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La morte? È tutta una questione di tempo!

PRAYING ANGEL STATUE

Bruno | CC BY-SA 2.0

padre Robert McTeigue, SJ - pubblicato il 15/11/19

Prepararsi a uscire dal tempo per entrare nell'eternità

La morte è nella mia mente – come potrebbe non esserlo? Siamo nel mese di novembre, in cui la Chiesa ci chiede di pregare per i nostri cari defunti. Negli ultimi giorni, le Messe che ho offerto richiamano alla mente chi se n’è andato prima di noi: Ognissanti, la commemorazione dei defunti, la festa di tutti i santi e i beati della Compagnia di Gesù, una Messa per tutti i membri defunti della Compagnia di Gesù… Meno di un mese fa, ho amministrato gli ultimi riti a una compagna di università che è morta qualche ora dopo, due giorni prima del suo 58° compleanno. Mentre scrivo questo articolo, Ann, un’insegnante di quando andavo al liceo, più di quarant’anni fa, che mi ha convinto che potevo raggiungere l’eccellenza accademica, ha appena subìto un ictus molto grave, ed è vicina alla morte.

E quindi sì, ho la morte in mente.

La morte viene vista spesso come una sorta di “fuga dal tempo”; il nostro orologio individuale smette semplicemente di battere. Ma non può essere così – nessun cristiano può accettarlo. Sappiamo che la morte è entrata nel mondo come conseguenza del peccato originale. Sappiamo anche che quando il tempo mortale “si esaurisce” inizia l’atemporalità. L’obiettivo del nostro pellegrinaggio in questa “valle di lacrime” è prepararci in tempo a entrare nell’eternità pronti a vedere il volto di Dio e a vivere in Lui. Il peccato preclude questa possibilità. L’Incarnazione del Cristo di Dio è l’intervento divino che rende nuovamente il Paradiso una possibilità reale per noi dopo la Caduta.


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Il problema di questa buona notizia è che tendiamo a pensare all’opera salvifica di Cristo come a una sorta di buono gratuito per l’“uscita dal carcere gratis” – qualcosa che è costato moltissimo a Gesù da offrire, ma che non ci costa niente ad accettare. Che delusione!

Considerate queste parole del teologo Romano Guardini:

“Ogni cristiano un giorno raggiunge il punto in cui dev’essere anche lui pronto ad accompagnare il Maestro nella distruzione e nell’oblio: in quello che il mondo considera pazzo, che per la sua comprensione è incomprensibile, che per il suo sentire è intollerabile… questo è il test decisivo del suo cristianesimo. Si tirerà indietro davanti alle profondità ultime o sarà capace di andare avanti e guadagnare così la sua parte della vita di Cristo? È per questo che cerchiamo di annacquarlo… Ma essere cristiani significa partecipare alla vita di Cristo – tutta; solo la totalità dà pace. Il Signore ha detto una volta: ‘Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore’ (Giovanni 14, 27).


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La pace deriva solo dal fatto di vivere tutto questo fino alla fine. In un modo o nell’altro dobbiamo spazzare via le profondità in cui Cristo è divinamente precipitato, assaporare la feccia che ha drenato fino all’ultima goccia: ‘Tutto è compiuto!’ (Giovanni 19, 30). Da questa comprensione senza riserve della volontà del Padre deriva la pace illimitata di Cristo, anche per noi”.

La fede cattolica non è chiaramente un culto di autostima, né un programma di automiglioramento. Piuttosto, un vero cattolico è colui che si è immerso in Cristo, cercando non solo di seguirlo o di imitarlo, ma di identificarsi con Lui sia nella sua sofferenza che nella sua vittoria e nella sua gloria.

Questo approccio è profondamente paolino: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Galati 2, 20).

Decenni fa, l’arcivescovo Fulton Sheen ci ha messo in guardia sul fatto che i cristiani “soft” offrivano “Cristo senza la croce”, mentre i secolaristi tirannici offrivano “la croce senza Cristo”. Dobbiamo respingere entrambe le realtà.

Dicevamo che Cristo sarebbe venuto “a giudicare i vivi e i morti”. Penso che abbiamo bisogno di imparare di nuovo come parlare in questo modo.

Mentre l’anno liturgico volge al termine, le letture della Messa diventano più apocalittiche. Ci ricordano che siamo nati per morire, e che questo mondo non può essere la nostra vera dimora. Prendiamo la saggia decisione di conformarci a Cristo finché siamo ancora in tempo per farlo.

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