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Orgoglio, indifferenza, egoismo… sapete riconoscere i vostri difetti?

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Shutterstock | Dean Drobot

padre Carlos Padilla - pubblicato il 29/10/19

Uno sguardo autocritico ci avvicina alla realtà e agli altri

A volte Gesù parla in parabole “per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri”.

Vuole che io impari a guardare con amore il debole, a riconoscerlo ferito e ad accorrere in suo aiuto. A cercarlo quando è stato disprezzato. Vuole che non mi creda giusto e già salvato.

A volte credo di fare le cose bene e di essere migliore degli altri. Mi sento sicuro e non voglio che mi tolgano nulla di quello che possiedo. Magari mi capita di pregare come il fariseo della parabola: “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo”.


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Mi sento giustificato. Mi concentro con orgoglio sulle mie buone azioni. Non rubo né uccido, né commetto adulterio, né sono ingiusto. Mi credo santificato, giustificato per i miei meriti.

E guardo con disprezzo chi non è come me. I deboli, chi è caduto, i poveri, gli ignoranti, chi ha fallito e peccato pubblicamente.

Custodisco il mio tesoro in un vaso di creta pensando che sia d’oro, resistente. Quanta vanità c’è nei miei pensieri! Sto bene, penso, e gli altri no. Il violento sta male e io sono pacifico.

Può essere che con i miei atteggiamenti egoisti stia alimentando l’odio e la rabbia in altri? Può darsi, ma mi costa vederlo.

Vivo chiuso nelle mie cose. Dipendente dalle mie necessità. Vivo soddisfatto della mia vita. Sto bene, penso egoisticamente. Non bisogna cambiare nulla. Non devono togliermi ciò che ho e che mi spetta di diritto.

Ho il cuore malato. Un allenatore diceva del tennista che formava: “Bisogna avere un buon senso dell’autocritica, e ho sempre cercato di far sì che non si giustificasse mai o accampasse scuse”.

Vedo che mi accade spesso. Trovo delle scuse e non ritengo di aver mai agito male. Che debolezza, la mia! Non vedo la trave nel mio occhio ma vedo facilmente il peccato altrui. Leggevo giorni fa:

“La ragione umana è capace di scusare qualsiasi malvagità; per questo è tanto importante non fidarsi di lei”.

Ho ricevuto tanto nella vita, e ritengo che sia giusto. Altri hanno ricevuto meno, hanno dei pesanti fardelli, sono stati trattati ingiustamente. Ma non do importanza alla cosa.


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Mi credo migliore di altri. Quando Dio mi ha dato più opportunità. Devo solo essere migliore e dare più di quello che ho ricevuto. Stare attendo al debole. Non voglio che mi cambino niente, perché mi sento in pace con me stesso.

Mi manca uno sguardo più autocritico. Gli altri vedono in me mancanze che io non vedo. L’orgoglio e la vanità mi accecano.

Il fariseo va all’altare pieno di sé, dei suoi successi, dei suoi meriti. Mi fa paura che la mia vita da cristiano consista nell’accumulare meriti. E temo il fatto di vivere soddisfatto della vita che conduco. Senza esigere di più da me stesso. Felice di essere come sono.

Come se il mondo dovesse ringraziarmi per tutto ciò che do, per tutto quello che sono. È il pericolo di credermi buono. Non faccio niente di male. Tratto bene tutti. Ma non vedo il mio prossimo che soffre accanto a me.

Guardo Dio e penso che debba essere grato. Faccio tanto per Lui. Un Dio giusto che paga in abbondanza chi fa di più. Il mio sguardo distorto mi fa vedere il bene che faccio e sentire che sono gli altri che vivono in un errore.

Pecco di omissione quando mi sento giustificato. Rinuncio alla carità. Non lotto per porre fine alle disuguaglianze. Mi costa vedere le mie omissioni. E sono tante.

Oggi vedo molte persone che non si confessano perché credono di non avere nulla per cui chiedere perdono. Forse non commettono grandi peccati.

Ma si abituano a vivere atteggiamenti che in sé sono peccaminosi. Vivono con indifferenza di fronte al male del povero, di chi è ferito. Un modo malato di vivere, di amare, di donarsi.




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L’egoismo è diventato qualcosa di abituale nella loro anima. Non vedono nulla che sia degno di essere confessato. La mancanze di sempre, mi dicono. Piccole, quasi insignificanti. Non sono neanche degne di essere menzionate. Quel modo di guardare è malato. Altre volte il senso di colpa viene represso. Dice padre Josef Kentenich:

“Molti uomini non riescono a sopportare il senso di colpa, e per questo lo negano. E più lo negano, più si ammalano a livello psichico. Domani o dopodomani collasseranno anche a livello corporeo”.

A volte non è la mancanza del senso di colpa, ma la sofferenza per la colpa che porta a negarla, a non volerla riconoscere. La colpa viene messa a tacere, negata, nascosta. Questa repressione non è positiva. Fa male e alla fine farà scoppiare.

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