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Il prete, un uomo “riservato a parte”. Scopriamo perché

©AFP PHOTO I POOL I Massimo Percossi

A newly ordained priest walks during a mass led by Pope Francis on May 7, 2017 at St Peter's basilica in Vatican. / AFP PHOTO / POOL / Massimo Percossi

Louis Manaranche - pubblicato il 04/11/19

Nell’esortazione apostolica “Pastores dabo vobis” [“Vi darò dei pastori” (Ger 3,15), N.d.T.], Papa Giovanni Paolo II spiega perché il prete è un “uomo messo a parte”. I preti, che molti cristiani ammirano, hanno risposto a una chiamata radicale al servizio della Chiesa, corpo di Cristo del quale tutti noi siamo membri.

I dibattiti che agitano fragorosamente il mondo cattolico attorno all’ordinazione di uomini sposati conducono a riflettere di nuovo sulla figura del prete. Un certo immaginario benevolo lo situava volentieri a mezza strada fra don Camillo e l’Abbi Pierre. L’attualità di questi ultimi anni ha invece messo in luce, da Marcial Maciel a Bernard Preynat, molte figure di preti corrotte e corruttrici, predatori che seminano all’intorno orrore e desolazione.

Stabilire buone distinzioni

È diventato allora difficile – al di fuori dei circoli cattolici impegnati – evocare serenamente i preti che hanno segnato positivamente la nostra vita di battezzati e che, giorno per giorno, restano fedeli al dono che hanno fatto di sé stessi a Dio e agli uomini. Il vecchio anticlericalismo rinasce dalle proprie ceneri, e non senza ragioni. Come Papa Francesco ha giustamente ricordato, si diffonde nella Chiesa un veleno mortale, che colloca la figura autorevole del prete su di un piedistallo e così facendo apre la porta alla “cultura dell’abuso”, impresa che può attaccare tanto la coscienza quanto il corpo del fedele, in particolare quello più fragile, e che lascia dietro di sé un cumulo di macerie.




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Conviene tuttavia stabilire delle distinzioni. La prima che viene alla mente non è la più feconda: si tratta dell’insopportabile richiamo statistico che cerca di isolare le pecore malate dalle pecore sane, e che enuncia delle verità perentorie sul numero esatto o approssimativo delle prime. Questo non è di alcun interesse, e si rivela anzi lesivo nei confronti delle vittime, che sono infinitamente tali anche se il prete aberrante fosse uno solo. Più utile l’evocazione dello scarto tra quel che è il sacerdozio ministeriale e quel che (a torto) si pensa che sia.

Il sacerdozio ministeriale

Tutti i cristiani sono, mediante il battesimo, detti “sacerdoti, re e profeti”. Figli di Dio e fratelli di Gesù Cristo, essi partecipano tutti, in primo luogo, alla sua natura sacerdotale, vale a dire di mediatori tra gli uomini e il Padre. Vale a dire che essi ricevono il mandato di annunciare attorno a sé l’Evangelo, mediante la parola e gli atti, che sono chiamati a esercitare a servizio della Chiesa e del mondo, come Cristo è stato Re – e cioè nell’umiltà.




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Tali tre funzioni strutturano il “sacerdozio battesimale”, che non può essere compreso fuori dalla sua stretta correlazione al “sacerdozio ministeriale”, quello dei preti. Giovanni Paolo II riassumeva così il ruolo di questi ultimi, nel 1999:

Il prete è un uomo “riservato a parte” per un servizio particolare.

Mediante l’ordinazione, il prete si mette effettivamente al servizio della comunità, ma proprio perché è identificato a Cristo capo, mentre i battezzati formano tutti insieme il Corpo di Cristo.

Non una funzione, bensì una chiamata radicale

Il servizio che il prete assicura, e in particolare la celebrazione della messa e l’assoluzione dei peccati nella confessione, non è una semplice funzione che la comunità gli chiederebbe di esercitare. È anche una chiamata al servizio – radicale, di tutti – ricevuta da Dio. Tale dono totale comporta segni esteriori esigenti, che valgono da forte pegno di garanzia. Giovanni Paolo II ne faceva la sintesi nel medesimo discorso:

Il celibato sacerdotale, la disciplina della preghiera, la semplicità di vita e l’abito ecclesiastico costituiscono segni evidenti del fatto che il sacerdote è un uomo “a parte” per il servizio del Vangelo.

Il Papa polacco cominciava dal celibato, che è al contempo un’ascesi dolorosa e un dono fatto alla Chiesa, pegno di una più intera disponibilità ma anche segno misterioso, nella vita ordinaria, del Regno di Dio in cui tutti sono «uno in Cristo», secondo l’espressione di san Paolo.

Controversie superate

Come centinaia di milioni di cristiani nel mondo, ho avuto la gioia di essere nutrito dell’Eucaristia, confessato, ascoltato, accompagnato da preti di cui ho ammirato il dono intero che fanno di sé stessi. Qualche volta ho potuto essere osservatore o confidente di quanto quel dono comportava come dolorosa rinuncia; ma anche della gioia comunicativa che ne sgorga. Non confondiamo il clericalismo – nel quale il prete, da umile figura di Cristo diventa quel padrone o quel guru che usurpa un posto che non gli compete – con un sano amore del sacerdozio. Siamo intransigenti con la libertà di coscienza, ma anche di parola e di stile nei nostri rapporti di laici rispetto ai preti.




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Non lasciamoci mai sedurre dall’illusione restaurazionista di un popolo sottomesso a un clero assertivo e autoritario, caricatura di una cristianità proiettata in mitologia. E non lasciamoci sedurre nemmeno da un tabula rasa che farebbe del prete, oggi celibe e forse domani sposato, un semplice intendente del culto, al servizio di comunità tutte orizzontali. Non inquiniamo con controversie sterili (che sono in realtà il vendicativo rigurgito di dispute degli anni ’70) il discernimento, i discorsi e le decisioni di Papa Francesco. E ringraziamo i preti fedeli.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

Tags:
celibatocelibato sacerdotalesan giovanni paolo ii
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