Aleteia logoAleteia logo
Aleteia
giovedì 21 Gennaio |
Sant'Agnese
home iconStorie
line break icon

Lafont: «Il centro della Chiesa è Cristo, non Roma, ma grazie a Dio ci ritroviamo a Roma!»

Monseigneur Emmanuel Lafont © DR

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 21/10/19

3Verso una Chiesa indigena in Amazzonia

Si parla della necessità di passare da una Chiesa indigenista a una Chiesa indigena: ora, lei è un bel profilo ecclesiale, ma i suoi natali e la sua formazione la rendono comunque volto di una Chiesa ancora indigenista, e peraltro ha ancora davanti pochi anni di ministro episcopale attivo; come sta preparando la transizione? (Qual è la composizione del suo clero? Può esistere una Chiesa indigena in uno Stato post-coloniale e quindi indigenista?)

Mons. Emmanuel Lafont: Lei tocca un tasto dolente. Al momento dispongo di 41 preti, dei quali 4 soltanto sono indigeni. Attualmente ci sono 4 persone in seminario, dei quali uno è indigeno (gli altri vengono da paesi limitrofi e uno è un europeo cresciuto lí). E quindi è difficile: al contrario di quanto è accaduto in Martinica o in Guadalupe, la Guyana è rimasta lungamente molto poco popolata, e uno dei problemi di quel Paese è che c’è una vasta fuga di energie giovanili all’estero – conoscendo i problemi del Paese non so biasimarli, ma certo sono occasioni di riscatto che se ne vanno, ed è drammatico.

Poi fino a non molti decenni fa molte chiese avevano gran numero di missionari da inviare per il mondo, di modo che non ci si ponesse in modo urgente il problema di favorire lo sviluppo di un clero autoctono. Ci sono delle vocazioni, sí, ma abortiscono perché la società e la Chiesa in Guyana non le sostengono abbastanza – per ragioni che sarebbe troppo lungo stare ad esporre qui. Attualmente la diocesi ha praticamente 100mila persone in cura d’anime, circa un terzo della popolazione complessiva.

Bisogna essere consapevoli di questo: la mancanza di vocazioni nella Chiesa è in gran parte il segno di una certa debolezza spirituale della Chiesa. Lo diceva il cardinale Lustiger, e io credo che dicesse qualcosa di giusto. Dunque abbiamo una Chiesa che è molto devota ma che al contempo ha molta paura del celibato: nella società il celibato è un segno che fa paura, e questo è un buon segno, ma un segno difficile. Io credo profondamente che il Signore chiami tutti i ministri, tutti i servitori e tutti gli operai necessari alla messe, ma la condizione per cui queste vocazioni arrivino a fioritura non si danno sempre tutte insieme. Attualmente ho un diacono amerindio, ce n’è un altro che si prepara al diaconato, e c’è un giovane amerindio che mi ha da poco esternato l’intenzione di diventare sacerdote.

A oggi poi stiamo superando la remunerazione da parte del Provveditorato locale, e le comunità sono assolutamente in grado di sostenere i chierici. Per tornare alla sua domanda, il rapporto tra la Chiesa e le nazioni è sempre stato e sempre sarà complesso, perché il messaggio evangelico è in sé stesso un messaggio profondamente libero, di fronte a ogni autorità e a ogni potere.

Parlando col cardinale Hummes durante la preparazione del Sinodo, Papa Francesco ha raccomandato che non si esca dal seminato, che si pensi finalmente all’Amazzonia. Lei invece ha recentemente dichiarato che quando il Sinodo parla, parla per tutti. Sicuramente non voleva contraddire il Papa, ma che cosa intendeva?

Mons. Emmanuel Lafont: È chiaro, nelle intenzioni del Papa, come affrontare il tema dell’Amazzonia avrà ripercussioni su altre Chiese, anzitutto quelle del Congo, ma pure quelle delle foreste tropicali ed equatoriali d’Asia.

Noi abbiamo parlato di Amazzonia, ma quel che accade in Amazzonia è conseguenza della volontà di potenze finanziarie e industriali di mettere le mani sui tesori del territorio. E sono potenze sovranazionali. Si parla poi di riscaldamento climatico, e chiaramente anche questo riguarda tutti. Non abbiamo parlato di Medio Oriente o del Pakistan, ma i problemi amazzonici riguardano anche molte altre persone nel mondo, a cominciare dal bisogno di trasformare un’economia industriale e consumistica in qualcosa di diverso e di nuovo, e questo riguarda tutti.

Proprio ieri il cardinal Ambongo ha dichiarato (a Philippine de Saint Pierre per KTOTV) che si potranno applicare anche nel bacino del Congo. Davvero le problematiche amazzoniche non sono peculiari della conformazione geografica e della distribuzione antropica?

Mons. Emmanuel Lafont: Lei sa qual è la percentuale della popolazione urbanizzata in Amazzonia? 80%: è molto! Si parla dei villaggi sperduti, che sono piccolissimi. Attualmente in Guyana, ma penso che sia piú o meno cosí dappertutto, parliamo di 15mila persone, dunque il 5% del totale. Differente dall’Ecuador e ancora di piú dalla Bolivia. Da noi però si tratta di minoranze piccolissime, ed è per questo che abbiamo enormi difficoltà pastorali: se l’immagina un giovane prete che viene e che impara una lingua per andare a parlare con 600 persone, sparpagliate per chilometri – fino a tre giorni di piroga per raggiungere i piú remoti – lungo le anse di un fiume a gruppi di 40 o 50? Non si vede pastore di queste seicento persone per decenni, e questo è comprensibile. A quanto apprendo dai miei confratelli, e pur non conoscendo nel dettaglio le cifre, penso che nel bacino del Congo il problema sia pressappoco identico.

Lei l’Africa la conosce bene, anche se il suo Sudafrica è in parte un altro mondo: cosa resta nel mondo dell’Apartheid? E nella Chiesa?

Mons. Emmanuel Lafont: Prosegue. Voglio dire che le leggi non sono piú razziste, ma le leggi sono una cosa e la vita della gente è un’altra cosa. Le ferite di allora continuano a operare nei comportamenti. Quando ero lí in Sudafrica mi ha aiutato soprattutto il libro dell’Esodo: non è con la traversata del Mar Rosso che il popolo d’Israele arriva nella Terra Promessa. Bisogna prima sbarazzarsi delle false idee su di sé e sugli altri, e questo è un lungo lavoro.

Una cosa che mi segnò molto, a tal proposito, fu quando Giovanni Paolo II andò in Grecia: la Chiesa ortodossa non era contenta; i monaci del Monte Athos fecero un giorno di digiuno per l’evento. L’arcivescovo di Atene, Christódoulos, non era entusiasta ma dovette esserci. Lo si vede nelle registrazioni. Quando Giovanni Paolo II, già affaticato, salí verso la cattedra, l’Arcivescovo lo aiutò, e s’intravide una certa complicità fra i due. Qualche minuto dopo, quando l’Arcivescovo menzionò il Sacco di Costantinopoli la sua emozione si fece palpabile. Parliamo di un fatto del 1204, e quell’uomo non poteva parlarne senza commuoversi: forse avrà influito il fatto che per la prima volta avesse davanti il capo della Chiesa cattolica latina, ma mi ricordo come mi colpí quell’offuscamento della serenità che s’impadroní di lui all’improvviso.

Prima ancora dell’apartheid e del colonialismo, dunque, ci sono molte eredità della storia che ci appesantiscono: ci vuole tempo per liberarsene, bisogna comprenderlo. Siamo tutti feriti dalla storia. Anche in Francia non riusciamo a guardare serenamente le ore buie della Rivoluzione Francese… Non si può dire che basti abbattere una legge perché le pagine siano effettivamente voltate, ogni generazione deve riappropriarsi del passato e pacificarsi con esso. A Cayenne dei ragazzini hanno visitato dei memoriali dello schiavismo… e si sono messi a piangere. Nessuno di loro aveva mai vissuto qualcosa del genere, erano cose che riguardavano i loro antenati, ma la memoria del popolo è visceralmente iscritta nei suoi figli.

4Conferenze episcopali, dialogo ecumenico e primato romano

Più volte il cardinal Sarah ha dato risalto alla sua impressione (di prelato africano con responsabilità ecclesiali planetarie) che le istanze rivendicate come urgenze da certe fronde ecclesiali rispondano meno ai bisogni dei popoli che alle agende di gerarchie ormai prive di popolo. Cose simili ha detto anche il suo confratello tedesco Stephan Oster, giovane vescovo di Passau. A lei sembra plausibile che alcuni episcopati sperino di lucrare “deroghe” e “aperture” dalle futuribili disposizioni post-sinodali?

Mons. Emmanuel Lafont: Sí, è possibile. La Chiesa deve essere incarnata, nei differenti luoghi, e ho detto, all’inizio di questa intervista, come abbiamo scoperto che la Chiesa non è chiamata all’uniformità, e che la sinodalità deve svolgersi a tutti i livelli: ogni comunità deve poter valutare da sé, senza imposizioni eteronome, le soluzioni migliori per i propri specifici problemi pastorali. Non può darsi che certe cose non siano possibili perché gli altri hanno deciso che noi non possiamo.

Ci sono ventisette riti, se non sbaglio, nella Chiesa cattolica. La gente neanche lo sa. Forse anche dopo il Concilio qualcuno avrà creduto che il nuovo rito dovesse essere definitivo, ma questa non era la visione ecclesiale: se pure fosse una visione romana, di certo non è quella ecclesiale. Ecco, si parla di questi viri probati: non c’è neppure bisogno di cambiare la legge, e nessuno ha intenzione di cambiare la legge. Ci sono già preti sposati, nella Chiesa cattolica: ci sono preti anglicani entrati nella Chiesa cattolica e a cui nessuno ha chiesto di lasciare la famiglia, fin da Benedetto XVI e anche prima, dai tempi di Giovanni Paolo II. Non stiamo affatto rivoluzionando la Chiesa, stiamo considerando alcuni problemi specifici, e questo fenomeno si moltiplicherà – non certo per disfare la Chiesa ma per valorizzare le particolarità delle singole comunità.

Ce lo ricordavamo in questi giorni: quando – lo si legge negli Atti degli Apostoli – i giudei di lingua greca si trovarono discriminate da quelle di lingua aramaica, che cosa fecero gli apostoli? Crearono un ministero proprio ai fedeli di lingua greca. E perché la Chiesa non dovrebbe poter creare ministeri proprî all’Amazzonia? Si capisce che si possano temere ripercussioni: potranno essercene, certo, ma non è detto che siano ripercussioni malefiche, anzi. Devo però ammettere che non seguo molto le attualità ecclesiali delle conferenze episcopali a cui fa riferimento: qualcosa mi giunge ma come di lontano.

Sinodo ed ecumenismo: sappiamo del proselitismo aggressivo espresso da molte comunità evangeliche in Amazzonia. Avviene lo stesso anche da parte cattolica?

Mons. Emmanuel Lafont: Certi atteggiamenti da parte di alcune comunità ecclesiali sono un dramma e una colpa, e io benedico il Cielo perché con il Vaticano II – ma anche prima – la Chiesa Cattolica ha posto le condizioni per un serio esame di coscienza, perché la Chiesa ritrovasse sé stessa. E ritrovarsi non significava piú, come in qualche periodo è stato vagheggiato, “tutti tornino qui”, ma accettare un altro tipo di sinodalità: attraverso tradizioni che non sono tutte e completamente, dappertutto e sempre integre… e nondimeno fanno parte della Chiesa. Cosí come in famiglia si può incorrere in discordie, ma famiglia si resta, e la Chiesa cristiana è una famiglia.

Ciò detto, per fare un dialogo ecumenico bisogna essere in due. Ci sono posti in cui esso è vissuto: forse non con tutte le Chiese e dappertutto. In Francia si fa, con i Riformati e con gli Ortodossi, dove meglio dove peggio. In Guyana è difficile: ci sono comunità ecclesiali che non desiderano avere alcun contatto con noi, proprio perché abbiamo lungamente tacciato di diaboliche e di eretiche le loro comunità, e cosí quelli non possono sic et simpliciter venire a parlarmi, e di questo prendo atto. Arriverà il momento. Quanto al proselitismo, è vero che Gesú non ha mai fatto proselitismo. In Guyana però abbiamo un forte stato di missione, missio ad extra: centinaia di laici che vanno in giro, anche porta a porta, e – cosa succede? – gli altri tornano con ancora piú energie a darci dentro! Va bene, ma al di là di questo, ciò che spero sia chiaro è che non facciamo questo per la chiesa: noi non siamo qui per portare la gente in chiesa, ma per mostrare loro Cristo, Gesú. È lui che raccoglierà la Chiesa, non noi.

Dobbiamo essere cristocentrici, non ecclesiocentrici: non predichiamo la Chiesa, non siamo qui per dire alla gente “perché non venite a pregare con noi?”. No, siamo qui per dire: «Gesú vi ama! Gesú vi aiuta! Gesú vi salva! Gesú vi perdona». È difficile ed esige una conversione, da parte nostra: una conversione sana perché corrisponde alla maniera in cui Gesú fece missione. Non cercò di accrescere le comunità, ma raccolse una comunità per estendere il Regno. Attraverso la guarigione e il perdono, che sono i due segni della missione di Gesú, come scrisse Giovanni Paolo II nella sua enciclica sulla missione.

Noi non vogliamo piú ricadere nel proselitismo: che altri lo vivano è per noi una sfida, e al contempo sottolinea un certo numero di nostri deficit. Se si parlasse piú di Gesú e meno della Chiesa, se si parlasse piú della Parola di Gesú che del Catechismo, se si parlasse di piú di quel che Gesú fa nella mia vita e di come mi trasforma, e meno dei nostri peccati e dei peccati degli altri… Forse saremmo anche piú capaci di mostrare e dare alle persone quel Gesú che può raccoglierle e trasformarle. Insomma, abbiamo sempre qualcosa da guadagnarci, parafrasando quel modo di dire che aveva Mandela: «Non perdo mai: o vinco o imparo».

Rome sweet home, titolavano venti anni fa il loro diario spirituale Scott & Kimberly Hahn, e ieri ricordavamo sant’Ignazio di Antiochia, che salutava in questa Chiesa quella che «presiede nella carità la comunione tra tutte le Chiese». Anche per un amerindio Roma è (o può essere) una “dolce casa”? Come?

Mons. Emmanuel Lafont: Certo! Abbiamo bisogno di questo simbolo dell’unità! E sono molto contento di vedere che è a Roma e non a Parigi. Perché a Roma hanno un senso della legge… sanno che la legge non fa tutto. Ho molta ammirazione per la sapienza, per la saggezza della Chiesa romana. Fanno delle regole e sanno che non tutte sono facili o importanti, ma danno questo grano di sapienza… “Salus animarum suprema lex”: cosí termina il Codice di Diritto Canonico, ed è una cosa importantissima.

  • 1
  • 2
  • 3
Tags:
apartheidnelson mandelapadri sinodalirazzismosinodosinodo amazzoniasinodo dei vescovi
Sostieni Aleteia

Se state leggendo questo articolo, è grazie alla vostra generosità e a quella di molte altre persone come voi che rendono possibile il progetto evangelizzatore di Aleteia. Ecco qualche dato:

  • 20 milioni di utenti in tutto il mondo leggono Aleteia.org ogni mese.
  • Aleteia viene pubblicato quotidianamente in otto lingue: italiano, inglese, francese, spagnolo, portoghese, arabo, polacco e sloveno.
  • Ogni mese, i nostri lettori visionano più di 50 milioni di pagine.
  • Quasi 4 milioni di persone seguono le pagine di Aleteia sui social media.
  • Ogni mese pubblichiamo 2.450 articoli e circa 40 video.
  • Tutto questo lavoro è svolto da 60 persone che lavorano full-time e da altri circa 400 collaboratori (autori, giornalisti, traduttori, fotografi...).

Come potete immaginare, dietro questi numeri c'è un grande sforzo. Abbiamo bisogno del vostro sostegno per poter continuare a offrire questo servizio di evangelizzazione a tutti, ovunque vivano e indipendentemente da quello che possono permettersi di pagare.

Sostenete Aleteia anche solo con un dollaro – ci vuole un minuto. Grazie!

Preghiera del giorno
Oggi festeggiamo anche...





Top 10
1
SINDONE 3D
Lucandrea Massaro
L'Uomo della Sindone ricostruito in 3D. I Vangeli raccontano la v...
2
LEANDRO LOREDO
Esteban Pittaro
Morire con un sorriso, seminando santità anche in ospedale
3
PIENIĄDZE ZA MSZĘ
Unione Cristiani Cattolici Razionali
Stipendio dei preti, quanto guadagnano? Quei ...
4
ST JOSEPH,THE WORKER CARPENTER, JESUS,CHILDHOOD OF CHRIST
Philip Kosloski
L'antica preghiera a San Giuseppe che non ha mai fallito
5
Aleteia
Preghiera a santa Rita da Cascia per una causa impossibile
6
DIAKON
Arcidiocesi di San Paolo
Perché un pezzo di Ostia consacrata viene collocato nel calice?
7
Gelsomino Del Guercio
Il viaggio nell’Aldilà di Gloria Polo: Gesù mi ha mostrato il “Li...
Vedi di più
Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni