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Paura di sposarsi? Liberi si diventa amando l’altro!

Paul Habsburg - pubblicato il 12/11/19

Nella universale ricerca di libertà – che tocca ciascuno di noi – sono numerosi quelli che hanno paura di impegnarsi nel matrimonio, poiché c’è una forte confusione tra la “piccola libertà” – quella che si vuole tenere stretti a sé – e la vera libertà di darsi agli altri. È rinunciando a questa concezione depauperata della libertà che si diventa veramente liberi e, di conseguenza, veramente felici.

Da dove viene, in alcuni uomini, la paura di sposarsi? Forse che manifesta il dubbio dell’amore dell’altro o la paura di impegnarsi? Io credo piuttosto che esista in fondo all’uomo una paura un po’ vaga di perdere la libertà, il comfort, l’indipendenza e conseguentemente la possibilità di controllare la propria felicità. Se scrivo che questa paura è “un po’ vaga” è perché credo che ci sia una confusione soggiacente alla buona comprensione della libertà. A causa di ciò, spesso facciamo errori nella nostre ricerca di libertà.




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Bilbo, lo hobbit di J.R.R. Tolkien, potrebbe forse aiutarci a superare questo malinteso. Come ogni buon hobbit, Bilbo Baggins ama il comfort e la vita semplice: vuole custodire la propria libertà. Adora sedersi davanti al caminetto e sorseggiare il proprio tè. Il corso della sua storia, invece, lo obbligherà a uscire dalla comfort zone. Presto gli si presenterà l’occasione di diventare un eroe. In fondo al suo cuore, egli aveva sempre saputo che questa opzione esisteva. Quel che però fino ad allora lo aveva sempre trattenuto dall’ideale era la paura di perdere la sua indipendenza. Eppure, è rinunciando a quella falsa libertà – apparente fonte di felicità – che egli diventa veramente libero e, conseguentemente, veramente felice.




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Da sempre l’uomo sogna di essere libero. Dalla torre di Babele, segno della follia degli uomini che vogliono liberarsi di Dio, passando per Lutero, che proclama la libertà del cristiano affrancandosi dalle regole della Chiesa, fino a Woodstock, che si vuole espressione assoluta della libertà da ogni morale. La ricerca della libertà ci ha spesso condotti a perderci. Non è sempre in nome della libertà che l’uomo si droga, che supera i limiti di velocità per strada, che abbandona il coniuge, che si allontana da Dio?


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E invece la libertà è al cuore della vita cristiana. Senza libertà non c’è fiducia, e neppure può darsi una scelta definitiva per l’altro. Niente servizio gratuito, niente possibilità di dare la vita per l’altro, niente perdono del nemico, niente consolazione o compassione verso chi nulla può rendere in cambio… Insomma, senza libertà non c’è amore, non c’è dono di sé.




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Quando la libertà è vissuta come un diritto assoluto, come una “libertà di”, un’assenza di ogni limitazione, essa diventa allora potenzialmente distruttiva. Ci precipita nell’inumanità, ci riduce alla legge del più forte o anche a profonde ingiustizie – più grandi che fra i bruti. Con le sue guerre mondiali, i suoi genocidî e i suoi campi di sterminio, il XX secolo funge da terribile didascalia di questo assunto.




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D’altro canto, quando consideriamo la libertà come una “libertà per”, dunque come la condizione necessaria per potersi donare, allora essa diventa più abbordabile e più umile. Salva vite, cambia il corso della storia con la tenerezza, crea una società di autentica pace e di giustizia. Nella lettera ai Galati, san Paolo ci propone questa riflessione:

Sapete che fu a causa di una malattia del corpo che vi annunziai la prima volta il vangelo; e quella che nella mia carne era per voi una prova non l’avete disprezzata né respinta, ma al contrario mi avete accolto come un angelo di Dio, come Cristo Gesù.

Gal 4,13-14

L’ex-Saul ha potuto toccare con mano il tema della libertà. Quando sulla via di Damasco (At 9) incontra Gesù risorto e cade a terra accecato, ha la possibilità di utilizzare la propria libertà per incaponirsi e restare indipendente seguendo “la sua strada”… o rischiare tutto per seguire un cammino non più sotto il suo controllo. San Paolo ha compreso che la libertà non è per l’egoismo, ma che al contrario essa è destinata a servire gli altri, per imparare a donarsi, per dare a Dio il proprio “sì”.

La “piccola libertà”

Torniamo ai contemporanei della nostra epoca. A quelli che talvolta possono avere una certa paura di perdere la loro libertà. Certo, chi s’impegna non può più fare alcune delle cose che faceva prima. Questo significa che non è più libero di fare tutto quel che ha voglia di fare. Eppure è davvero questo il tipo di libertà a cui l’uomo profondamente aspira? Non cerca forse qualcosa di più grande e di più nobile? Pensiamo agli eroi delle grandi storie! No, al contrario, chi non osa mai andare più lontano offrendo la propria libertà assoluta resterà su un livello di gioia decisamente superficiale. Dovrà restare nella immediata soddisfazione dei suoi bisogni, senza mai toccare la pienezza umana a cui il Creatore ci ha destinati.




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A mio avviso, questa “piccola libertà” – come amo chiamarla –, quella in cui ci si sacrifica per l’altro, non è in alcun modo paragonabile a quanto si ottiene in cambio. A cominciare dalla scoperta della “grande libertà” a due. Restiamo sul piano di immagini semplici: un ballerino può danzare da solo… ma quando balla con una brava ballerina non è più la stessa cosa. In senso generale, ogni tipo di gioia condivisa, come un’alba in alta montagna, non è soltanto più intensa, vissuta in due, ma giunge a toccare in noi una fibra che ci innalza a una pienezza mai conosciuta prima.




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La ragione di questo fenomeno si trova in quel manuale d’istruzioni dell’uomo noto come “La Bibbia”:

Il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo. Voglio fargli un aiuto che gli somigli»

Gen 2,18

Come Dio, l’uomo è un essere relazionale ed è fatto per il dono di sé. Nel corso della sua vita, egli è sempre in relazione con altre libertà, pure quando è solo. Conseguentemente, non ha senso pensare di conseguire una vera libertà senza prendere in considerazione quella degli altri. Papa Benedetto XVI diceva che «solo una libertà condivisa è una libertà umana; è stando insieme che possiamo entrare nella sinfonia della libertà». Nella misura in cui l’uomo impara a rischiare la propria libertà, a donarsi senza cercare sé stesso, egli diventa veramente libero.




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E per questo, il matrimonio è la migliore piattaforma – quando lo si comprende non come un punto di arrivo, uno stato di felicità perfetta, ma come un blocco di partenza sul circuito dell’arte di amare, di vivere. Io sono figlio di una coppia che mette voglia di impegnarsi per la vita perché fa credere nell’amore. I miei genitori hanno vissuto un cammino d’amore semplice ma bello, piastrellato di molte libere scelte di mutue donazioni, di attese dell’altro, di momenti d’accoglienza. E sono testimone di centinaia di coppie che hanno scoperto la differenza tra “libertà di” e “libertà per”.




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Ecco perché è importante impegnarsi in via stabile, per non disertare alle prime difficoltà (le quali arrivano sempre). Senza la stabilità del vincolo matrimoniale, non si potranno scoprire le risorse a riposo dentro di noi. Si resterà come tanti piccoli hobbit davanti al caminetto: si conosceranno avventure soltanto tramite libri o videogiochi. Chi si sposa non avrà più bisogno di un videogioco… Comincia la più grande avventura della sua vita, un’avventura concepita e accompagnata dal più grande artista di tutti i tempi.




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PS: Sapete qual è la frase che Dio ripete più spesso nella Bibbia? «Non avere paura». Qualcuno ha contato le ricorrenze nel numero di 365, dunque di una per ogni giorno dell’anno solare. Anche se forse la cifra non è esatta, è certo che questa è la frase che torna più volte. Questo deve bastarci per dare fiducia al progetto dell’uomo, e ancor più a quello della coppia, perché per Dio è il più importante. È qui che questa frase trova tutto il suo senso. E dunque non abbiate paura di donarvi, di impegnarvi. Non abbiate paura di sacrificare la vostra “libertà di” e di apprendere l’arte della “libertà per”. L’uomo è fatto per il dono. Un dono che deve tornare a scegliere ogni giorno.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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