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La flagellazione: la punizione che diventa per noi strumento di salvezza

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In questo mese del Rosario, riflettiamo sul Secondo Mistero Doloroso

“Fate sapere a tutti gli uomini che dopo la tribolazione viene la grazia. Fate loro sapere che senza il fardello delle afflizioni è impossibile raggiungere la vetta del Paradiso”
Santa Rosa da Lima

Quante volte ci siamo compromessi col peccato? “Questo o quel vizio non è poi tanto negativo”, diciamo. “Potrei fare di peggio”. Consoliamo la nostra coscienza, cercando di mitigarlo con parole vuote. Pilato ha cercato di fare lo stesso: “Se magari lo ferisco solo un po’ saranno soddisfatti”. “Devo consegnarlo?”, avrà pensato.

Pilato avrà provato a placare la loro sete di sangue facendo flagellare nostro Signore, ma questo non ha ammansito la folla:

“Pilato, vedendo che non otteneva nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora egli liberò loro Barabba; e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso” (Matteo 27, 24-26).

Anche solo una goccia del sangue sgorgato dal Suo sacro corpo sarebbe stata sufficiente a redimere la razza umana. Il prezzo della salvezza avrebbe potuto essere pagato con la minima quantità del sangue del Salvatore.

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E tuttavia Cristo offre non solo il suo sangue, ma va incontro alla morte. Si mostra disposto non soltanto a soffrire per noi, ma a morire. Effonde il Suo sangue, ma anche la Sua stessa vita.

Come dicono le parole dell’inno medievale Stabat Mater, “Pro peccatis suæ gentis, vidit Iesum in tormentis, et flagellis subditum. / Per i peccati del suo popolo, ella vede Gesù nei tormenti del duro supplizio”. Maria, la Madre del Signore, gli ha dato il sangue che poi ha visto fluire dalle Sue sacre ferite. Colpito, Egli ha offerto ogni colpo ricevuto per la nostra redenzione. Ha pagato il prezzo con la carne che Maria gli aveva dato.

Nonostante le ferite, il nostro beato Signore non teme l’umiliazione. Abbraccia la bassezza della condizione umana, scendendo al suo gradino più basso. Viene frustato, la punizione per aver infranto la legge, come se fosse un cittadino ribelle o un servo infedele. Noi che vogliamo imitare il Salvatore dobbiamo prendere gli ultimi posti. Non dobbiamo disprezzare l’umiltà.

Per Cristo non era sufficiente prendere dimora tra noi; ha occupato il posto più basso. Ha assunto la nostra colpa. “Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti” (Isaia 53, 4-5).

Ogni sferzata diventa per noi fonte di misericordia. Mentre le ferite si aprono su di Lui, quelle del nostro cuore vengono ricucite. La frusta diventa per noi un vero strumento di salvezza.

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