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La pretesa di essere sani, il primo male spirituale nella Chiesa

Andrei_r / Shutterstock
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Torniamo a rileggere il discorso per gli auguri natalizi alla Curia Romana del 2014, nel quale il Santo Padre elencò “quindici malattie spirituali”: esse riguardano i comuni fedeli non meno che gli officiali della Curia. La prima di queste malattie è la pretesa di essere sani.

Le “quindici malattie” che cinque anni fa Papa Francesco diagnosticò alla Curia Romana – a mo’ di quei doni severi ma buoni che il vero san Nicola porta in giro per il mondo – costituiscono un buon vademecum per ogni cristiano alla ricerca di strumenti per meglio vagliare ed esaminare la propria coscienza: in fondo è in interventi come questi che viene fuori quel che il Santo Padre fa meglio – il gesuita, cioè uno che accompagna i fratelli a fare esperienza di Dio in ogni cosa e che li guida su come emendare la propria vita dalle affezioni disordinate.

La Curia Romana e il Popolo di Dio

E con ciò qualcuno potrà chiedersi quale analogia si possa stabilire tra la Curia Romana, primo destinatario di quella allocuzione, e le nostre vite di cristiani ordinari, probabilmente non impegnate fra «tanti Dicasteri, Consigli, Uffici, Tribunali, Commissioni». Una prima risposta la diede lo stesso Pontefice proprio in quel 22 dicembre 2014:

[…] essendo la Curia un corpo dinamico, essa non può vivere senza nutrirsi e senza curarsi. Difatti, la Curia – come la Chiesa – non può vivere senza avere un rapporto vitale, personale, autentico e saldo con Cristo[6]. Un membro della Curia che non si alimenta quotidianamente con quel Cibo diventerà un burocrate (un formalista, un funzionalista, un mero impiegato): un tralcio che si secca e pian piano muore e viene gettato via. La preghiera quotidiana, la partecipazione assidua ai Sacramenti, in modo particolare all’Eucaristia e alla Riconciliazione, il contatto quotidiano con la Parola di Dio e la spiritualità tradotta in carità vissuta sono l’alimento vitale per ciascuno di noi. Che sia chiaro a tutti noi che senza di Lui non possiamo fare nulla (cfr Gv 15,5).

In questo periodo di rinnovato anelito purista, tuttavia, giova ricordare che oltre all’analogia sacramentaria di origine paolina (da Francesco menzionata dopo l’opportuna citazione della Mystici Corporis di Pio XII) c’è pure un sostrato previo: “curia” è infatti (un’altra) parola originariamente riferita a una realtà precristiana in uso presso le popolazioni indigene che i primi missionarî dell’Evangelo trovarono nelle regioni italiche (popolazioni note col nome collettivo di “i romani”). In età imperiale, infatti, la curia era il luogo in cui si riuniva il Senato, ovvero indicava quel che oggi in Italia è Palazzo Madama. Prima ancora, però, agli albori dell’età monarchica, le curie erano le decime parti delle tre principali tribù, e insomma individuavano una porzione qualificata e rappresentativa del Popolo (che all’epoca significava anche lo Stato) romano.

Analogamente, appunto, Papa Francesco – che s’inserisce nel solco di Benedetto XVI, al quale si deve che gli “augurî alla Curia Romana” siano diventati un genere letterario magisteriale – dice “Curia” per parlare ai suoi officiali, certo, e a tutti i suoi membri, ma pure a tutti i cristiani. Se alcune tra le pagine più belle del magistero di Papa Francesco si trovano (a mio avviso) nei testi che offrono ai cristiani criterî e norme per consolidare il proprio cammino da discepoli di Gesù, ciò si deve non soltanto al fatto che Jorge Mario Bergoglio sia un gesuita, ma in misura non minore al fatto che “confermare i fratelli nella fede” sia proprio il cuore del ministero petrino.

Ortoprassi e ortodossia

L’idea di individuare le “malattie” del corpo ecclesiale non è nuova, e forse il suo modello più antico e più noto sta nel Panarion di Epifanio, scritto negli anni ’70 del IV secolo (e forse si potrebbe risalire fino allo Scorpiace di Tertulliano, dei primi anni del III secolo): l’allora vescovo di Salamina, però, concentrava tutta la sua opera nell’esposizione dell’ortodossia, mentre l’attuale vescovo di Roma si rivolge soprattutto al versante dell’ortoprassi. Certo, la pretesa di contrapporre i due approcci è insostenibile (benché non priva di adepti): non esiste vera ortoprassi senza autentica ortodossia, e del resto un’ortodossia che non tracimi in ortoprassi è sterile, ma quindi pure monca, falsa e diabolica. Francesco espone brevemente quindici patologie spirituali e unisce alla diagnosi una succinta prognosi (cioè una terapia e una posologia). Anzitutto troviamo dunque:

La malattia del sentirsi “immortale”, “immune” o addirittura “indispensabile”, trascurando i necessari e abituali controlli. Una Curia che non si autocritica, che non si aggiorna, che non cerca di migliorarsi è un corpo infermo. Un’ordinaria visita ai cimiteri ci potrebbe aiutare a vedere i nomi di tante persone, delle quale alcuni forse pensavano di essere immortali, immuni e indispensabili! È la malattia del ricco stolto del Vangelo che pensava di vivere eternamente (cfr Lc 12,13-21), e anche di coloro che si trasformano in padroni e si sentono superiori a tutti e non al servizio di tutti. Essa deriva spesso dalla patologia del potere, dal “complesso degli Eletti”, dal narcisismo che guarda appassionatamente la propria immagine e non vede l’immagine di Dio impressa sul volto degli altri, specialmente dei più deboli e bisognosi[8]. L’antidoto a questa epidemia è la grazia di sentirci peccatori e di dire con tutto il cuore: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10).

Alla pretesa autosufficienza cui è naturalmente portato chi è posto in posizioni di grande dignità Francesco oppone un sano memento mori, pratica che vale allo stesso modo per chi non ha poi tutte queste grandi responsabilità: bizzarro paradosso della tendenza umana alla superbia è che ci dimentichiamo di quel che siamo veramente (povere che torna alla polvere) non solo quando abbiamo un qualche effettivo (per quanto umano) potere, ma anche se siamo privi di onori e al limite ce ne procacciamo surrogati angariando chi è più debole di noi (i colleghi, la moglie, il marito, i figli…). C’è sempre qualcuno che sta peggio, si dice, ma la ragione per cui nel volto «degli altri, specialmente dei più deboli e bisognosi» c’è l’immagine di Dio è che in Gesù il Signore si è fatto ultimo fra gli ultimi. Quando Gesù ci comanda di non occupare il primo posto, a tavola, ma l’ultimo, ci invita a stare vicini a lui.

Narcisismo elitario e senza amore

Poco dopo tre anni da quella data, Francesco propose al popolo di Dio un documento più ampio, sempre relativo alla santificazione personale e comunitaria, nel quale è utile cercare riscontri agli input ascetici offerti nell’elenco delle quindici malattie. Nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate leggiamo infatti:

Ci sono ancora dei cristiani che si impegnano nel seguire un’altra strada: quella della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore. Si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro: l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale. In questo alcuni cristiani spendono le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore, invece di appassionarsi per comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo e di cercare i lontani nelle immense moltitudini assetate di Cristo.

Gaudete et exsultate 57

Talvolta si nota un malcelato fastidio, in certi ambienti, per le crude diagnosi con cui il Servo dei Servi di Dio denuncia le aberrazioni della vita spirituale. Si avverte come una mai sopita permalosità – davvero narcisistica e originata da un ego disordinato – per la quale (pure contro la saggezza popolare) a sanare le malattie sarebbe “il medico pietoso”. «Il capo della Chiesa – si dice – dovrebbe sostenere i cristiani e non dare loro addosso», dicono alcuni, come se si fosse mai visto (in qualsiasi sport) un allenatore unicamente dedito a coccole e carezze invece che a rimproveri e ad esortazioni – la festa si fa a fine partita, ma se si vince.

Accettare la correzione (cf. Eb 12,11)

La lezione di Belle (splendida figura cristologica della fiaba Disney) torna d’obbligo: «Se stesse fermo le farebbe meno male», perché proprio «in quanto dite “noi siamo sani!” la vostra colpa rimane» (cf. Gv 9,41).

La docilità con cui ci sottomettiamo alla diagnosi e alla cura, invece, trova un modello insuperato in quella (pure guadagnata dopo anni di resistenze alla Grazia) del santo padre Agostino:

Quando mi sarò unito a te 72 con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena 73 dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te. Tu sollevi chi riempi; io ora, non essendo pieno di te, sono un peso per me; le mie gioie, di cui dovrei piangere, contrastano le afflizioni, di cui dovrei gioire, e non so da quale parte stia la vittoria; le mie afflizioni maligne contrastano le mie gioie oneste, e non so da quale parte stia la vittoria. Ahimè, Signore, abbi pietà di me! 74. Ahimè! Vedi che non nascondo le mie piaghe. Tu sei medico, io sono malato; tu sei misericordioso, io sono misero. Non è, forse, la vita umana sulla terra una prova 75? Chi vorrebbe fastidi e difficoltà? Il tuo comando è di sopportarne il peso, non di amarli. Nessuno ama ciò che sopporta, anche se ama di sopportare; può godere di sopportare, tuttavia preferisce non avere nulla da sopportare. Nelle avversità desidero il benessere, nel benessere temo le avversità. Esiste uno stato intermedio fra questi due, ove la vita umana non sia una prova? Esecrabili le prosperità del mondo, una e due volte esecrabili per il timore dell’avversità e la contaminazione della gioia. Esecrabili le avversità del mondo, una e due e tre volte esecrabili per il desiderio della prosperità e l’asprezza dell’avversità medesima e il pericolo che spezzi la nostra sopportazione. La vita umana sulla terra non è dunque una prova ininterrotta?

Aug., Conf. X,28.39

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