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Questo documentario fa capire perché l’eutanasia non è la dolce morte

Catholic Link - pubblicato il 23/10/19

In alcune società in cui questa pratica è così normale da essere realizzata come fosse poco importante, si potrà equiparare a qualcosa di quotidiano come prescrivere una medicina per il raffreddore o prendere un campione di sangue.

È importante chiarire che le cure palliative si differenziano fondamentalmente dall’eutanasia perché rispettano il ritmo naturale del processo vitale. Ciò significa che gli interventi che si effettuano non accelerano ma nemmeno ritardano la morte del malato.

Sull’autonomia

Quando si promuove l’eutanasia, si sostiene attraverso il diritto e il principio dell’autonomia e della libertà della persona che la richiede. È però importante non dimenticare che anche noi medici siamo persone con libertà e il diritto di essere autonomi.

A vote questo tipo di pratiche che si diffondono e si promuovono su base legale sembrerebbe avere un carattere di obbligatorità che restringe una sana autonomia e attenta contro i principi e le convinzioni personali (attenzione! Non solo di indole religiosa come molti sostengono, ma anche di tipo morale ed etico).

In questo senso, sembra incredibile vedere come pochi giorni fa in Argentina sia stato condannato un medico che si è rifiutato di effettuare un aborto. Forse noi medici non abbiamo il diritto a veder rispettata la nostra autonomia e la nostra libertà? Non abbiamo forse il diritto di essere fedeli alla nostra coscienza, agli impegni etici che abbiamo assunto quando abbiamo iniziato la pratica e alle nostre convinzioni e ai nostri princìpi?

Non è l’unica via

“Se la persona si sente amata, rispettata, accettata, l’ombra negativa dell’eutanasia scompare o diventa quasi inesistente” (Papa Francesco)

Ho avuto spesso l’esperienza di incontrare malati di cancro che non hanno più possibilità di guarire e soffrono molto – soprattutto per il fatto di perdere forze e indipendenza e di sopportare un grande dolore fisico, dell’anima e dello spirito – che mi hanno detto: “Non voglio più vivere così, la mia vita non ha senso”, “Se devo continuare a soffrire tutto questo preferisco morire”.

È comprensibile che quando si sperimenta tanto dolore si cerchino soluzioni e vie d’uscita rapide, ma non è raro che molte persone sentano che le porte vengono chiuse, anche da parte dei medici che dicono loro: “Per lei non c’è più nulla da fare”.

Chi non perde la speranza in queste situazioni? Chi non penserebbe in questa condizione che non valga la pena di andare avanti? Quando inizio ad assistere queste persone e spiego loro in cosa consistono le cure palliative (alleviare e mitigare la sofferenza in modo integrale), però, molti sentono che quello che volevano davvero non era morire, ma sentire che la sofferenza poteva essere più lieve. Che non devono affrontarla da soli, che si può sperare di soffrire di meno.

Anche alcuni che desideravano l’eutanasia cambiano idea, perché con meno sofferenza la vita ha un altro colore. In questo senso, sono d’accordissimo con quello che dice il Papa: “La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza”.

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Tags:
eutanasia
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