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Statuine e riti indigeni al Sinodo? Ecco cosa non avete ancora letto

REPAM
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Preparavamo quest’intervista da quasi una settimana: il vile attentato alla sensibilità religiosa delle delegazioni amazzoniche pellegrine a Roma (delitto contro il Diritto Canonico e contro la legge non scritta dell’ospitalità) ha reso piú complessi i contatti e gli scambi, ma ora possiamo offrirvi il resoconto di una conversazione intensa e utile a capire molte cose. Anche alcune di cui abbiamo perso memoria.

Lo sappiamo, su questa storia dei “momenti di preghiera” delle popolazioni amazzoniche in Roma giungiamo fuori tempo massimo, e in qualche modo rischiamo di sembrare dei pompieri che arrivano a incendio spento. Al contrario, però, è dalla settimana scorsa (mentre organizzavamo l’intervista con mons. Lafont) che cerchiamo di raccogliere informazioni per capire in presa diretta questi momenti di preghiera, visto che tutti i resoconti riscontrabili in rete sembrano accomunati dal grande vizio ermeneutico di sussistere in una mera interpretazione (malevola e pregiudiziale, oltre che priva di riscontro) di simboli altrui.

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Devo ringraziare fratel Antonio Soffientini se – nonostante l’ovvia scottatura dello shitstorm proditoriamente subito – mi è stata comunque data l’occasione di far parlare e di ascoltare una delle responsabili di quei momenti di preghiera.

Vi presento María e l’Équipe

Ho infatti potuto incontrare María del Mar Bosch, che si presenta come una quarantenne sorridente – spagnola per nascita, portoricana per formazione e brasiliana per elezione: è diventata insegnante di lingua e letteratura (spagnole) in Puerto Rico, ha conseguito un master in psicologia e da parecchi anni coadiuva le attività pastorali parrocchiali dei gesuiti ascoltando e accompagnando i ragazzi, cioè svolgendo attività di counseling. Continuativamente con queste attività, da quattro anni María è entrata nell’“Équipe itinerante” che girano la regione panamazzonica per andare a incontrare le comunità cristiane piú o meno remote nel territorio (quel tipo di attività missionaria ad extra di cui ci parlò anche mons. Lafont).

Leggi anche: Lafont: «Il centro della Chiesa è Cristo, non Roma, ma grazie a Dio ci ritroviamo a Roma!»

Tale realtà pastorale è stata fondata nel 1998 dal gesuita italiano Claudio Perani (1932-2008): è animata da missionari (religiosi e laici) di entrambi i sessi, provenienti da diverse istituzioni e culture, e assiste le popolazioni rivierasche, i lavoratori rurali, gli indigeni e le persone emarginate dei centri urbani. Al momento dispone di tre centri principali: uno a Manaus (lí dove anche María attualmente risiede), uno a Tabatinga (al confine tra Colombia, Perú e Brasile) e uno nella “Roraima” (al confine tra Venezuela, Guyana e Brasile).

Attualmente – ci spiega María – le persone coinvolte nell’Équipe non superano la ventina fra tutti e tre i centri, e l’attività su territori cosí vasti è permessa soprattutto dalla collaborazione degli autoctoni, che li accolgono e li accompagnano, introducendoli alla conoscenza e alla comprensione della loro esperienza e dei loro bisogni umani e spirituali. María non ha trattenuto un sorriso quando ha colto nelle mie domande l’insistenza sulle popolazioni rivierasche dell’estremo entroterra:

Sí – mi diceva – ci sono e talvolta andiamo perfino in comunità che constano di un’unica famiglia, però operiamo anche nelle città, piccole e grandi, e anche queste ultime hanno i loro bei problemi.

La fascinazione esotica per l’immagine dei missionari pellegrini sulle pagaie mi faceva perdere di vista altri aspetti di quella medesima e poliedrica realtà (che pure incontri come quello con mons. Lafont aiutano invece a capire).

L’Équipe a Roma e la sua attività

Le ho chiesto allora che cosa o chi l’abbia portata a Roma, e nella fattispecie se la decisione di venire sia venuta dall’alto, tramite una convocazione gerarchica, o dal basso. Mi ha quindi spiegato che l’idea di presenziare è nata dall’interesse delle popolazioni amazzoniche in contatto con loro dell’Équipe: l’idea che a Roma tutta la Chiesa cattolica si ritrovi rappresentata per parlare dei loro problemi ha suscitato molto interesse e vive aspettative, donde il desiderio di mandare una delegazione in rappresentanza. L’opera di padre Perani, dunque, ha deciso di disporre i mezzi che permettessero a una delegazione dei popoli amazzonici di essere fisicamente a Roma, per conoscere questa importante realtà ecclesiale e per farsene conoscere. In particolare, la delegazione della quale María è corresponsabile comprende persone di etnia Apurina e di etnia Sataremawe, oltre che – naturalmente – delle popolazioni rivierasche.

Il Sinodo vive naturalmente dentro l’aula sinodale, ma in qualche modo anche fuori – insiste María desiderando che questo elemento emerga dalla conversazione –, e per questo siamo venuti come rappresentanti delle Comunità, non solo dell’Équipe.

Si tratta insomma di un’iniziativa dal basso. Giungo allora a chiederle come sia nata l’idea dei famosi “momenti di spiritualità”: mi risponde dicendo che, in preparazione all’evento ecclesiale, si riunivano ogni giorno a Manaus per riflettere sull’Instrumentum Laboris del Sinodo, e in quel contesto ognuno ha avuto modo di esprimere le proprie risonanze, esternare riflessioni e proporre il proprio contributo sui temi principali esposti. Si voleva condividere con la comunità romana, che li avrebbe ospitati, l’atmosfera di gioiosa aspettativa e di gratitudine per questo evento di grazia.

Difatti – precisa María – le musiche e le danze popolari confluite in quei momenti di spiritualità hanno un eminente carattere di ringraziamento, piú che di supplica o di lode.

María si fa meno stringente quando le chiedo di descrivere la struttura del rito, e poco dopo capisco che la ragione sta in come è posta la domanda:

La cosa dipende molto, caso per caso, dal gruppo che lo prepara – illustra la mia ospite –: il parametro omogeneo che ci siamo dati tutti è una certa unità di tempo, ma a parte questo abbiamo lasciato una certa libertà, proprio perché si tratta di un momento di preghiera non liturgico e quindi non tale da poter o dover essere rigidamente codificato.

Poi mi descrive uno di questi momenti che sembra esserle rimasto molto impresso: hanno iniziato la preghiera fuori dalla chiesa e successivamente hanno invitato le persone a entrarvi, formando una processione. Una volta dentro, è seguito un momento di lettura della Parola e di condivisione fraterna delle risonanze: «Però non un’omelia – ci tiene a precisarmi –: chi sente di voler condividere qualcosa lo fa, brevemente e con semplicità». Mi sembra allora opportuno ricordare alla mia interlocutrice che la parola “omelia” viene appunto dal greco “ὁμιλία” e dal verbo “ὁμιλέω”, che vuol dire anzitutto “conversazione”… Lei sorride e aggiunge conciliante: «Non sappiamo il greco, è che ci viene spontaneo cosí». Torna poi ad aggiungere che è importante partire dalle peculiarità di ciascuno, perché in questa condivisione di istanze distinte può darsi un autentico luogo teologico, dal momento che la stessa vita trinitaria consiste di eterna comunione di persone distinte, non confuse e non divise. («Ah…» – non posso fare a meno di pensare, mentre mi tornano alla mente boli di letture indigeribili dei giorni scorsi).

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Il tormentone degli “idoli”

A questo punto la conversazione sta prendendo una piega surreale: io l’avevo cercata per parlare di idolatria e mi ritrovo a discettare di pericoresi trinitaria. La prendo allora alla lontana e chiedo ragguagli sull’origine, la fattura e il significato degli oggetti utilizzati in quei momenti di preghiera. María mi risponde che gli oggetti, come le altre componenti dei momenti di spiritualità, non rispondevano a uno schema compositivo univoco, ma che si tratta in generale di manufatti di artigianato locale (provenienti tutti da Manaus), con aggiunta di oggetti di uso comune, quali la rete da pesca, o di didascalie poste in cartelloni:

Gli oggetti non hanno mai un significato esclusivamente letterale – mette le mani avanti María –, ad esempio la rete non significa solo il lavoro comune, la gratitudine per i frutti della terra o la coesione sociale (e le minacce che incombono su di essa), bensí anche l’unione spirituale fra gli uomini nella Chiesa. Le canoe forse non riuscite a capirle tanto, fuori dall’Amazzonia, ma sono una rappresentazione del titolo del Sinodo, che comincia con “Nuovi cammini…”: per noi la parola “cammino” non rimanda tanto alla strada quanto al fiume, e la canoa è allora il segno del mezzo che ci fa fare strada, la comunione; ma oltre a quest’ovvio livello letterale c’è il segno mistico dato dall’interconnessione dei fiumi che, pur venendo ciascuno dalla propria sorgente, vanno tutti a confluire nel Rio e sfociano nell’Oceano. È un riferimento alla cattolicità della Chiesa e al destino che tutto ha in Dio. Una cosa simile si dica per l’immagine che ha fatto tanto discutere: è una donna incinta, che abbiamo utilizzato come segno personificato della nostra terra amazzonica e della casa comune in senso piú lato – è simbolo di un’abbondanza foriera di vita e dei pericoli che la minacciano.

(«Giusto», mi verrebbe da osservare tanto per mandare giú il bolo di cui sopra). Mentre parla mi vengono in mente pagine di Origene e delle Scritture, ma devo invece riportare la conversazione a livelli infimi, e cosí infliggo a María la domanda stupida: «Dunque quei manufatti non hanno un parterre cultuale?». Il suo sguardo mi fa sentire come il Divino Poeta quando, all’inizio della terza cantica, inaugura la serie delle questioni imbarazzanti:

Ond’ella, appresso d’un pïo sospiro,
li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro.

(Pd I,100-102)

E dopo il sospiro mi fa:

Per l’ultima volta, no: sono oggetti di artigianato locale, oggetti tipici dell’arredamento che – se pure fossero stati un tempo concepiti come qualcosa di simile – né vengono comunemente percepiti a mo’ di oggetti di culto né tanto meno sono stati intesi e proposti da noi in altro modo che quello appena esposto.

E questo è quanto. Se poi qualcuno volesse indagare oltre circa l’individuazione dei manufatti (ignobilmente trafugati e distrutti) con la “Pachamama” andina, basta poco per scoprire – da gente ignara di beghe parrocchiali e che non s’improvvisa antropologa da un mese a questa parte – come da secoli quella figura mitologica precolombiana sia stata inculturata sia dagli Inca sia dai Cattolici, cosí che ancora oggi popolarmente “Pachamama” assurge talvolta a titolo mariologico. Peraltro l’inculturazione non dovette risultare complessa, visto che nel mito originario Pachamana – lungi dall’essere una dea – si sottrae alla contesa di due uomini per darsi in sposa a “Pachacamac” (“Dio Creatore del Mondo”), scatenando cosí l’ira di Wakon (“Dio del Fuoco e del Male”), che viene allora cacciato dal Regno dei Cieli per volontà di tutti gli dèi e se ne va furente a causare disastri (siccità, inondazioni, fame e morte) sulla terra (cf. Apoc. 12,1-17).

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Ormai ho esaurito tutte le sfumature di rosso della mia faccia, ma mi espongo un’ultima volta chiedendo come siano arrivati a organizzare uno di quei momenti di preghiera nei giardini vaticani, nei quali non si arriva certo per caso: «Quella non è stata una nostra iniziativa – risponde asciutta María –: siamo stati chiamati dagli organizzatori del Sinodo».

L’“embarazada” e l’imbarazzante

María ha purtroppo esaurito il (comunque non poco) tempo che poteva dedicarmi e deve andare via. Io ristò un poco a guardarmi gli appunti e poi mi sovviene di colpo l’ennesima domanda rinunciabile. Siccome lei non c’è piú (e ormai io non ho piú una chance di apparire una persona che pone domande serie), faccio l’ennesima domanda gossippara a fratel Soffientini: «Ah, senta, ma invece per quella statuetta virile… sí, diciamo molto virile?» – «Quale statuetta?, non capisco» – «Ma sí, quell’auspicio di fertilità…» – «Quella era la donna incinta, se n’è parlato…» – «No, non quella, dico l’umanoide col membro in erezione…» – «…?» – [allora gli mostro una foto] – «Io non l’avevo mai notata, ne sento parlare adesso… certo che sono maliziosi, alcuni giornalisti…». Non oso smentirlo sul punto ma, visto che una risposta circostanziata sulla statuetta “imbarazzante” non mi è giunta (e fatta salva l’obiezione per cui potrebbe trattarsi di un banale effetto ottico colto da osservatori malevoli e maliziosi), colgo l’occasione per rispondere a una domanda giuntami da un lettore allarmato dall’essersi disinformato sulla solita stampaccia sensazionalistica e approssimativa: «Avanti, dimmi che significato cristiano può avere un simile oggetto!».

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