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Il segreto di una madre per vivere dopo la morte del proprio figlio

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Foto de familia

Matilde Latorre - pubblicato il 19/11/19

Dopo essere stata maltrattata e abbandonata dal marito, Marguerite Tshibalu, una madre congolese espatriata a Roma, rivela un messaggio fondamentale per qualsiasi donna o uomo che vuole ancora sperare

Si può tornare a sperare dopo aver seppellito il proprio figlio di 22 anni? Si può tornare a sorridere dopo anni di disprezzo, maltrattamenti e per finire abbandono da parte del marito? Marguerite Tshibalu è una testimonianza vivente di come il dolore è diventato resistenza, la tragedia un’eredità di amore incondizionato.

È questo il segreto di questa donna, nata nella città congolese di Kananga il 19 settembre 1963, che il Venerdì Santo di otto anni fa ha perso improvvisamente suo figlio Emmanuel, che stava giocando a pallacanestro.

Dal sogno all’incubo

Dopo essersi sposata molto giovane, Marguerite è arrivata a Roma col marito, che lavorava presso la delegazione diplomatica del loro Paese. Emmanuel, il figlio maggiore, era nato in Congo, mentre a Roma sono nati gli altri due.

“Ho cercato di formare una bella famiglia, ma è stato difficile tra le grida, le mancanze di rispetto e il disprezzo di mio marito. Quando i bambini erano piccoli mi sono resa conto che vivere con il loro padre li metteva in pericolo. I maltrattamenti erano inizialmente psicologici, ma poi sono arrivati gli schiaffi. Lo faceva quando non c’erano testimoni per non infangare la sua immagine, visto che era diacono permanente e lavorava con molti sacerdoti della città”.

“Ho meditato e pregato molto per decidere di rivolgermi a un centro contro la violenza alle donne. Sapevo che questo avrebbe fatto scoppiare la guerra nella mia famiglia, e avevo paura di perdere tutto. Quando ho deciso di andare al centro sono iniziate le minacce più pericolose, avevo il terrore che tornasse a casa, vivevo nel panico e affrontavo tutta la situazione in solitudine. Condividevo tutto solo con il Signore”.

“Un giorno, in mezzo a tanta violenza, Dio alla fine mi ha aiutata. Ho ricevuto un messaggio in cui mio marito mi diceva che era tornato in Congo, e quindi sono rimasta sola con i miei figli, con i suoi debiti e senza casa. Nel cuore ho provato per la prima volta la libertà. Il Signore mi aveva tolto la paura”.

“Nei momenti peggiori di quegli anni la mia preghiera era costante, mi teneva in piedi”, ha ricordato Marguerite. “Dio mi ha parlato sempre, e nella Bibbia ho trovato la parola giusta per andare avanti. Pensavo di sapere cosa voleva dire soffrire, ma non aveva niente a che vedere con quello che ho iniziato a vivere il 22 marzo 2011, Venerdì Santo, il giorno in cui è morto mio figlio”.

Marguerite Tshibalu con su hijo
Foto de familia

Venerdì Santo di passione

“Ci stavamo preparando per andare alla Via Crucis. Ha suonato il telefono. Era un amico di Emmanuel. Diceva che mio figlio si era sentito male e di correre in palestra. Sono uscita mezza vestita, senza pensare un secondo al fatto che la frase del suo amico, ‘Emmanuel non si sente bene’, non corrispondesse a verità. Di fatto, quando mi hanno chiamata Emmanuel era già morto. Ha fatto l’ultimo tiro al canestro, si è messo la mano sul petto ed è caduto a terra. Morte immediata. Il percorso dall’ingresso della palestra al corpo senza vita di Emmanuel è stato la mia Via Crucis in quel Venerdì Santo”.

“Sono caduta in ginocchio davanti a mio figlio e l’ho abbracciato con forza, volevo sentirlo contro il mio petto come 22 anni prima. Ancora non capisco come non abbia provato una disperazione devastante. Ricordo solo serenità. Inconsapevolmente ho parlato con Cristo: ‘Signore, questo è troppo per me, ma sia fatta la Tua volontà’”.

Seppellire il proprio figlio

“Le ore successive sono state orribili”, ricorda Marguerite: “la polizia, il giudice, l’autopsia, il vuoto, la testa mi scoppiava. C’era tanto rumore, tanto pianto. Non capivo niente. Qualche giorno dopo, alla fine, ci hanno restituito il corpo di Emmanuel per poterlo seppellire”.

“Entrando nella nostra parrocchia ho rivolto lo sguardo alla Vergine, chiedendo risposte: ‘Come hai potuto superare una cosa del genere?’ Non smettevo di pensare al fatto che avevo altri due figli e non avevo risposte per loro. La Vergine aveva un progetto divino che doveva compiersi, ma il mio progetto per Dio qual era? Un figlio morto?”

“Mentre andavo al cimitero ho aperto la mia Bibbia e Dio si è reso presente: ‘Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu’ (Marco 14, 36). In quel momento ho pensato che o affrontavo il dolore o non lo avrei fatto mai”.

“Emmanuel era un ragazzo sano, ma l’autopsia ha rivelato che soffriva dalla nascita di una cardiopatia ipertrofica, e non lo avevo mai saputo. Me ne sono resa conto quando ormai non c’era più niente da fare. Emmanuel giovava a basket, studiava Giornalismo, dipendeva da me, era amico, rifugio. Era divertente, attento. Quando vedeva che ero stanca era lui che preparava la cena. Perché Emmanuel? Confesso che forse Dio era geloso di me. Nello stesso istante in cui mi viene in mente questo pensiero immagino Dio come un giardiniere, che taglia il fiore più bello. Quel fiore è Emmanuel”.

Imparare a perdonare

“La sua morte ha fatto sì che potessi perdonare suo padre: è questa la forza di mio figlio e della Vergine. A volte mi sveglio piangendo, e mi calmo solo pensando che Emmanuel sia tra le braccia di Maria. Non ho paura, e so che quando morirò lui mi starà aspettando. Vivo in preghiera costante, è questo che mi tiene in piedi. Dio mi parla sempre nella Bibbia, mi fa leggere le parole di cui ho bisogno per continuare a camminare, per questo la porto sempre con me”.

“Non sono molto, solo una madre che non ha tempo né denaro per rimanere a casa a piangere. Lo piango come posso, alzandomi alle sei del mattino, facendo tre lavori e andando a dormire esausta. Il giorno in cui è morto mio figlio ho dovuto decidere se seguire o meno l’esempio della Vergine quel venerdì a Gerusalemme. Le ho parlato col cuore: ‘Maria, madre di Dio, se tu ci sei riuscita, aiutami ad affrontare questa situazione’”.

In questi anni Marguerite ha provato senso di colpa e vergogna quando ha sperimentato qualche momento di felicità. Con la fede ha trovato il modo per tornare ad essere se stessa, convivendo con il suo dolore. È consapevole del fatto che la strada da percorrere è ancora lunga e che la sua vita è accompagnata dal pianto, ma non si arrenderà. La morte di Emmanuel continua a far male, ma non è stata vana. Ha lasciato un messaggio d’amore e la presenza di Dio in molti cuori. Il dolore dura per sempre, ma a poco a poco fa uscire l’amore, e anch’esso dura in eterno.

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