso a queste cose quando considero la “seconda malattia spirituale” accusata cinque anni fa da Papa Francesco: se infatti abbiamo capito che il discorso riguarda tutti noi, anche se non siamo membri della Curia Romana in senso stretto e proprio, resta meno chiaro che cosa sia il “martalismo” e quando rischiamo di incapparvi.

La malattia del “martalismo” (che viene da Marta), dell’eccessiva operosità: ossia di coloro che si immergono nel lavoro, trascurando, inevitabilmente, “la parte migliore”: il sedersi ai piedi di Gesù (cfr Lc 10,38-42). Per questo Gesù ha chiamato i suoi discepoli a “riposarsi un po’” (cfr Mc 6,31), perché trascurare il necessario riposo porta allo stress e all’agitazione. Il tempo del riposo, per chi ha portato a termine la propria missione, è necessario, doveroso e va vissuto seriamente: nel trascorrere un po’ di tempo con i famigliari e nel rispettare le ferie come momenti di ricarica spirituale e fisica; occorre imparare ciò che insegna il Qoèlet: che “c’è un tempo per ogni cosa” (cfr 3,1).

Questa storia di Marta e Maria l’ho vista tirare in ballo cento volte, quasi sempre per giustificare la propria posizione: chi lavora tanto e prega poco si richiama al patronato di Marta; chi lavora poco e dice di pregare tanto (la preghiera ha, rispetto al lavoro, anche lo svantaggio di non essere mondanamente misurabile) si appella a quello di Maria. Gli uni e gli altri sembrano in qualche modo far torto alla necessaria compresenza di azione e contemplazione, mentre da nessuna parte come nelle formule di vita monastica ho trovato un mirabile equilibrio delle due componenti:

A nessun monaco – traducevo pochi giorni fa per le nostre pagine – verrebbe in mente di proseguire la propria attività e di arrivare in ritardo all’Ufficio scusandosi così col padre superiore. Semplicemente non è pensabile. Per san Benedetto, è essenziale scandire il tempo dedicando un momento preciso al lavoro domestico, un altro ai compiti coi bambini, un altro alle riunioni di lavoro. Senza interferenze. Subire il tempo ne rende schiavi, mentre accettare, alla maniera monastica, che il tempo sia regolato in modo rigoroso procura alla fine una maggiore libertà.

Ed è in particolare nel capitolo 48 della Regola di san Benedetto che si stabilisce il ritmo della giornata monastica:

L’oziosità è la nemica dell’anima. Onde in certi tempi hanno i fratelli da occuparsi in lavori di mani, e in altri nella divina lettura. Perciò crediamo di ordinare così le une e le altre ore: cioè, che dalla Pasqua sino al primo di Ottobre, uscendo la mattina da Prima [le sei del mattino, N.d.R.], lavorino in quello ch’è di necessità, sin quasi all’ora quarta [poco prima delle dieci del mattino, N.d.R.]. Dall’ora quarta sin quasi a Sesta [mezzogiorno, N.d.R.] attendano alla lettura. Dopo Sesta, levandosi da mensa, si riposino nei loro letti in perfetto silenzio; o se per avventura qualcuno volesse leggere, legga ivi così, che nessuno ne sia disturbato. Si dica l’officio di Nona [le tre del pomeriggio, N.d.R.] più presto, verso le ore due e mezzo; e poi di nuovo lavorino i fratelli in ciò che occorre sino al Vespro [le sei del pomeriggio, N.d.R.]. Se poi la condizione o la povertà del monastero chiedesse che i monaci dovessero di per sé raccogliere le biade, non se ne lamentino: poiché allora son veri monaci, quando vivono col lavoro delle loro mani; come fecero i nostri Padri e gli Apostoli. Ma tutto si faccia moderatamente in riguardo di quelli che sono di piccolo cuore.

Dal primo di Ottobre però sino al principio di Quaresima, attendano alla lettura sino alla seconda ora [le sette del mattino, N.d.R.] in punto. All’ora predetta dicano Terza [intende la preghiera dell’Ufficio, N.d.R.], e poi sino a Nona [le tre del pomeriggio, N.d.R.] tutti attendano al lavoro che vien loro ingiunto. Ma dato il primo segno di Nona, si spicchi ciascuno dal suo lavoro, e stia pronto al battere del secondo segno. Dopo la refezione attendano o alle loro letture o ai Salmi.

Nella Quaresima, dal mattino sino a Terza in punto attendano alle loro letture; e poscia sino alla decima ora [le quattro del pomeriggio, N.d.R.] sonata lavorino in ciò che è stato loro ordinato. Nei quali giorni di Quaresima ognuno prenda un codice dalla Biblioteca, e lo legga tutto per intero da capo a fondo. Essi codici si distribuiscano il primo giorno della Quaresima.

Sopra tutte queste cose siano destinati uno o due monaci anziani, che perlustrino il monastero nelle ore in cui i fratelli attendono alla lettura; e vedano se mai vi fosse alcun fratello accidioso che se ne stesse in ozio, o fosse occupato in vane ciance, anziché accudire alla lettura; e così non solo riuscisse inutile a sé, ma pure sobillatore degli altri. Se un dì cotali (che mai non sia!) si trovasse, venga corretto una e due volte, e non emendandosi, sia sottoposto alle pene previste dalla Regola, in modo tale, che gli altri n’abbiano timore. Né un fratello si unisca ad altro fratello in ore non adibite a ciò. Nella Domenica tutti attendano alla lettura, tranne quelli che sono destinati ai varii officii. E se vi fosse taluno tanto negligente ed ozioso, che non voglia o non possa meditare o leggere, gli si dia un lavoro a fare, perché non se ne stia senza far nulla. Ai fratelli infermi o delicati s’imponga tale faccenda o lavoro, che fuggendo l’ozio non siano oppressi dalla troppa fatica, così da venirne poi meno. Alla debolezza de’ quali l’Abbate deve avere gran riguardo.

Regola, 48

E chi non vorrebbe essere padrone del proprio tempo, invece di rincorrerlo? La sapienza monastica insegna appunto che si è padroni del tempo quando si sta servendo ad altro, che poi è la propria missione: una mirabile via media che si propone come alternativa di nobile libertà al comune falso dilemma che caratterizza il nostro rapporto con il lavoro. Nel mondo del lavoro sembra infatti talvolta come se si dovesse scegliere tra timbrare il cartellino e fissare l’orologio fino all’ora d’uscita, da un lato, o professare uno stacanovismo senza quartiere dall’altro. Papa Francesco mise appunto in guardia la Curia Romana (e in un certo senso parlava anche da “capo d’azienda” ai propri dipendenti, se ci pensiamo) contro questo secondo atteggiamento, che soltanto nel breve periodo si rivela produttivo.

Torno a imparare questa lezione monastica, nella mia vita, proprio quando sono seduto a tavolino e mi trovo immerso nella scrittura di un qualche articolo o di un qualche saggio: tale è il gusto del lavoro bello che si sarebbe tentati di ignorare – e anzi di biasimare come un’importuna interruzione – il sopraggiungere dell’ora del pranzo, della cena, il bisogno di un figlio o del coniuge. Certo, su questo occorre discrezione: chi lavora non dev’essere disturbato per cose di poco conto, ma nessuno è anzitutto e perlopiù un lavoratore, e il sopraggiungere di una chiamata-ad-altro è proprio la cornice corretta del sano atteggiamento lavorativo. Anzi, dirò di più, sempre riferendomi alla mia esperienza: quando mi sono incaponito per finire quella pagina nella cui stesura tanto mi stavo dilettando, a dispetto degli orari famigliari, sono andato a sedermi a tavola in ritardo e tutto contento per quel che stavo scrivendo, ma tornando al lavoro dopo il pasto, e rileggendo la pagina che prima mi aveva dato tanto piacere, l’ho trovata insulsa e vanesia – insomma da cestinare. In monastero invece ho visto fratelli che al suono della campana – senza la minima fretta e senza il minimo indugio! – raccoglievano i loro strumenti di lavoro e passavano al punto successivo dell’ordo, sempre coltivando il silenzio. Stai scrivendo? Lascia pura la frase sospesa, quando suona la campana: la ritroverai lì. Stai zappando l’orto? Riprenderai da dove hai lasciato al prossimo turno. E questo conferisce equilibrio allo sforzo lavorativo perché ricorda sempre all’uomo che nessun lavoro – per quanto utile e buono – è il suo fine ultimo. Un discorso a parte (ma come caso speciale della regola, più che come sua eccezione), meritano le professioni direttamente rivolte al servizio del prossimo, che difatti nella Regola vengono trattate prima del capitolo sul lavoro:

L’assistenza agli infermi deve avere la precedenza e la superiorità su tutto, in modo che essi siano serviti veramente come Cristo in persona. […] E la più grande preoccupazione dell’abate dev’essere che gli infermi non siano trascurati dal cellerario e dai fratelli che li assistono, perché tutte le negligenze commesse dai suoi discepoli ricadono su di lui.

Regola, 36

Se dunque il lavoro permette all’uomo di partecipare all’opera del Creatore (che è pure Redentore), resta tuttavia il fatto che l’uomo non è il Creatore, né il Redentore, e che dunque ben gli si addica il debito spazio di riposo per rimettere a fuoco le priorità e le proporzioni di quella nobilitante analogia.

I doveri professionali, così intesi e praticati, contribuiscono molto al nostro progresso spirituale – questo è il libro che l’anno scorso Papa Francesco ha donato proprio ai membri della Curia Romana –. Sono essi infatti che compongono la trama delle nostre giornate, e Nostro Signore ci mostrò col suo esempio che le occupazioni più comuni, come il lavoro manuale, possono contribuire nello stesso tempo alla santificazione nostra e alla salute dei nostri fratelli. Se dunque un operaio o un uomo d’affari osserva le regole della prudenza, della giustizia, della fortezza, della temperanza, dell’equità e della carità, ha ogni giorno molteplici occasioni di praticare tutte le virtù cristiane, di acquistarsi numerosi meriti e, se vuole, di edificare il prossimo aiutandolo con gli esempi e con i consigli a salvarsi. È ciò che fecero in passato e fanno al presente molti padri e molte madri di famiglia, molti padroni e molti operai, molti giovani e molti uomini maturi, che col loro modo di lavorare e di trattare gli affari, fanno stimare la religione da essi praticata, e si valgono poi della loro influenza per esercitare l’apostolato.

Adolphe Tanquerey, Compendio di teologia ascetica e mistica, 301-302.

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