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Risorgere dal napalm: il perdono della “bambina della foto”

VIETNAM WAR
ZAJEM ZASLONA | FACEBOOK
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Gravemente ferita a causa di un attacco al napalm durante la guerra del Vietnam, Kim Phuc Phan Thi ha vissuto un lento ritorno alla vita, ferita com’era (tanto fisicamente quanto moralmente). L’ha salvata il suo incontro con Dio. Di passaggio a Parigi, racconta il suo itinerario.

Attraverso quel che ho vissuto da bambina, la mia vita è stata metamorfosata. Ho scoperto tantissime cose e, malgrado la sofferenza, sono riconoscente. Ho imparato a perdonare.

Così parla oggi Kim Phuc Phan Thi. In vietnamita, il suo nome significa “felicità dorata”, eppure Kim Phuc, meglio nota come “la bambina della foto”, non è cresciuta nell’opulenza e, quanto alla felicità, ha dovuto battagliare per trovarla. Chi non si ricorda della foto di una bambina che corre nuda per strada, con una spessa coltre di fumo a inseguirla, nel contesto della guerra del Vietnam? L’8 giugno 1972, all’età di 9 anni, Kim è stata barbaramente ustionata nel corso di un attacco al napalm. Immortalata da Nick Ut, giovane fotografo di Associated Press (AP), la sua immagine ha fatto il giro del mondo. Quarantasette anni più tardi, dopo quattordici mesi di ospedalizzazione, diciassette interventi chirurgici, ma soprattutto una completa conversione del cuore, Kim vive in Canada – oggi sposa e madre di famiglia. Poche settimane fa è stata a Parigi in occasione della presentazione del suo libro, Sauvée de l’enfer [Salvata dall’inferno, N.d.T.], e Aleteia ha potuto incontrarla.

«Perché io?»

Depressa, sofferente a fior di pelle (in tutti i sensi dell’espressione), la bimba e poi la giovane donna rincorre una ragione di vivere e una risposta alla sua domanda lancinante: «Perché io? Perché tanta sofferenza? E continuamente!». Cresciuta nel caodaismo, una religione sincretismo sviluppatasi in Vietnam negli anni ’20 del XX secolo, la fanciulla cercò la pace attraverso la religione, la famiglia e la scuola, ma invano. Meditò allora di porre fine ai suoi giorni, nella speranza di terminare insieme con la propria esistenza terrena anche le sue sofferenze, fisiche e morali.

Ero perduta: il napalm non mi aveva uccisa, ma c’è mancato poco che lo facessero l’ira e l’amarezza. Non trovando alcuna soluzione a questa ricerca, finii per andare nella biblioteca di Saïgon, dove ho cercato tutti i libri immaginabili.

All’età di 19 anni fece un incontro determinante:

Mi sono imbattuta nel Nuovo Testamento. Un libro diverso dagli altri: più lo leggevo, più mi sorgevano dentro delle domande.

Incappò poi in un versetto del Vangelo secondo Giovanni: «Io sono la Via, la Verità e la Vita; nessuno va al Padre senza passare per mezzo di me» (Gv 14,6). E non fu più la stessa.

«Che choc!», esclama. Il giorno di Natale del 1982 entrò in una chiesa. Il messaggio del presidente dell’assemblea la colpì come un colpo di frusta:

Diceva che Dio era morto sulla croce per espiare i nostri peccati, e che se aprissimo il nostro cuore e l’accettassimo come il nostro salvatore personale, egli ci avrebbe sgravati dai nostri fardelli e ci avrebbe dato la pace. Ecco, proprio quello! Io cercavo la pace e portavo un fardello troppo più pesante di quanto le spalle di una bambina potessero sopportare. Mi sono convertita al cristianesimo.

Uno sconvolgimento mica da poco, nella sua vita. Cominciò allora a provare pace e gioia:

In quel momento compresi che quelle bombe mi avevano portata a Dio. Non posso tornare indietro nel tempo, e oggi sono riconoscente di tutto quanto mi è accaduto. So che quando morirò andrò in Cielo.

Il lento cammino del perdono

Eppure la transizione non è stata semplice. L’odio che invadeva il cuore della giovane donna non è certo scomparso in un batter d’occhio.

Non potevo più vivere così, ma da principio mi veniva impossibile perdonare. Mi sono detta che avrei fatto del mio meglio. In primo luogo, ho cessato di domandarmi “perché” e ho chiesto  a Dio di aiutarmi. Mi sono affidata a lui perché sapevo che poteva compiere l’impossibile. Ho imparato a diventare una persona positiva e a dire no ai pensieri negativi. Avevo la lista di tutti i miei nemici, che maledicevo: divenne la lista delle mie preghiere. Più pregavo per i miei nemici, per coloro che erano la causa delle mie sofferenze, meno soffrivo. Il mio cuore è stato liberato e ho sentito come il paradiso in terra.

Oggi, se le sue cicatrici continuano ancora a farla soffrire, il suo cuore invece è completamente guarito, ed è – come le piace ripetere – “pieno di gratitudine”.

Nel 1966, durante una conferenza a Washington, Kim incontrò John Plummer, l’uomo che ha coordinato l’attacco al napalm nel suo villaggio.

Ho imparato a perdonare, ma il vero test che mostrò il cambiamento del mio cuore fu quel giorno a Washington. Piangeva come un bambino: «Mi perdona?». Gli ho risposto: «Sì, la perdono, è per questo che sono qui». Ci siamo presi fra le braccia e abbiamo pianto. Tre ore più tardi, abbiamo conversato più a lungo in albergo. È stato un vero sollievo per ognuno di noi, e una vera riconciliazione. Oggi preghiamo l’uno per l’altra.

Le sue cicatrici marchiano il corpo come un memoriale:

Mi ricordano quante benedizioni ho ricevuto: sono sempre in vita e posso condividere la mia storia, laddove tanti altri bambini sono morti.

Il suo Leitmotiv?

Non possiamo cambiare la storia, ma cerchiamo di promuovere la pace.

Oggi è Ambasciatrice di Buona Volontà dell’Unesco, e nel 1977 ha creato la Kim Phuc Foundation:

È un onore e un privilegio, poter aiutare le persone. Adesso vorrei restituire quel che mi hanno dato e invitare gli altri a riconciliarsi.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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