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“Venite, è pronto”. E’ Dio stesso che ci vuole a cena. Anche noi decliniamo l’invito?

POVERTA'
Di hikrcn - Shutterstock
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Come sempre Gesù ci parla in parabole: in questa il rapporto con il Padre è rappresentato da un meraviglioso banchetto a cui siamo espressamente e personalmente invitati. Facciamo anche noi come i primi che accampano mille scuse, che mettono davanti al rapporto con Dio altre priorità? Meglio essere come i ciechi, gli storpi e i miseri che vengono spinti nella sala imbandita, perché ogni posto sia occupato.

In quel tempo, uno dei commensali disse a Gesù: «Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio!».
Gesù rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti.
All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, è pronto.
Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato.
Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato.
Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al padrone. Allora il padrone di casa, irritato, disse al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi.
Il servo disse: Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto.
Il padrone allora disse al servo: Esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare, perché la mia casa si riempia.
Perché vi dico: Nessuno di quegli uomini che erano stati invitati assaggerà la mia cena». (Luca 14,15-24)

La potenza dei racconti di Gesù è tale che chi lo ascolta non si sente mai tagliato fuori dai suoi esempi. E il suo scopo è esattamente quello di spingere chi lo ascolta ad assumersi la propria responsabilità, la propria fetta di libertà e di scelta. Nel vangelo di oggi Gesù sembra fotografare una situazione che è sempre attuale.

È la situazione in cui la vita prende talmente tanto il sopravvento su di noi da considerare Dio come un invito a cena a cui si può mancare: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, è pronto. Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire». Sembra ci sia sempre una buona scusa per declinare l’invito di Dio.

Ma la questione della fede non è, come ci vogliono far credere, una questione di gusti personali come lo sport, il passatempo e gli hobby. Finché la fede rimane relegata alla sfera intimistica della gente, si può anche capire come ci sono questioni più serie nella vita a cui dare la precedenza. Ma se la questione della fede è la questione del senso della vita stessa, allora non c’è nulla che possa avere la precedenza su di essa. Infatti in gioco non è assecondare un gusto personale, ma rispondere per quale motivo vale o no la pena vivere. Ma la storia che racconta Gesù non si ferma a constatare un rifiuto. Quel uomo che aveva preparato la cena manda i suoi servi a fare entrare nella sua casa quelli che apparentemente non erano stati invitati. Li spinge, li invita, gli fa spazio, ne chiama più che può «perché vi dico: Nessuno di quegli uomini che erano stati invitati assaggerà la mia cena». Ecco perché solitamente sono i lontani, gli scartati, gli ultimi i prediletti di Dio, perché solo un disperato può capire seriamente la grande questione della speranza. Chi sta bene rischia spesso di prendere la questione sottogamba.

#dalvangelodioggi

QUI IL LINK AL POST ORIGINALE PUBBLICATO DA DON LUIGI MARIA EPICOCO

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