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Angeli buoni e cattivi… come per poco non ci siamo ritrovati il Pastore di Erma nella Bibbia

Glenda
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Secondo i padri apostolici e i primi Padri della Chiesa si trattava di un libro di grande valore.

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Agli inizi della grande avventura cristiana, numerosi manoscritti, tra cui molte lettere, circolavano in seno alle prime comunità cristiane, senza che si stabilisse sempre e con precisione se quei testi fossero da ritenere “ispirati da Dio”, e se quindi fossero “canonici”, ossia normativi per tutti i credenti. Di fatto il canone – la compilazione di quei testi che in seguito avrebbero preso il nome di “la Bibbia” – stava appena cominciando a formarsi.

Uno di questi manoscritti, il libro detto del “Pastore”, attribuito a un certo Erma, era giudicato di grande valore tra i contemporanei e ancora per qualche generazione. Infatti questo testo fu ritenuto autorevole per alcuni secoli, e da alcuni autori ecclesiastici fu ritenuto anche ispirato. Eusebio, celeberrimo storico ecclesiastico del IV secolo, ci dice che veniva letto pubblicamente nelle chiese. Sebbene per alcuni non fosse canonico, altri giudicavano che fosse un testo importante. Sant’Atanasio lo evoca – insieme con la Didachè – in connessione con i libri deuterocanonici dell’Antico Testamento, come un libro non canonico, sì, ma la cui lettura era raccomandata ai catecumeni.

Prima che la scelta e l’ordine dei libri venissero consolidati, nel corso del IV secolo, in alcune raccolte di Sacre Scritture lo si ritrovava collocato dopo il Nuovo Testamento, o anche dopo gli Atti degli Apostoli. Il testo, in sé, è un insieme di “visioni”, e si concentra più sulla morale che sulla teologia. Secondo gli esegeti, il libro fu scritto nel II secolo, ma il suo autore resta sconosciuto. Una parte del libro consiste in un commento ai dieci comandamenti, che si dilungava in particolare su atteggiamenti da evitare. Un passaggio interessante evoca l’esistenza di un “angelo buono” e di un “angelo cattivo” che influenzano l’individuo.

Ci sono due angeli con l’uomo: uno di giustizia, l’altro del male. Come dunque, Signore, distinguerò le loro azioni, se i due angeli abitano con me? «Ascolta – mi disse – e comprendi. L’angelo di giustizia è delicato, modesto, dolce, calmo. Quando è lui che sale nel tuo cuore, d’improvviso ti parla di giustizia, di castità, di santità, di temperanza, di ogni atto giusto e di ogni nobile virtù. Quando tutto questo ti sale in cuore, sappi che l’angelo di giustizia è lì con te, perché sono quelle le opere dell’angelo di giustizia; abbi confidenza in lui e nelle sue opere. Guardiamo adesso le opere dell’angelo del male. Anzitutto egli è collerico, amaro, insensato; e le sue opere malvagie corrompono i servi di Dio. Quando dunque è lui a salirti nel cuore, lo riconoscerai dalle sue opere».

«Come farò a distinguere, Signore? Io lo ignoro». «Ascolta – mi rispose –: quando la collera s’impadronisce di te, o l’asprezza, sappi che egli è in te; così pure il desiderio di attività dissipate (folle agitate in innumerevoli festini, bevande inebrianti, orge incessanti, raffinatezze varie e lussi superflui, passione di donne, di grandi ricchezze, orgoglio esagerato, superbia e tutto quel che vi assomiglia): se questo risale la via del tuo cuore, sappi che l’angelo del male è in te. Poiché dunque tu conosci le sue opere, allontanati da lui e non credergli, perché le sue opere sono malvagie e funeste per i servitori di Dio.

Tuttavia, malgrado dei passaggi molto espressivi, come questo, e malgrado il fatto che non pochi cristiani considerassero questo testo come direttamente ispirato da Dio, altri passaggi erano più ambigui. Nell’insieme, questo testo non offriva tanta chiarezza quanto il resto del nuovo Testamento, e l’assenza di un autore noto gli attirò moltissime critiche. Alla fin della fiera, insomma, non venne riconosciuto come canonico. Esso resta tuttavia un testo interessante, che merita di essere letto e studiato.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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