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Suor Fulvia: la Parola è seme che matura per la forza che gli ha impresso Dio (VIDEO)

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Seconda catechesi del capitolo generale Monastero WiFi del 19 ottobre. Il Padre è certo della bontà del seme e anche di quella del terreno.

Suor Fulvia Sieni è una monaca di clausura agostiniana che chi ha partecipato al primo capitolo generale del monastero WiFi già conosce, ed è la voce della seconda catechesi in programma al secondo capitolo, il 19 ottobre scorso.

Il seme della Parola di Dio è stato gettato? Ora il seme matura: in quali modi, in quali tempi?

A lei tocca una riflessione direi quasi “gestazionale”; il seme, nascosto, si sviluppa irresistibilmente secondo la propria forza vitale, capace di far nascere un intero albero, da un embrione di paternità divina invisibile agli occhi. A pensarci ora e  paragonando le due riflessioni, la catechesi di Padre Maurizio mi sembra più legata al concepimento, al far arrivare il seme nell’ambiente adatto in cui può iniziare la sua vita. La Parola seminata è quella che porta con sè, integro, il patrimonio genetico divino. E se il procedere del discorso di Padre Maurizio era simile ad una freccia, scoccata con forza e precisione che arriva e si conficca dove deve arrivare, questa meditazione è più femminile, sembra concentrica, progressiva, sembra procedere per accumulo e crescita. Sembra una gravidanza, ecco. Nascosta e imperterrita nel suo incedere, tumultuosa e sfuggente. Magnifica nel suo esito, totalmente nuovo. Un uomo che prima non esisteva ora c’è e imparerà pure a camminare.

Leggi anche: Padre Maurizio Botta: “Io sono stanco della parola Vangelo!” (VIDEO)

Ma non voglio inguaiarvi con la metafora della metafora. Vorrei solo accompagnarvi a gustare la bellezza di questa catechesi perché ne usciate anche voi, dopo esserci passati attraverso, nutriti e irrobustiti.

“La metafora del seme mi sembra potentissima”, inizia con un sorriso e uno sguardo che abbraccia tutta la Basilica di San Paolo Flm la giovane agostiniana.

E il primo seme a cui pensa e ci invita a pensare è proprio l’Apostolo delle genti, decapitato per Cristo e sepolto per i cristiani in questa terra.

intanto mi faceva effetto entrare in questa basilica, la più bella del mondo, e guardare immediatamente a un seme, quest’omo sepolto nella terra di Roma che è san Paolo. Quando la Chiesa ci dice che il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, sta dicendo che questa gente sono persone concrete che hanno dato la vita perché noi ricevessimo la fede.

Lo abbiamo sentito dire tante volte, credo, ma oggi nel riascoltare e nel riflettere sulle parole di Suor Fulvia ho accusato il colpo. Significa che alcune persone (innumerevoli) muoiono perché non vogliono soffocare la notizia del Regno di Dio, perché non vogliono che venga seppellita, perché la amano al punto che le si può sacrificare la vita. Il martire continua a diffondere il Vangelo di Cristo fino alla fine della storia, senza muoversi da dove è stato sepolto.

Suor Fulvia fa subito presente che, anche grazie al nostro servizio di diretta Facebook dell’evento, ci sono tante persone da diverse carceri in Italia che ci seguono. Anche questa notizia è buona ed è da propagare:  fratelli come noi, che hanno peccato magari più di noi, diciamo in maniera più eclatante, ma che come noi cercano il Signore e “possano sperimentare questa dinamica del seme, qualcosa di nascosto, compresso nella terra che può portare frutto e germinare”.

Del seme Gesù parla tanto spesso, prosegue. Lo usa in diversi passi del Vangelo perché “Gesù sa che cos’è un seme. Lui c’era al momento della Creazione”. Per questo può dire della Parola di Dio che è seme e dei figli del Regno che sono seme.

Come Suor Fulvia nemmeno io ho fatto studi di biologia, ma comprendo il suo entusiasmo nel presentarci ciò che le hanno detto dei semi. Mi ricordo un libro per bambini che le mie figlie prendevano ogni tanto dalla biblioteca del paese dove venivano raccontati i diversi tipi di semi. I giri che facevano, alcuni per centinaia di chilometri, i lunghi anni silenti e poi l’albero. Un esito spropositato. Il seme della sequoia ad esempio è piccolissimo e la sequoia è l’albero più grande del mondo e può vivere fino a 2200 anni.

Ma sentiamo cosa dice invece Cristo del seme.

I semi vengono ritenuti da chi se ne intende “intelligenti”. Tutte le piante da seme producono un seme e il seme contiene un embrione – non sapevo questa cosa, ho visto un po’ di pance in giro qua- protetto da una parte un po’ più rigida che contiene sostanze nutritive che nutrono l’embrione in tempo di dormienza, finché il seme umidificato, bagnato, scaldato possa germinare. Ora Gesù questa cosa la sapeva…

Se siamo appassionati di Gesù che parla, di quel che dice e magari ripete tante volte dobbiamo ricordarci che l’immagine del seme l’ha scelta. 

Gesù sa che quando dice “la parola di Dio è seme e i figli del regno sono seme” sta dicendo che c’è una parte viva che attende di germinare, di fiorire.

Siamo al punto cruciale, al giro della morte delle nostre convinzioni di bravi cristiani, dove la nostra preoccupazione è quasi tutta in quel “quanto dobbiamo sforzarci noi di essere bravi” e cristiani è come un accidente in chiave. Conta il nostro sforzo, il fare attivamente qualcosa noi che ci porti allo scopo. Se pensiamo invece a come sparge il seme Dio! Lo butta dappertutto, non sembra un coltivatore tanto evoluto, né particolarmente oculato. Ma ancora non abbiamo capito la forza del seme né quella del terreno. E meno ancora cosa succede al terreno e al seme senza che noi ci sforziamo più di tanto.

Benedetto XVI, continua Suor Fulvia, commentando queste parabole, diceva che Dio, cioè l’agricoltore della parabola, ha fiducia nella forza del seme e nella bontà del terreno, per questo semina dappertutto, lo butta pure sulla strada e tra i sassi.

Confessiamo i nostri segreti pensieri di bambini ligi alla frequenza del catechismo; non capitava anche a voi da piccini di pensare che forse questa tecnica di distribuzione del seme fosse poco avveduta?

Ma non è del tutto colpa nostra! Suor Fulvia ci viene in soccorso:

Noi veniamo da una cultura che sfrutta l’agricoltura al massimo, per questo non butteremmo mai i semi così ma solo nei solchetti già scavati dall’aratro. Ma in antichità e anche nei popoli dei nativi americani non funzionava come da noi che prima si ara, si rivolta la terra e poi si getta il seme; ma ai tempi di Gesù funzionava a rovescio. Prima si buttava il seme, poi si rivoltava la terra.

Ci sta dicendo che la nostra vita verrà lavorata. La nostra terra, con dentro il seme della Parola, sarà rovesciata, rivoltata, spezzata, resa adatta alla maturazione e alla crescita del seme.

Non ci sta dicendo “sforzatevi di diventare terreno buono”! Sta dicendo un’altra cosa, la solita, in realtà: che fa Lui, che ci pensa Lui!

Sta dicendo guarda che “io getto il seme nella terra della tua vita che poi verrà lavorata; tutto ciò che ti accade, la vita stessa  ti lavora. Lavora la terra del campo che sei tu”.

Terra, seme, agricoltore: tutti faranno il loro mestiere. L’annuncio bello è che il seme lo butta comunque perché tu sei in ogni caso terra buona, perché ti ha fatto Dio.

Leggi anche: La parola di Dio va compresa: va presa con noi dentro ogni circostanza

San Paolo dice che dobbiamo maturare fino alla pienezza di Cristo. Allora è questo il seme! La vita di Cristo in noi.

Come già aveva fatto al primo capitolo, Suor Fulvia ci invita ad attingere alla sapienza della Chiesa, a quello che ha detto e dice. Studiamo i documenti che il Magistero ci offre. Il 30 settembre il Santo Padre ha donato a tutto il popolo cristiano la lettera apostolica Aperuit illis. C’è una cosa che dice proprio riguardo agli effetti della Parola su di noi, i chiamati, i battezzati. “La Bibbia è il libro del popolo del Signore che nel suo ascolto passa dalla dispersione all’unità”.

La parola di Dio unisce. Siamo proprio in tema di monachesimo allora: non tendiamo, non aneliamo all’unitarietà delle nostre vite, all’integrità di tutto il nostro io? Ecco a cosa serve allora la Parola.

Chi è mamma o papà (più mamma direi) sa quanto sia importante parlare al proprio figlio. Rivolgendoci a lui con la parola gli restituiamo l’identità di essere il tu di qualcun’altro. Noi parliamo ai nostri figli perché li amiamo. E perché, Dio no? Ecco perché non poteva non parlarci. Siamo un popolo già costituito.

Papa Francesco ha anche istituito la domenica della Parola, la terza del tempo ordinario. Chi non ha almeno un amico (come l’amico per cui si fanno domande imbarazzanti. cioè noi stessi!) che ha borbottato e si è lamentato per questa “trovata”?

Ma il Papa ha spiegato il senso: non è una domenica all’anno, ma una per tutto l’anno. La Parola ci costituisce popolo e non ci fa male ricordarlo.

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