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Joker, un film che non parla davvero del male (e paga l’obolo LGBT)

Film Joker

© IMDB

Film "Joker" avec Joaquin Phoenix.

Annalisa Teggi - pubblicato il 24/10/19

Alcune domande aperte su questo film: perché creare un mondo immaginario in cui il bene è interamente escluso? A chi diamo la colpa del male di Joker? E poi: è stata esaudita quella petizione del 2018 che auspicava connotati gay per il nemico di Batman?

Sono stata sempre profondamente d’accordo con Rhett Butler in Via col vento: ho un debole per le cause perse, quando sono davvero perse. Osservare la storia di un uomo che sprofonda nella spirale del male è un’occasione morale potentissima, per osservare il vibrare intenso della nostra libertà di fronte alle scosse elettriche della vita. Si educa e ci si interroga sul proprio destino personale anche guardando con cruda onestà la perdizione.


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Il mistero della personalità è quel vulnus rispetto a cui uno scrittore, anche di trame cinematografiche e fumetti, si avvicina davvero tanto a Dio. Si sprofonda nell’umano di fronte a certe domande e ipotesi: creo un burattino o creo un essere libero? Voglio legare il personaggio al messaggio che mi prefiggo o voglio vederlo sudare nel mistero aperto che è la scelta del suo destino? Se scelgo di volerlo libero lo devo mettere nel campo aperto del dramma, della contesa del bene e del male.

È rispetto a questo giudizio che pongo la mia obiezione al film Joker: perché creare un mondo immaginario in cui il destino di un uomo dipende da un’assoluta prevalenza di male e nessun vero incontro col bene?

Il male è sempre una scelta

Da molti (furbi) punti di vista Joker è un film impossibile da criticare: la bravura del protagonista, Joaquin Phoenix, copre di luce propria ogni azzardo a dire qualcosa di negativo; la storia personale di Arthur Fleck (Joker) è costruita per renderlo un uomo a cui non si può non dare la nostra compassione sincera. Ma il Joker del 2019 non è una causa persa, è una causa costruita perfettamente per portarci a pensare che il cattivo aveva tutte le sue sacrosante ragioni per diventare cattivo. Siamo condotti per mano a formulare il pensiero che in certi casi non c’è alternativa al male.

Chi ha scritto questa trama non ha voluto dare nessuna alternativa all’uomo che diventerà Joker: siamo catapultati in un mondo che evita ogni incontro dell’anima protagonista con il bene. Batman arriverà dopo, per altri. Per quanto riguarda il percorso umano del giovane Fleck non c’è niente che si faccia portavoce di un’alternativa al sopruso e al cinismo. Gotham City è una città che calpesta in ogni forma possibile e immaginabile l’anima fragilissima del protagonista: ignorato dagli assistenti sociali, svilito e incompreso sul lavoro, bullizzato per strada, schifato dai passeggeri del bus, abusato da bambino senza che la madre lo difendesse, deriso a reti unificate in TV. A tutto questo si aggiunge la fragilità personale della sua malattia mentale.

È talmente tanta la zavorra umana che quest’anima si porta sulle spalle che non c’è neppure lo spazio di un respiro neutro, il nostro abbraccio ad Arthur è incondizionato.


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Siamo in un mondo di belve e un solo agnello. Possibile? Certo, nella fantasia è possibile tutto, ma è sempre sbagliato ingannare lo spettatore: in questo mondo immaginario gli autori vorrebbero farci arrivare a conclusioni morali, togliendo il fondamento della morale, cioé la contesa tra luce e buio. Non esiste il dramma terribile e bellissimo della libertà in un campo di gioco in cui c’è solo il buio.

Nel mondo di questo Joker è esclusa ogni mano tesa, non c’è alcun viso amico: ci sussurrano che diventare malvagio è una condanna pressoché imposta al protagonista, che è stato forzato a esplodere. Certo, Joker usa libero arbitrio – velato dalle ombre della malattia mentale – a fin di male nel film (ad esempio: insegue un uomo per ucciderlo, andando ben oltre la sua legittima difesa) ma abita in un mondo che è stato costruito a tavolino per farci dire: vedi a cosa è stato ridotto? È cattivo ma è più colpa degli altri che sua.

Ogni alternativa positiva non è percorsa neppure come ipotesi accennata. Il copione si allontana alla svelta di fronte al legame di affetto sincero tra Joker e il suo collega di lavoro nano, perché? Mettere seriamente a confronto il protagonista con l’ipotesi che esistono altre anime ferite con cui costruire un’amicizia per uscire dall’abisso è il tassello che manca alla sua vera libertà.

Ma il copione non ha previsto per Arthur-Joker un’alternativa, è questa la scelta sleale degli autori. E tradisce la verità umana, rispetto a cui anche la migliore fantasia è leale. Sarebbe stato interessante portare sulla scena un uomo che sceglie di voltare le spalle al bene, essendoci stato di davvero di fronte. Ma forse essendo il nostro mondo ormai orfano dell’ipotesi cristiana del perdono, questo ci ha reso capaci di parlare del male solo costruendogli attorno mille attenuanti.

Sì, senz’altro la nostra società è preda dalla logica del homo homini lupus, ma è molto più onesto Sam quando dice a Frodo – nel momento più oscuro del viaggio – che c’è ancora del buono proprio in un mondo di belve.

Joker è il film in cui il problema di una felicità negata viene risolto senza affrontare la sfida posta da un bene presente.


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Un ultimo nota bene, per dire che neppure nel più buio dei mondi la vendetta è l’unica scelta possibile. Accondiscendiamo pure all’idea di un mondo di puro egoismo, sopruso, malvagità. Purtroppo la storia ci ha messo di fronte a simili tragedie. E nei campi di concentramento una vittima come Primo Levi alzò il suo grido di felicità attraverso i versi dell’Ulisse dantesco. Non cadiamo nella trappola di dire che se l’orizzonte è nero cupo non c’è via d’uscita. La scelta libera del bene c’è anche nei contesti più annichilenti possibili. Questo ci dice la realtà. Buttato per una notte intera accanto a un compagno squartato, Ungaretti scrisse che amava la vita.

Tutte le sfumature arcobaleno di chi è Happy

C’è un altro aspetto del film che mi ha suscitato delle perplessità. Più di un anno fa, era il gennaio 2018, fu scritta una petizione in cui si chiedeva alla DC Comincs di dare a Joker quel che era di Joker, vale a dire di esplicitare la sua omosessualità.

Così titolava il sito Gay.it:

JOKER, GAY
Gay.it

Il documento si chiamava Make Joker Gay Again (parodia dello slogan elettorale di Trump Make America Great Again) ed ottenne poche firme ma una certa visibilità nei siti della comunità omosessuale. Da profana di fumetti in generale e ancor più profana di tutte le interpretazioni prodotte sulla saga di Batman, mi sono documentata in modo, certo, non enciclopedico. Esiste – per gli ammiratori di questo fumetto sarà come se avessi scoperto l’acqua calda – una grande discussione in merito alla sessualità dei personaggi di Batman:

Tornando al 1954, lo psichiatra Fredric Wertham sostenne nel suo libro Seduzione dell’innocente che “Le storie di Batman sono psicologicamente omosessuali”. Da allora in poi, dalla scena degli anni 60 all’inquadratura iniziale di Batman e Robin sul sedere di George Clooney, ci sono giganti Bat-segnali sull’intrinseca qualità queer del personaggio. (da Into More)

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È poi sufficiente fare una ricerca molto basica (digitate “Joker Homosexual” su Google) per rendersi conto di quante discussioni esistano sul web circa la sessualità fluida di Joker: da semplici commenti nei blog ad approfonditi saggi da parte di chi conosce ogni virgola della storia. C’è chi si limita a interpretare come un chiaro segnale gay-friendly il vestito da infermiera che Heath Ledger indossa nello straordinario Cavaliere Oscuro; c’è chi approfondisce in modo più sistematico richiamandosi alle dichiarazioni esplicite  di Neal Adams del 1973; c’è chi afferma che anche le apparenze etero che il Joker dimostra in taluni capitoli della storia (ad esempio in The Killing Joke oppure nel primo Batman diretto da Tim Burton, in cui il Jack Nickolson-Joker s’innamora di Kim Basinger-Vicki Vale) sarebbero la conferma della fluidità sessuale del personaggio.

Insomma, questo brevissimo e incompleto excursus ha il solo scopo di evidenziare che c’era una non trascurabile fetta di pubblico che aveva grandi aspettative da questo nuovo Joker, come ennesimo portabandiera dei diritti arcobaleno. La sottoscritta ritiene quantomeno ovvio che la DC Comics non abbia ignorato la presenza di questi spettatori e che ne abbia valutato il peso in termini economici e strategici. Personalmente, se avessi guardato la pellicola ignara di tutto ciò, non avrei neppure sollevato l’argomento LGBT. Ma sapendo che si attendeva un esplicito coming out del personaggio interpretato da Joaquin Phoenix non ho potuto non cogliere certi segnali.

Nei secoli scorsi c’erano salotti in cui le nobildonne mandavano messaggi precisi ai loro amanti con certi colpi di ventaglio; era una lingua segreta molto efficace. A molti presenti le comunicazioni in codice saranno sfuggite, ma gli spettatori interessati all’agitarsi meticoloso dei ventagli avranno perfettamente ricevuto il messaggio.

Uso questa metafora per esprimere una mia opinione, e cioé che la DC Comics abbia agito con grande furbizia, offrendo un omaggio a chi cercava un inchino a quell’ideologia che dietro le battaglie per i cosiddetti diritti civili insinua con sempre più capillare dedizione la fluidità della sessualità umana, riducendo il maschile e femminile a ombre in via di dissolvenza completa. Tanti piccoli dettagli nella trama di Joker possono essere nient’altro che colpi di ventaglio, pensati ad hoc per un pubblico preciso ma senza per forza suscitare attenzione nel grande pubblico.

Entriamo nella vita di Arthur Fleck, che diventerà Joker. Chi è? Ci viene ripetuto che lui è “felice” fin dalla nascita. Afferma lui stesso che la madre gli ha sempre detto che è venuto al mondo per essere “felice” e portare la gioia al mondo. La madre lo chiama “Happy”, confermandoci dunque che la sua identità dovrebbe essere “felice“. Lavora come clown, che è quella figura il cui trucco è una sfacciata (e problematica) esasperazione di felicità. Un giorno Arthur è per strada a fare il clown, viene ridicolizzato e riempito di botte: se ti vesti per mostrare al mondo l’anima fragile e “felice” che sei, il mondo di pesta. Tutti sono cattivi con il “felice”. E poi arriva il momento cruciale: l’uomo che doveva essere “felice” viene invitato di fronte al pubblico di un programma televisivo di successo per essere nuovamente insultato, ma diventa Joker … si trasforma nel “felice” orgoglioso Joker. Con un pride molto marcato fa un outing per nulla edulcorato dicendo che c’è un’ingiustizia orribile contro chi è diverso fin dalla nascita.


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Non sono l’unica ad aver pensato che si usi incessantemente happy per intendere il suo sinonimo gay. C’è chi, addirittura, aggiunge come ulteriore evidenzia del tipico quadro omosessuale anche il sogno di Arthur di avere un rapporto con la vicina di casa; rappresenterebbe la proiezione delle pressioni esercitate da una società eterocentrica. Forse il ventaglio è davvero solo un accessorio per muovere l’aria; eppure se fossi stata una dei sottoscrittori della petizione su Joker, mi riterrei soddisfatta dalla risposta confezionata ad arte dalla DC Comics.

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