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Quei giorni alla fraternità di Romena: così Simone Cristicchi ha riscoperto la fede

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Il cantautore nel suo ultimo libro parla dell’incontro con Don Luigi Verdi. “Come lui, io ho sempre pensato che la fede debba esprimersi attraverso gesti e opere concrete”

C’è un luogo nella vita di Simone Cristicchi che ha saputo fargli riscoprire quel desiderio di spiritualità che per anni è rimasto socchiuso. Stiamo parlando della fraternità di Romena, in Toscana. Sarà da lì che ripartiranno le domande su Dio e sulla propria fede che segneranno la vita e la carriera del cantautore.

Se ne parla nel libro Abbi cura di me” (edizioni San Paolo), a cura di Simone Cristicchi e Massimo Orlandi.

Simone partecipa a uno degli incontri che periodicamente vengono organizzati da quella realtà, un porto di terra ancorato alla bellezza nuda di una pieve romanica, nel verde del Casentino, a un’ora di macchina da Firenze.

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I dubbi di Simone

È il settembre del 2016, il cantautore accoglie la proposta di getto, anche se si lascia però accompagnare da qualche diffidenza: teme di trovarsi in una realtà cattolica formattata sui modelli che lo hanno reso scettico in passato di fronte alla dottrina cattolica, cioè, dice Orlandi, basati sulla pretesa di risolvere e chiudere con i dogmi della fede ogni partita con il mistero di vivere.

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“L’abbraccio vigoroso e sincero delle persone”

Il timore si dissolve sin dal primo approccio. Romena si presenta subito come un luogo aperto, frequentato da un’umanità larga, da persone che vengono dai percorsi di vita e di fede più diversi, che non hanno bisogno di convergere, ma solo di camminare e sperare insieme. È anche un luogo che, attraverso le ferite di molti suoi viandanti, esprime, paradossalmente, la forza della vita, che sta nell’ammissione della sua fragilità.

«Di Romena – dice Simone – mi è piaciuto subito tutto: l’abbraccio vigoroso e sincero delle persone, la bellezza commovente del luogo, l’autenticità di ogni contatto umano, la libertà che ho respirato. È stato il primo posto nel quale ho sentito concretamente quell’armonia tra spirito e materia che stavo cercando».

Don Gigi

La fraternità, si legge in “Abbi cura di me”, è nata nel 1991 per riprendere l’antica missione della pieve e diventare un punto di sosta per i viandanti di questo tempo, le cui navi sono spesso acciaccate per la fatica di vivere in un mondo accelerato. Come gli antichi pellegrini, passando di là, trovavano un luogo dove fermarsi, rifocillarsi e ripartire, così oggi Romena offre uno spazio dove ciascuno possa appoggiare le proprie fatiche, respirare e ritrovarsi per continuare il cammino nella vita.

“La concretezza della sua missione”

Simone conosce un prete che segna per sempre il suo percorso spirituale: Don Luigi Verdi. Gigi come lo chiamano lì, esprime appieno lo stile della realtà che ha fondato nel 1991 e che continua a guidare: è una persona dall’approccio immediato, senza fronzoli, ma profonda, sensibile, acuta.

«Gigi – prosegue il cantautore – mi ha subito, positivamente, sconvolto. Ero abituato a preti più istituzionali, lui invece si è presentato in questo modo dirompente, fresco, entusiasta. Finalmente, mi sono detto, un religioso che non si sente un Padreterno, ma che si mette davanti al mistero con umiltà. E ho subito ammirato anche la concretezza della sua missione: Gigi dona tutto sé stesso perché tante persone ferite dalla vita trovino respiro e speranza. Io ho sempre pensato che la fede debba esprimersi in questo modo: attraverso gesti e opere concrete».

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I ritorni a Romena

Dopo quella prima visita Simone torna a Romena. Torna spesso. Non gli era mai successo di potersi sentire così bene in uno spazio legato a un cammino religioso. Nelle persone che frequentano la Fraternità, Simone sente la sua stessa sete di ricerca, in chi la guida una grande disponibilità all’ascolto. Don Luigi sostiene che le risposte immobilizzano e che solo le domande possono far crescere e camminare. E Simone viene qui proprio per questo. Per abitare le proprie domande.

Il richiamo della luce

Spesso si sofferma in silenzio dentro la pieve. Indugia su quella arenaria grezza e nuda, che invita a spogliarsi di sé, a essere semplicemente ciò che si è, e capisce che la scintilla di Romena è proprio lì dentro, consiste nell’invito a rimettere al centro della vita ciò che conta.

Simone consegna alla pieve la sua rabbia soffocata, la invita a mescolarsi con quell’aria antica che sembra capace di sopportare tutto, addirittura di nutrirsi di quelle ferite: la perdita del padre da giovanissimo, la malattia della madre, qualche anno fa.

E mentre indugia con lo sguardo sui chiaroscuri che disegnano quello spazio, si rende conto che anche l’ombra più nera non resiste al richiamo della luce.

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