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L’acqua è alta, a Venezia, ma anche i cuori

VENEZIA
Ihor Serdyukov|Shutterstock
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A Venezia è ancora emergenza: case e negozi allagati da giorni, ma anche tanti volontari, come i ragazzi arrivati al convento di Santa Croce. Perché Venezia non è solo la città dell’amore romantico, ma anche di quello altruista e incondizionato.

L’acqua alta a Venezia ha portato a galla tante cose: quel Mose che funziona e non funziona, l’incapacità tutta italiana di salvaguardare un patrimonio inestimabile che il mondo ci invidia, le polemiche sulle grandi navi e sui cambiamenti climatici che questa città si troverà sempre più spesso a dover fronteggiare per la sua posizione. E poi i libri dell’”Acqua Alta” e di tante librerie, i negozi pieni di merce diventata spazzatura da un giorno all’altro, i mobili dei piani bassi delle case e ancora, pezzi di storia come la musica dell’archivio del conservatorio Benedetto Marcello e la fragilità di quella San Marco che tutti, questi giorni, abbiamo nel cuore.

L’acqua alta a Venezia ha portato via, in quel flusso di incessante di maree che si aspettano contando i centimetri sempre più vicini all’allarmante record del ‘66, tanti ricordi e tanta vita, nelle case di quei veneziani che amano la loro laguna e hanno con quell’acqua un rapporto speciale, ma questa volta, forse, sarà un po’ più difficile perdonarla per essersi presa così tanto.

L’acqua alta ha spazzato via le calle e i ponti della città dell’amore, trasformando baci e sospiri in lacrime e amarezza, ma la speranza quella no, non è riuscita a sommergerla. La speranza dei veneziani e di tanti, soprattutto giovani, arrivati da ogni parte della regione ad aiutare, secchi alla mano, chi sta tentando di riprendersi la propria normalità.

Non siete soli. 

Questo è tutto quello che possiamo darvi, non è molto, forse non è abbastanza, ma è una certezza: nel dolore, non vi lasciamo.

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Un mare di solidarietà, ben più alto del livello dell’acqua.

Un flusso di almeno 600 “angeli”, come li ha chiamati il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia. Quegli stessi giovani sempre attaccati al telefono, sempre distratti e troppo presi dall’ultimo modello di Nike per accorgersi dei problemi degli altri, si sono rimboccati le maniche per fare qualcosa a suon di secchiate. 

Le loro mani, le mani di chi ha perso tutto: no, non siete soli. 

E tra tante storie che rimbalzano sui social, ce n’è una davvero tenera, una che unisce due mondi all’apparenza lontani, che forse, senza questa marea, chissà quando si sarebbero incontrati: un convento di suore e i ragazzi volontari di Venice Calls, l’associazione nata nel 2018 per dare aiuto concreto e gratuito ai cittadini della Serenissima e che, per questa emergenza, ha mobilitato tante mani e tanti cuori.

Il convento di Santa Croce, dove vive suor Antonietta e una decina di sue consorelle dell’ordine di Maria Bambina non è stato risparmiato dall’acqua dei giorni scorsi e così, un gruppo di volontari le ha aiutate a svuotare l’ingresso dell’edificio dove vivono. Fiatone e tanti grazie nei video che girano in queste ore sui social. Maniche arrotolate e sguardi vivi, grati, di chi sta ritrovando la speranza e di chi la sta portando facendo quel poco che può.

E’ bastato mettere il loro numero e subito i ragazzi che avevano visto in TV nei giorni precedenti sono arrivati anche da loro. Credenti, non credenti, mai entrati in un convento in vita loro: non importa. Il dolore ci unisce, mette insieme cose che insieme forse, non ci sarebbero mai state, mette a nudo quella fragilità che ci accomuna tutti, davanti alla quale non possiamo fare altro se non dire “ci sono, non sei solo”.

Così, anche sott’acqua, anzi, soprattutto sott’acqua, Venezia riconferma il suo nome di città dell’amore: quello vero. Quello altruista e disinteressato.

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