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Il tuo Dio ti vuole sempre efficiente? Non è quel che credi

WONDER
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C’è un motto che presiede e guida le nostre anime e la nostra società: “tu vali a seconda di quanto produci”. A generare questa visione riduttiva e per certi versi malsana della vita è stata la cultura dell’efficienza, che pervade ormai ogni ambito della società. Il motto può anche essere declinato: tu sei qualcuno se stai sempre sul pezzo; tu vivi davvero se ti metti alla guida di questo treno in corsa, che ti vuole far visitare più posti possibili; tu potrai ricevere davvero stima se produci e moltiplichi. In una parola: il tuo valore dipende da quanto sei efficiente. Niente spazio per la riflessione, il silenzio, la pausa, le fragilità. Corri, e porta frutto!

Siamo in presenza di un criterio che, poco o molto, rischia di inquinare il nostro spirito, di ridurre gli spazi umani, di produrre generazioni di persone super-eccitate, mai a contatto con se stesse, risucchiate dalla frenesia. Papa Francesco ha affermato che “Dobbiamo pensare anche alla sana cultura dell’ozio, di saper riposare”.

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Questo imperativo che ci spinge a produrre e ottenere sempre risultati ottimali condiziona e coinvolge anche la fede, fino a generare l’immagine di un Dio dell’efficienza. Un Dio che esige prestazioni perfette e una produzione ininterrotta di opere buone, e che ci giudica a seconda del risultato che siamo capaci di portare a casa. Chi ha questa immagine di Dio eccede in attività di per sé meritevoli, ma questo eccedere è eccessivo. Lo zelo profuso per questa o quell’altra attività è alimentato dall’idea che “in questo modo si fa la volontà di Dio” o che “bisogna portare la propria croce”. In fondo, si tratta di fare il bene, ma di fare il bene senza misura.

Ci sono persone che, per questo motivo, arrivano a lavorare sempre, a impegnarsi al massimo, a non staccare mai, senza riuscire a integrare l’idea del riposo nella loro vita. Ciò ha trovato riscontro, talvolta, nella dottrina dell’espiazione e nell’idea che Dio “dona a ciascuno secondo quanto gli spetta”. Secondo lo psicanalista Erikson, ciò può essere inculcato sin dall’infanzia, ad esempio quando si instaura un modello educativo fondato sul baratto: un riconoscimento, un complimento, un premio, un giocattolo, ma “solo se hai fatto il bravo”, cioè se hai fatto il tuo dovere.

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Persone che maturano un’immagine del Dio dell’efficienza sono o possono diventare esauste; esse ruotano eccessivamente intorno al proprio lavoro, al proprio successo, alla propria immagine, cercando disperatamente una conferma del proprio lavoro in questo esagerato gettarsi nelle cose da fare; il bisogno di dare continuamente prova della propria efficienza è, secondo Henri Nouwen, una strada di esaurimento, una sorgente torbida che prosciuga le energie della vita.

Generalmente, queste persone vivono anche la pressione delle attese, la paura della concorrenza altrui, la necessità di tenere tutto sotto controllo – perfino le proprie emozioni – perché non ci siano sbavature nel risultato finale. A volte, tale idea genera quella forma di altruismo che, invece di essere una buona e vera carità cristiana, diventa una corsa sfrenata nell’attivismo: fare molto, fare meglio, fare tutto!

Tante volte questa immagine è rafforzata da una lettura sacrificale della redenzione di Gesù: Lui si è sacrificato così tanto per te e tu non fai niente per lui.

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Il figlio minore della parabola del Padre Misericordioso valuta sul criterio dell’efficienza la sua relazione col Padre. Sulla strada verso casa, egli “si fa i conti”: gli dirò che ho sbagliato e che, casomai, potrei almeno essere servo se non merito più di essere suo figlio. Ma il Padre della parabola non attende che egli si giustifichi e faccia il rendiconto dei suoi risultati fallimentari; non lo fa neanche parlare e gli corre incontro per abbracciarlo. Con questa parabola, Gesù distrugge l’immagine di un Dio-padrone, che misura severamente sulla bilancia i nostri demeriti e centellina il Suo amore per noi, invitandoci ad ascoltare la voce interiore che ci spinge, anche in mezzo alle attività e ai fallimenti, a rientrare in noi stessi, ritornare a Lui con tutto il cuore e goderci prima la gioia della casa e dell’amore, poi tutto il resto.

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In tanti momenti, Gesù sfida il mito dell’efficienza. Quando vuole sfamare la folla e gli Apostoli – anche loro – “si fanno i conti”, Egli chiede di avere fiducia anche nei cinque pani e due pesci di un fanciullo. Il poco, speso, donato e condiviso con amore, si moltiplica molto più che un estenuante lavoro portato avanti con scrupolo, rigidità e ansia. Davanti a un albero che da tre anni non porta frutto, una delle sue parabole più belle ci insegna che Dio non guarda immediatamente ai risultati prodotti, ma offre con pazienza e magnanimità un altro anno, un tempo supplementare in cui Lui stesso si prende cura del nostro terreno e lo concima.

A Betania, il dolce rimprovero che Gesù rivolge a Marta non è per disprezzare il valore dei servizi e delle attività, ma per ricordare a lei e a noi che se siamo affannati e preoccupati solo delle cose da fare, ci perdiamo la parte migliore, cioè la gioia dell’incontro con il Signore e il gusto delle Sue parole.

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Francesco Cosentino, sacerdote calabrese, è docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana e officiale della Congregazione per il clero. Tra le sue pubblicazioni recenti: Immaginare Dio. Provocazioni postmoderne al cristianesimo (Cittadella, 2010); Il Dio in cammino. La rivelazione di Dio tra dono e chiamata (Tau, 2011); Sui sentieri di Dio. Mappe della nuova evangelizzazione (San Paolo, 2012); Incredulità (Cittadella, 2017).

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