Analisi della vocazione morale dell'essere umano alla luce dell'Ottavo Comandamento della Legge di Dio
Analisi della vocazione morale dell’essere umano alla luce dell’Ottavo Comandamento della Legge di DioL’Ottavo Comandamento della Legge di Dio ci rimanda a quello che sta scritto nell’Antico Testamento, “Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo” (Esodo 20, 16), e ci fa ricordare anche quello che Gesù ci dice in Matteo: “Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti” (Matteo 5, 33).
Questo comandamento proibisce di mentire e di falsificare la verità. Il divieto morale deriva dalla vocazione che ogni cristiano deve avere come testimone di Dio, che è la Verità. Le offese contro questo comandamento si esprimono mediante parole, atti o omissioni.
L’essere umano tende naturalmente alla verità, che rappresenta la sua base. L’essenza dell’essere umano è positiva, tende al bene. È spiegato nel Vangelo di Matteo, in cui Gesù dice: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Matteo 5, 37).
E allora sorge il dubbio: esistono le “bugie bianche”, cioè quelle che non fanno male a nessuno? Io dico di no. Non esiste una bugia bianca, perché sarebbe falsare la realtà: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no”.
Ricordiamoci, però, che nessuno è obbligato a rivelare la verità a chi non ha il diritto di conoscerla. Non abbiamo quindi il dovere di dire la verità a tutti, ma il dovere di non mentire. Di fronte a una persona che non ha nulla a che vedere con la questione, quindi, possiamo benissimo dire “No, non lo dico”.
Le persone non possono vivere in società se manca la fiducia reciproca, se la verità non è qualcosa di comune. Questa virtù sviluppa la fiducia. Per questo, la veridicità di quello di cui si parla è fondamentale, implicando verità e discrezione.
Il discepolo di Cristo deve accettare di vivere nella verità. Come dice San Giovanni, “Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità” (1 Giovanni 1, 6).
Un altro passo è quello in cui Pilato, davanti a Gesù, si è lavato le mani. Questo atto è una bugia, una bugia bianca, perché non si è compromesso. Sapeva la verità, ma ha avuto paura. È chiaro che Nostro Signore stesso ha detto “Chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande”, ma lui è stato connivente.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice: “Per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità” (Giovanni 18, 37). Il cristiano non si può vergognare di testimoniare il Signore quando è necessario offrire la dichiarazione di fede – quando deve dire la verità -, perché questa dev’essere detta sempre (2 Timoteo 1, 8). Se siamo discepoli, dobbiamo configurarci a Gesù, perché Egli è la verità.
Dobbiamo essere esenti dalla menzogna, come ci dice San Paolo nella Lettera agli Efesini: “Bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo; perché siamo membra gli uni degli altri” (Efesini 4, 25).
Il padre della menzogna è il diavolo. È stato Gesù a dire: “Voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna” (Giovanni 8, 44).
Il testo petrino è più esplicito e ci mostra che la menzogna non può avere spazio, perché come dice San Pietro dev’essere “deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza” (1 Pietro 2, 1). Per ora fermiamoci qui. Nel prosieguo di questo articolo parleremo delle offese alla verità.
