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Corte costituzionale: è inammissibile un atto di nascita con due madri

LESBIAN, MOTHERS, CHILD
Shutterstock
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Sono ancora attese le motivazioni della sentenza emessa il 21 ottobre, ma ecco perché è importante capirne il senso positivo: nei vuoti legislativi italiani qualcuno tenta di forzare la mano, ma per ora la Corte di Cassazione e la Consulta arginano la deriva.

Quando Renzo si trovò al cospetto di Azzeccagarbugli quella che gli pareva una richiesta legittima e chiara si trasformò in un incomprensibile geroglifico di cavilli. È l’impressione che ricava chiunque sia poco avvezzo a frequentare i territori della legge: si percepisce il gergo dei tribunali come un mondo alieno, ma si rischia anche di essere esclusi da notizie davvero significative per la società.

Ieri, 21 ottobre, la Corte Costituzionale ha respinto per «difetto di motivazione» il ricorso chiesto da due donne, che si erano appellate al Tribunale di Pisa, dopo la negazione dell’anagrafe a riconoscerle entrambe madri di un bambino nato in Italia, a Pontedera.

In sostanza, alla tesi dei legali della coppia di donne che chiedevano alla Consulta di consentire la registrazione delle “due madri” essendo prevista nel diritto del Paese di cui il bambino ha la cittadinanza (trasmessa dalla madre) la Corte ha opposto il rifiuto a intervenire sull’ordinamento italiano vigente. (da Avvenire)

Leggi anche: TAR Lombardia: via limite dei 43 anni per fecondazione eterologa, è discriminante

Questo verdetto si somma a un altro emesso lo scorso maggio dalla Corte di Cassazione:

Le coppie omosessuali che hanno avuto un figlio all’estero nato con la maternità surrogata non possono ottenere in Italia la trascrizione all’anagrafe dell’atto di figliazione del bambino, riconosciuta nel paese straniero. (da Ansa)

Entrambi confermano un punto fermo in merito alla deriva di certe facili trascrizioni avvenute in tutta Italia che portavano i giornali a titolare: riconosciuti i figli di “due padri” o di “due madri”. Come se la prassi avesse sdoganato senza difficoltà quello che la legge non contempla.

Sciogliere con chiarezza e semplicità i nodi di quest’ultima vicenda ci mette al centro di alcune criticità che saranno sempre più spinose in tema di famiglia e soprattutto di tutela dei bambini. Ci sono vuoti legislativi che sono veri e propri campi di battaglia silenziosi (chi di noi passerebbe il tempo a leggersi i verdetti dei tribunali?) per coloro a cui preme forzare la mano in materia di diritti di coppie cosiddette omogenitoriali. Dal punto di vista mediatico ha sintetizzato bene la situazione Mario Adinolfi: sui titoli dei grandi giornali la notizia del verdetto della Consulta non la troverete. Troverete paginoni dedicati alle interviste delle “due madri” che squadernano il loro bisogno di vedere sereno e felice il loro bambino, ma non troverete che qualche misera riga (… se c’è) sulle ragioni del no che è stato risposto loro.

Ma non c’è in ballo solo una questione di visibilità, sappiamo bene che l’informazione non è libera come dice di essere. Ribadirlo va bene, ma è ancora più importante capire cosa c’è in gioco. Allora, ripercorriamo sinteticamente la trama di questa storia, partendo da chi riteniamo essere il soggetto al centro del dibattito: il figlio.

Chi e dove?

Circa quattro anni fa è nato a Pontedera un bambino, che aveva già girato il mondo. La sua nascita viene pianificata all’interno della relazione di due donne, una italiana e una statunitense, che si sono potute sposare in America e hanno espresso davanti alla legge del Wisconsin il loro progetto di ricorrere alla fecondazione eterologa per concepire un figlio: una di loro, Denise Rinehart, è diventata così “madre gestazionale”(ha portato il figlio in grembo) e l’altra, Giulia Garofalo Geymonat, “madre intenzionale” (ha prestato il suo consenso alla procedura).

Leggi anche: Tanto parlare di utero in affitto e poco o nulla di bambini e dei loro diritti (finora!)

Per gli Stati Uniti le due donne sono sposate e riconosciute madri del nascituro. La scena si sposta poi in Danimarca dove avviene il concepimento tramite fecondazione eterologa. Infine il bambino nasce in Italia a Pontedera; ma essendo la madre gestazionale americana, anche lui acquisisce la cittadinanza americana.

CHILD, AMERICAN, FLAG
Alexey Rotanov | Shutterstock

Primo nota bene: non è casuale che sia stato scelto che la madre gestazionale – cioè biologicamente legata al figlio e perciò riconosciuta tale anche da stati diversi da quello d’origine – fosse la cittadina statunitense. Infatti il progetto sotteso mira a far sì che sul bambino possano essere accampati i diritti che gli spettano già come cittadino americano (se per la legge americana lui ha due madri, perché rifiutargliele in Italia?). Tutta questa machiavellica lucidità la si traveste usando la calda coperta dell’affetto. Infatti se nei tribunali la battaglia diventa quella appena descritta, sui giornali si parla d’altro: la sua esperienza di bambino è intessuta dei legami emotivi quotidiani con le due donne fin dalla nascita, perché non dare riscontro ufficiale a questo suo stato familiare?

Quello che risulta evidente è un piano studiato molto bene, in cui il regno disincantato dei puri affetti è più che altro una storia raccontata ai giornali per deviare il discorso sul terreno multicolore dell’amore. L’obiettivo che s’intravede è forzare la mano sulla legge italiana sempre un passo oltre, nonostante il divieto della stepchild adoption.

Dall’anagrafe, al tribunale, alla Corte Costituzionale

Procediamo con la cronaca dei fatti. Alla nascita del bambino a Pontedera segue il passaggio al registro dell’anagrafe: Denise e Giulia chiedono di essere registrate entrambe come madri, ma la loro richiesta viene rifiutata. A quel punto ricorrono in appello al Tribunale di Pisa, il quale rimette la questione in mano alla Corte Costituzionale per dirimere i dubbi in merito. Ma è proprio nelle argomentazioni dell’appello presentato dalle “due madri” che possiamo vedere su che basi si tenta di forzare la legge. L’intero documento del Tribunale è pubblicato qui, di seguito alcuni passaggi decisivi.

Leggi anche: Francia: una legge bioetica che cancella i padri, migliaia in piazza per dire no

1) Si tenta di privare di autorità la legge italiana facendo prevalere quelle straniere “più favorevoli”:

Le ricorrenti hanno argomentato che doveva applicarsi la norma di diritto internazionale privato italiano che rinvia in materia di riconoscimento alla legge personale del minore e, in caso di più cittadinanze, comunque quella più favorevole (osservando che in forza della legge dello Stato del Wisconsin i soggetti che hanno prestato il consenso alla procreazione medicalmente assistita eterologa sono genitori senza discriminazione di genere)

2) Si tenta di trasformare i vuoti legislativi in punti a favore delle coppie omosessuali:

Hanno poi argomentato che l’omogenitorialità non è contraria all’ordine pubblico e che nessuna norma stabilisce nell’ordinamento italiano che i genitori debbano essere necessariamente di due generi anagrafici diversi.

Ci sono molte altre puntigliose argomentazioni nel documento, per chi vorrà approfondire. Questi due elementi evidenziano i punti deboli più clamorosi su cui la mano dell’interesse del mondo LGBT sarà sempre più pesante. Per ora l’assalto è stato bloccato. Infatti, la sentenza di ieri della Corte Costituzionale ha respinto il suddetto appello delle madri e quando avremo a disposizione le motivazioni si capirà meglio il senso di questa decisione. Ma intanto il messaggio è chiaro: la Corte ha opposto il rifiuto a intervenire sull’ordinamento italiano vigente.

Cosa c’era in ballo?

Abbiamo già sentito parlare di trascrizioni forzate all’anagrafe da parte di coppie omossessuali, il caso che si è trovato a discutere la Corte Costituzionale aveva un elemento importante e nuovo da dirimere. Lo ha spiegato egregiamente Valentina Maglione:

È possibile formare un atto di nascita in cui indicare due madri, se il bimbo è nato in Italia ma è cittadino di un Paese straniero dove il rapporto di filiazione è riconosciuto? […] Si tratta di un caso particolare, diverso da quelli esaminati finora dalla giurisprudenza. (da Il Sole 24 ore)

© Beijersbergen / Shutterstock

Infatti, in tutti i casi balzati all’onore delle cronache (da Gabicce, a Roma per fare qualche esempio) il bambino o i bambini erano nati all’estero in Stati che legalmente riconoscono che un figlio abbia “due padri” o “due madri”. Per dirla senza fronzoli: in virtù della cittadinanza originaria la legge italiana si inchina ai “diritti” acquisiti dal bambino. Ma nel caso di Pontedera il terreno della giurisprudenza era più scivoloso: per la prima volta si parla di un bambino nato in Italia, ma che è anche cittadino statunitense (diritto acquisito dalla madre gestazionale). È chiaro dunque il tentativo? A forza di eccezioni si cerca di aprire varchi sempre più grandi nella nostra legge. Prima si parlava di figli nati all’estero, ora si è tentato di allargare il pertugio con il caso un figlio nato in Italia ma con seconda cittadinanza statunitense, il passo successivo sarà arrivare indistintamente a tutti i figli di coppie omosessuali. Una piccola martellata alla volta.

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