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Spiritualità
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Mio figlio (la mia opera, il mio progetto) mi ha deluso: Dio si contraddice?

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By Marian Fil/Shutterstock

padre Carlos Padilla - pubblicato il 30/10/19

San Francesco soffriva, dubitava, temeva quando vedeva in pericolo quello che tanto amava, e si aggrappava al suo tesoro... Sapete come si è liberato?

Mi commuove sempre un momento concreto della vita di San Francesco. È già anziano e l’opera da lui fondata è cresciuta molto. Si ritira allora sul monte della Verna in preghiera e solitudine. Solo frate Leone gli porta ogni giorno il cibo e lo osserva da lontano. In quel momento chiave della sua vita, Gesù gli chiede di donare tutto ciò che ha come espressione del suo amore profondo e sincero. Francesco crede di aver già dato tutto, e glielo dice:

“Tu sai bene che non ho altro che l’abito, la corda e i calzoni, e anche queste tre cose sono tue. Cosa posso quindi offrire o dare alla tua maestà? Allora Dio mi disse: ‘Cerca dentro di te e offrimi quello che troverai’. Ho cercato e ho trovato una sfera d’oro, e l’ho offerta a Dio; ho fatto la stessa cosa per tre volte, perché Dio me lo ha comandato tre volte; poi mi sono inginocchiato tre volte, benedicendo e rendendo grazie a Dio, che mi aveva dato qualcosa da offrirgli”.

Gesù insiste e gli chiede di consegnare quelle sfere d’oro che custodisce come un tesoro nel suo cuore. Quelle sicurezze e quei possedimenti che custodisce nell’anima con passione e non ha mai avuto il coraggio di donare davvero.

Francesco, come me, non vuole perdere tutto. Si aggrappa alle sue sfere d’oro sicuro che lì sia il progetto di Dio per la sua vita.

Questa scena a cui mi riferisco ha avuto luogo alla fine della sua vita. L’opera che aveva fondato, il suo figlio amato, era in pericolo.

All’interno della grande famiglia francescana erano sorte correnti nuove che soffiavano in altre direzioni. Sembrava che fosse in gioco l’ideale delineato nella prima comunità francescana.

Francesco ha paura e si aggrappa al suo tesoro come un naufrago a una zattera. In mezzo al mare è l’unica cosa che possiede, l’unica cosa che gli resta.

È fondatore di un’opera meravigliosa. Gesù non gli ha forse chiesto un giorno di ricostruire la sua Chiesa? Non lo aveva fatto con ogni sforzo?

Sì. È stato il sogno della sua vita. E ha potuto vedere felice come la sua opera cresceva e i suoi figli si moltiplicavano nel mondo. Tutto era perfetto. Ma ora non tutto va come aveva sognato. E allora si aggrappa schiavo al suo sogno, a quelle sfere d’oro.

È disposto a dare tutto a Gesù? È capace di rinunciare al suo sogno, al suo desiderio più profondo e più vero? Tanta dedizione e tanta sofferenza per portare avanti la sua famiglia non saranno state vane? Non si disperderanno tutti e suo figlio morirà o non sarà quello che ha sognato?

Nell’anima di Francesco sorgono i dubbi. Arrivano le paure. Di fronte a quell’apparizione di Gesù, Francesco trema e teme di donare tutto. Soffre, trema, suda.

Si unisce a Gesù stesso nel Getsemani. Vuole che passi quel calice. Ma alla fine, come Gesù stesso, in un atto d’amore e santa generosità, offre tutto a Dio.

Mette le sue sfere d’oro nelle mani di Dio. Le offre come Abramo il figlio. Cosa vuole Dio ora? Gli dà tutto. È libero.

Ormai è davvero povero, fino all’estremo. Non possiede assolutamente nulla. È stato spogliato di tutto. Separato da ciò che ama di più.

E ora sulla sua pelle sono impresse le piaghe di Gesù. L’espressione del suo amore profondo per suo figlio. I segni dell’amore crocifisso.

Francesco ormai appartiene interamente a Dio. Non è padrone di nulla. Neanche dei suoi sogni o dei suoi desideri. È tutto di Dio. Ed egli è solo il suo povero figlio che sogna di amare Gesù per sempre.

Penso a Francesco e mi commuove il suo “Sì” da bambino. Si getta nel vuoto e dona tutto.

Non sento a volte nel mio cuore che dico di dare tutto a Dio ma custodisco nella mia anima qualcosa di sacro? Trattengo quello che amo di più.

Scrivo belle preghiere, poesie gradevoli. Trasferisco in immagini la vita intera. Ma sono solo parole. E le parole non sanguinano né fanno male.

La vita è più difficile, e l’anima custodisce tesori nascosti. È come il pezzo di legno per il naufrago nella tempesta. Che nome hanno le mie sfere d’oro?

Credo quasi che siano amate da Dio e facciano parte del suo progetto d’amore. Ed è stato davvero Lui a metterle sul mio cammino. Perché le amassi, perché mi sostenessero.

Non me le chiede perché mi fanno del male, perché non è vero, danno senso alla mia vita. Sono il mio tesoro santo. Un balsamo nel dolore. Il sostegno che abbraccio a volte con timore, tremando.

Può essere la famiglia che Dio mi ha dato. Può essere un cammino professionale che mi rende felice come persona. Può essere un’opera che ho fondato e che finora ha dato tanti frutti.

Perché ora Dio mi chiede di sacrificare tutto come ha fatto con Abramo un giorno a Moria? O come ha fatto con Francesco nella solitudine e nel silenzio del monte della Verna?

Il cuore trema. Dio si contraddice? Dov’è nascosto il male in un amore sano e vero? Non lo capisco. Il mio cuore si ribella accarezzando nervoso le mie sfere d’oro, che stringo con rabbia al petto perché mi fanno bene.

Ho già dato tutto, Lui lo sa. Per questo dico a Gesù: “Questo non posso dartelo. Altre cose sì, ma questo è il mio tesoro, l’unica cosa che non posso darti, mi dispiace”.

Che nome ha quello che Dio mi chiede? Vuole davvero che glielo dia o alla fine mi salverà come ha salvato Isacco dal pugnale di suo padre Abramo? Non lo so.

Penso a quella scena di Gesù nel Getsemani che dona la propria vita ai suoi figli. A quel momento della vita di Abramo in cui tutto è sembrato oscurarsi sul monte Moria.

Guardo Francesco in quella notte sul monte del suo ritiro mentre guarda Gesù. Il “Sì” di quel momento è così profondo… È la rinuncia più sincera del figlio che crede ai progetti e alle richieste di un Dio che lo ama.

Guardo il mio tesoro. Forse sono schiavo e non me ne rendo conto. Voglio che mio figlio, il mio sogno, il mio progetto, il mio piano, sia mio. Solo mio. Non voglio darlo a Dio perché non mi fido tanto.

Mi sono costruito il mio regno, non il suo. Mi sono posto al centro dicendo che era Lui. Ma ero io nascosto sotto un manto di superbia e vanità.

Voglio guardarmi dentro l’anima. Tra le mie ferite. Cosa temo di perdere? Cosa mi toglie la pace se penso al futuro? Le mie paure prendono corpo, forma, nome. Sono le mie sfere d’oro tra le dita, attaccate alla pelle.

Sembra come se chiedendomele Dio mi stesse togliendo la vita. Quello che sta facendo è rendermi più simile a Lui.

Come Francesco in quella notte di paura. E gli dico di sì. Gli do il mio tesoro. Le mie paure. Le mie sicurezze. È tutto suo. La mia vita gli appartiene.

Confido solo nel fatto che il suo amore è per sempre. E lascio la zattera in mezzo al mare in tempesta. È Lui a sostenere la mia vita. Lo so. Confido.

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