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Spiritualità
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Il tuo angelo è tuo amico, non tuo complice

Ponte Sant`Angelo

Viacheslav Lopatin | Shutterstock

padre Paulo Ricardo - pubblicato il 04/11/19

Il mese di ottobre, oltre ad essere dedicato al Santo Rosario, chiede anche una meditazione speciale sui Santi Angeli, perché il 2 ottobre si è celebrata la memoria dei Santi Angeli Custodi, e il 24 il calendario liturgico antico prevedeva una festa in onore di San Raffaele Arcangelo (ora trasferita, insieme alla memoria di San Gabriele e San Michele, al 29 settembre).

La riflessione sull’esistenza e sul ministero di questi spiriti è atemporale, ed è importante soprattutto per liberarsi dell’immagine distorta che li riguarda che, in tempi di confusione dottrinale come i nostri, tanti finiscono per crearsi.

Molto spesso nella letteratura riguardante questi grandi amici che Dio ha messo al nostro fianco manca coerenza, proprio perché manca la fede della Chiesa. Gli angeli, scollegati da una tradizione cristiana bimillenaria, diventano allora o una favola, perché si smette di credere in loro, o sono considerati “creature da compagnia”, “angioletti” che “addomestichiamo” con un nome e che possiamo perfino trasformare in una specie di “complici” delle nostre miserie.

Contro queste immagini sbagliate, è urgente ricorrere alla dottrina della Chiesa e a una buona teologia. Per questo testo specifico, prendiamo in considerazione queste brevi righe di padre Royo Marín che riproducono una lezione del Dottore Angelico, San Tommaso d’Aquino:

“Gli angeli sono chiamati in giudizio a causa dei peccati degli uomini, non come rei – perché non hanno alcuna colpa dei peccati dei loro protetti –, ma come testimoni, per convincere gli uomini della propria colpa e negligenza” [1].

Iniziamo immaginandoci davanti al tribunale di Dio con il nostro santo angelo custode come “testimone”. In genere, nei tribunali umani quando una persona è chiamata a testimoniare è per convincere il giudice della colpa o dell’innocenza del reo. Nel tribunale divino, però, non è così, in primo luogo, perché la sentenza è già stabilita. Dio è il Giudice estremamente giusto, la Giustizia stessa, e il suo giudizio è pienamente conforme alla verità. Non c’è niente da cambiare, né materia a cui appellarsi. Dio non ha bisogno di essere “convinto” dell’innocenza o della colpa di nessuno. Piuttosto, è a noi che verrà mostrato, e in modo minuzioso, cosa abbiamo o non abbiamo fatto in questa vita che ci ha provocato la salvezza o la condanna eterna. Saremo noi i “convinti” della sentenza giustissima da applicare, o contro di noi o a nostro favore.

I santi angeli deporranno, quindi, per la verità. Saranno al nostro fianco se saremo stati fedeli ad essa, ma saranno contro di noi se l’avremo tradita.

Se avremo la grazia di salvarci, ci mostreranno tutte le volte in cui hanno cercato di illuminarci con le loro sante ispirazioni (e noi che pensavamo fossero idee nostre!) e come questo è stato provvidenziale per la nostra salvezza. Padre Royo Marín, riflettendo su questa illuminazione che i santi angeli esercitano continuamente sugli uomini, scrive: “Quante volte l’uomo non si sorprende dei raggi di luce divina sulle cose che deve credere e fare, senza rendersi conto che gli provengono dal suo angelo custode, che resta sempre al suo fianco!” [2].

Se ci condanneremo, però, ci mostreranno la nostra massima colpa, la nostra resistenza alle loro ispirazioni e la nostra ignavia.

Vogliamo prestare un’attenzione particolare all’idea trasmessa da questa parola, usata da San Tommaso e che spesso viene tradotta come “negligenza”, essendo un’espressione più conosciuta rispetto a “ignavia”. Entrambe le definizioni sono valide, ma allo scopo di questa meditazione è forse interessante ricorrere a un sinonimo più vicino al nostro linguaggio liturgico: il termine “omissioni”, aggiunto anche alla preghiera del Confiteor che si recita nella Messa: “Confesso… che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni”.

Con questa aggiunta inserita dalla riforma liturgica post-conciliare, la Chiesa ci ha messo davanti agli occhi una realtà alla quale in genere non prestiamo molta attenzione. Gli esami di coscienza per la Confessione in genere non parlano delle omissioni. Non siamo abituati a pensare che possiamo condannarci a causa loro. In realtà, in genere associamo l’omissione alla salvezza: se ci salveremo, sarà per non aver rubato, per non aver ucciso, per non aver commesso peccati mortali… Si tratta, però, di un modo molto miope di affrontare la nostra vita morale.

Per dimostrare il male e il pericolo terribile insito nelle omissioni, Nostro Signore ha maledetto il fico sterile (cf. Matteo 21, 18-22), illustrando come, se non diamo frutti di carità, la nostra fede sarà morta (cfr. Giacomo 2, 26). Raccontando la parabola dei talenti (cfr. Matteo 25, 14-30), ha chiamato “malvagio e infingardo” il servo che ha sotterrato il suo talento, e lo ha condannato alle tenebre proprio per non aver fatto nulla. Narrando come sarà il Giudizio Finale, ha anche detto che metterà i capri alla sua sinistra e li condannerà all’Inferno non per qualcosa che avranno fatto, ma per quello che avranno omesso: “Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato” (Matteo 25, 42–43).

C’è quindi un’opera da realizzare per arrivare in Cielo. Dio non ci ha dato la sua grazia, i sacramenti, l’appartenenza alla Chiesa, perché restassimo oziosi. Non abbiamo ricevuto dalle sue mani i “talenti” – che sono le grazie che ci dona nell’arco della vita – perché li mettessimo sotto terra. Non possiamo preoccuparci solo della parte negativa dei comandamenti. Devono muoverci anche i loro precetti d’azione, i doveri positivi del nostro stato di vita, i consigli evangelici, che dobbiamo seguire almeno nello spirito.

Prendiamo come esempio il terzo comandamento: “Ricordati di santificare le feste”. Come complemento a questo precetto, la Chiesa ci ordina di andare a Messa la domenica, per non commettere peccato mortale. Nostro Signore ne ha parlato in alcuni passi dei Vangeli, è vero, ma ha detto agli apostoli “Chi ascolta voi ascolta me” (Luca 10, 16), e ancora: “Tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo” (Matteo 18, 18). Ciò vuol dire che ha dato alla Chiesa il potere di fare le sue veci, facendo leggi e comandandoci di rispettarle. Con il potere delle chiavi, quindi, è definito che smettere di andare a Messa la domenica è una cosa grave, che compiuta con piena consapevolezza e consenso porta all’Inferno (a meno che non ci sia un motivo ragionvevole per quell’assenza [3], per essere di nuovo in comunione con Dio e con la Chiesa bisogna confessarsi. In caso contrario, non ci si può accostare alla sacra Comunione).

A questo riguardo, molto concretamente, cosa ci verrà mostrato nel giudizio dai nostri santi angeli? Ci convinceranno, dice l’Aquinate, della nostra ignavia, della nostra pigrizia, della nostra trascuratezza. Da un lato, vedremo come mettevano noi e le nostre famiglie sotto l’ombra delle loro ali, portandoci ogni settimana a casa del Signore; vedremo anche come tanti ostacoli per compiere quel dovere erano proprio le occasioni che dovevamo vincere per rimanere in piedi a casa nostra… Dall’altro lato, gli angeli ci mostreranno anche come hanno visto la loro missione frustrata a causa della nostra superbia, quando ascoltavamo i demoni e a poco a poco abbiamo abbandonato la Chiesa, con argomentazioni sottili come “La religione non salva nessuno” o “Dio non mi condannerà solo perché non vado in chiesa” (come se chi abbandona un comandamento non stesse anche non rispettando gli altri in modo lento e graduale).

L’assenza della Messa domenicale è solo un esempio delle omissioni che condannano. Con quanto rimorso genitori e sacerdoti vedranno in cielo le loro negligenze, cause della condanna dei loro figli biologici e spirituali! Con quanta tristezza vedranno come la mancanza di correzione, di cura e attenzioni, di catechesi, di preghiera hanno portato le loro famiglie e le loro parrocchie alla mancanza di fede e alla rovina dell’Inferno! Con quale orrore i pigri vedranno come la perdita di tempo, l’ozio e l’inerzia hanno a poco a poco portato ai peccati più gravi fino ad allontanarli definitivamente dalla grazia!

Non pensiamo, però, solo alle negligenze gravi, ma anche ad altre che ci porteranno a un Purgatorio più o meno prolungato. Pensiamo a tutti gli scherzi cattivi che abbiamo fatto e abbiamo lasciato che si facessero intorno a noi, non prestando attenzione alle parole di Nostro Signore: “Di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio” (Matteo 12, 36). Pensiamo alla grande omissione di non aver corretto con cura i nostri difetti, alla terribile negligenza di non aver donato l’amore eroico che Dio voleva da noi.

Pensiamo a tutto questo e convinciamoci: il nostro angelo deporrà contro di noi l’ultimo giorno. In quel giorno finale, termineranno le scuse e non ci sarà modo di nascondere la nostra vergogna. Tutto sarà esposto, e non solo le nostre omissioni, ma anche i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni. Perché il nostro angelo custode, fedele e giusto, è stato messo al nostro fianco per esserci amico, non per essere nostro “complice”.

“Partner nel crimine” è il demonio, ma chi lo ha per compagno qui, purtroppo, lo avrà anche dall’altra parte, perché è certo che, nel giustissimo giudizio di Dio, a differenza di ciò che accade nei tribunali umani, chi è stato partner del crimine lo sarà anche della pena.

Se questo accadrà, i nostri angeli custodi resteranno in Cielo, contemplando Dio faccia a faccia per tutta l’eternità, mentre noi periremo. È quello che conferma il gesuita padre Augusto Ferretti nel suo libro eccellente I Santi Angeli Custodi (pp. 26-27):

“Se non cooperiamo con Dio e con i suoi santi e angeli, non servirà a nulla che siano a nostra disposizione in Cielo innumerevoli eserciti di spiriti beati. […] Il regime e il governo degli angeli su di noi devono quindi conformarsi alla nostra natura di esseri liberi. Cooperano con noi, ci danno la mano, facilitando il cammino, quando vogliamo procedere sulla retta via. Gli angeli custodi sono come esecutori della Divina Provvidenza riguardo agli uomini, dice San Tommaso: Custodia Angeli est quaedam executio divinae Providentiae, circa homines facta (STh I, 113, 6 c.). Da ciò deriva il fatto che, come la Divina Provvidenza non esclude l’esercizio del libero arbitrio né ha bisogno fisicamente di noi per evitare il peccato, non è questo che dobbiamo aspettarci dal ministero dgli angeli accanto a noi. È quindi una trascuratezza inscusabile quella di chi, sapendo di vivere costantemente fianco a fianco con un angelo di Dio, vive e muore nel peccato. Lo stesso angelo che gli doveva essere di aiuto e donargli luce e protezione diventa testimone e accusatore nel tribunale di Dio”.

“Molto bene, ora manca solo di parlare delle cose positive di cui gli angeli testimonieranno a favore dei giusti…” È vero, ma il lettore mi perdonerà questa omissione, perché questo testo è un invito rivolto ai peccatori per un esame di coscienza, e a peccatori come noi spettano la penitenza, il pentimento, le lacrime e la preoccupazione.

Fa molto bene pensare alla gioia di essere accolti in Cielo e regnare eternamente con gli angeli, ma è anche decisamente salutare pensare al Purgatorio e all’Inferno, e a come sarà terribile vederci indicate dal nostro più intimo compagno celeste le omissioni e le negligenze che per colpa nostra abbiamo permesso che diminuissero la nostra gloria in Cielo o ci condannassero al fuoco eterno.

È per agire, per risvegliarci dal nostro sonno letargico che dobbiamo ascoltare tutte queste cose. I nostri angeli custodi ci vogliono accanto a loro! Ma se non abbiamo Dio, che essi amano più di tutto, saremo separati dai nostri amici per sempre… Perché possono avere lo stesso destino solo coloro che amano le stesse cose.

Riferimenti:
1. P. Antonio Royo Marín, Dios y su obra, Madrid: BAC, 1963, p. 411; cf. STh I 113, 7 ad 4.
2. P. Antonio Royo Marín, op. cit., p. 405.
3. Cfr. al riguardo p. Antonio Royo Marín, Teología moral para seglares, v. 1, Madrid: BAC, 1996, p. 392.

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