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Anch’io mi sono arrabbiata con Dio quando non sono riuscita a rimanere incinta

GNIEW
Christian Fregnan/Unsplash CC0
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Avrete sicuramente sentito dire “Per litigare bisogna essere in due”, ma questo non si applica quando si litiga con Dio.

Nell’ansia, nell’angoscia, nella disperazione o in qualsiasi altro stato simile che abbiate sperimentato se siete donne di fede, è comune chiedere a Dio perché. Perché a me? Perché dai dei figli a un’adolescente che non sa cosa fare della propria vita? Perché dai un secondo, un terzo o un quarto figlio a quella famiglia anziché distribuirli meglio?

Sono frasi che sono venute in mente anche a me in qualche momento, perché non scrivo da semplice spettatrice, ma da persona che ha vissuto questa situazione sulla propria carne. Queste frasi, tuttavia, sono estremamente dannose, fondamentalmente perché non possiamo conoscere la risposta.

Tempo fa, a una presentatrice di un canale regionale è stata diagnosticata una malattia la cui cura richiedeva la chemioterapia. All’inizio si chiedeva “Perché a me?”, e si ribellava contro quella situazione. Dopo un po’ è passata dal “Perché a me?” a chiedersi “E perché non a me?”

Ciascuno porta una croce

Alcuni hanno un matrimonio infelice, altri soffrono per la povertà, la malattia o qualche altra carenza. Ciò che è certo è che ciascuno porta la sua croce, e nell’immensa saggezza di Dio queste croci sono fatte “su misura”, ovvero Dio ti dà la croce che riesci a sopportare.

È vero che nel processo di attesa di rimanere incinta questa croce, questa sofferenza, può sembrare insopportabile, ma non lo è. Insieme alla croce, Dio ti dà la forza per portarla. Ma torniamo alla domanda della presentatrice: “Perché non a me?” Evidentemente questa attesa “eterna” di un figlio sarebbe una croce che si preferirebbe non portare, e per molto tempo ho pensato lo stesso.

Pensiamo allora: “Cos’ho di speciale che potrebbe esimermi dalla sofferenza che affronta tutto l’universo? Che cos’ho che mi rende tanto unica, tanto ‘intoccabile’?” Intendiamoci, non sto negando la grandezza interiore di ciascuno, voglio solo concentrare lo sguardo sulla piccolezza del nostro essere di fronte a Dio. Al suo cospetto siamo infinitamente piccoli, tanto che i reclami risultano assurdi (ma a volte sono necessari, lo so).

Diciamolo in un altro modo: come vi sentireste se venisse una formica a reclamare qualcosa? Come qualsiasi paragone ha i suoi punti deboli, perché Dio è infinitamente più grande di noi, ma la pecca principale di questa metafora è che non amate questa formica, mentre Dio ci ama con tutto Se stesso.

La mia lotta con Dio

Ricordo che nei momenti di angoscia, quando ho iniziato a lottare con Dio, gli chiedevo: “Non ti fa male vedermi così?”, e per molto tempo ero così immersa nei miei pensieri, nel mio dolore, nel mio “problema”, che non c’era silenzio sufficiente per ascoltare la risposta a quella domanda.

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