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Lafont: «Il centro della Chiesa è Cristo, non Roma, ma grazie a Dio ci ritroviamo a Roma!»

Monseigneur Emmanuel Lafont © DR

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 21/10/19

1Sinodo e media tra attese e lavori

Ora che abbiamo visto il giro di boa del Sinodo, com’è l’atmosfera durante i lavori? I Padri sono soddisfatti dell’andamento del cammino sinodale?

Mons. Emmanuel Lafont: Mi sembra che il sinodo sia molto sereno. Abbiamo parlato, abbiamo ascoltato per molti giorni in maniera molto intensa, gli interventi apparivano chiaramente preparati con lunga cura. Direi che la fase antecedente del Sinodo sia stata preparata in modo particolarmente buono. Personalmente ho avuto modo di visitare molti villaggi amerindi: abbiamo incontrato i vescovi delle zone, oltre che le popolazioni, in marzo. Abbiamo avuto un’assemblea pre-sinodale a Cayenne, e quindi il sinodo è stato molto preparato e molto atteso.

Si sente l’attesa straordinaria dei popoli amerindi. Siamo tutti coscienti dell’attesa del mondo e insieme della Chiesa, delle sfide di questo sinodo e anche delle resistenze e delle paure: tuttavia l’assemblea è molto serena, tratteniamo il fiato perché ci rendiamo conto che le decisioni che possiamo prendere possono spaventare qualcuno. Io mi trovo in un circolo minore particolare perché è l’unico a non essere né in spagnolo né in italiano ma in francese e in inglese, soprattutto in inglese, e vi abbiamo persone dai cinque continenti, e quindi praticamente a questo crocicchio il partito amazzonico era il piú limitato.

Abbiamo ascoltato ieri sera i rapporti di tutti i gruppi linguistici e abbiamo formulato proposizioni per il documento finale. Abbiamo coscienza di tre cose:

  • la prima è che l’attesa a livello di impegno della Chiesa in rapporto al riscaldamento climatico è molto forte, e penso che bisogni muoversi e dare l’esempio, anche se cambiare stile di vita non è facile per nessuno;
  • sappiamo poi che l’attesa di un buon numero di diocesi amazzoniche per la comparsa di ministeri accanto a quello sacerdotale è molto forte, e penso che troveremo una soluzione;
  • al contempo sappiamo che questo sinodo rappresenta una sorta di tornante nella Chiesa. L’abbiamo detto a piú riprese: l’unico centro della Chiesa è Cristo, non è Roma.

La Chiesa è fatta di realtà culturali, continentali, diverse; esse devono imparare ad ascoltarsi senza che alcuna imponga la propria realtà sulle altre. E stiamo andando avanti, in questo campo. Ci dicevamo ieri: sí, le esperienze sono diverse (ad esempio l’Africa ha un altro modo per pensare al numero dei preti), ma bisogna lasciare all’Amazzonia lo spazio perché trovi il proprio cammino.

E come giudica, in generale, il lavoro divulgativo dei media? (Davvero il Sinodo sta parlamentando di viri probati e diaconesse? Secondo lei perché c’è questa vulgata quasi morbosa e ossessiva?)

Mons. Emmanuel Lafont: Ne parliamo poco. Per tornare sui ministeri, noi siamo coscienti di diverse cose: anzitutto che bisogna evitare di clericalizzare i laici; al contempo bisogna de-clericalizzare il clero. Questo rende complesso il tutto: siamo coscienti del fatto che una Chiesa clericale non è la Chiesa di Cristo, che la Chiesa debba essere sinodale nelle parrocchie, nelle diocesi. “Sinodale” significa che ciascuno ha il proprio posto e che il clero deve servire e non spadroneggiare.

La seconda cosa che sentiamo molto forte è la straordinaria esperienza delle donne: il loro lavoro immenso nella vita delle diocesi e delle comunità. Come fare? Forse delle donne diventeranno diaconesse senza diventare “chieriche”. Lasciamo che l’esperienza c’interpelli, e che “tradizione” non significhi fissismo: siamo coscienti di tutto ciò.

Sono arrivato dicendo: «Tre settimane sono tanto tempo!», ma benedetto questo tempo che ci siamo dato, perché lasciamo che la riflessione, il silenzio e la preghiera facciano il loro corso nell’assemblea. Chiaramente in tutto ciò i media non possono addentrarsi. E del resto nessuno conosce se non quel che vuole conoscere: i media non vengono mai in Amazzonia, e se ci vengono è sempre molto rapidamente. Mi stupisco sempre di quando i media vengono alle celebrazioni che io presiedo: non citano mai quel che io dico durante le celebrazioni, ma vogliono che io risponda alle loro domande, senza tener conto di quel che io dico. Le faccio un esempio che mi ha colpito: abbiamo parecchi problemi, in Guyana, è vero… ma quando facciamo gli incontri ci chiedono sempre “perché vi suicidate?”. Ecco, mi ricordo della risposta di uno di questi amerindi: «Ci fate sempre questa domanda, basta, ne abbiamo a sufficienza! Non ci chiedete mai “com’è la vostra vita?”, “quali sono i vostri problemi?”, “che cosa volete dirci?”: vi focalizzate su quel che a voi interessa, ma non vi interessa chiederci quel che a noi interessa. Basta!». È una difficoltà che abbiamo tutti, quella di metterci al livello delle persone che incontriamo. Ecco a cosa serve il Sinodo. L’Amazzonia dice: «Ascoltateci, scopriteci».

Arrivando a Roma lei disse che sperava di essere ascoltato dai suoi confratelli francesi, definendoli “molto distanti”, eppure abbiamo visto che uno dei suoi temi più forti (i suicidî endemici) era stato anticipato da Mark Ionesco con una inchiesta su Marianne. Come le pare che queste informazioni abbiano impattato sui suoi confratelli e sui suoi connazionali?

Mons. Emmanuel Lafont: Sí, ne abbiamo parlato. Abbiamo soprattutto parlato della violenza che si perpetra nel silenzio. Del resto il Santo Padre per due volte ha richiamato l’attenzione dicendo: «Quel che mi colpisce è la violenza subita da questi popoli, che li ferisce e li annichilisce». Nel mio circolo minore abbiamo diversi europei, diversi statunitensi, che hanno detto: «Sí, è ora che ci mettiamo in ascolto, che prendiamo coscienza delle vostre differenze». Cito regolarmente questo proverbio africano: «Quando i leoni avranno degli storici, la storia della caccia sarà differente». Penso che esso esprima una grande verità: è necessario che i popoli colonizzatori ascoltino i popoli colonizzati, questo non è stato ancora fatto.

L’altra cosa da riconoscere è che nella tragica storia dell’imperialismo tutti sono stati feriti: non soltanto i colonizzati ma anche i colonizzatori. Dobbiamo prendere atto di queste ferite invisibili. In Sudafrica mons. Tuti diceva: «I bianchi saranno liberi quando lo saranno i neri». Io l’ho riformulata cosí: «Il mondo occidentale sarà pacificato e sicuro quando i poveri saranno pacificati e sicuri».

Qualche prete missionario in Amazzonia (padre Giovanni Andena, intervistato per Tempi da Rodolfo Casadei) ha descritto scenari simili ai suoi, ma proponendone un’analisi tutta diversa: l’omologazione a stili di vita alieni non sarebbe la causa dello sradicamento ma una semplice spia dell’assenza di una vera cultura indigena. Come giudica questa analisi, e come si spiega che sia stato un missionario a formularla?

Mons. Emmanuel Lafont: Forse è un riflesso difensivo. In Africa avevo l’abitudine di dire: «Non perché uno è ricco si tratta di un uomo cattivo, né la povertà rende santi gli uomini. Ma la causa dei poveri è una causa giusta». Questo non significa, ripeto, che i ricchi siano cattivi, e naturalmente possono esserci distorsioni e aberrazioni tra i poveri. La causa dei popoli dell’Amazzonia, però, che si vedono non riconosciuti, spogliati delle loro terre e della loro tradizione, è una causa giusta. Non ci si può nascondere dietro un dito.

Quando Dio dice a Mosè “Ho sentito il grido del mio popolo”, non dice cosí perché quelli sono santi – la storia dell’esodo mostra il contrario – ma la loro causa era giusta. Gesú si mette necessariamente dalla parte dei poveri, dei migranti, dei prigionieri: non perché sono giusti, ma perché il loro bisogno di libertà, di essere riconosciuti, è giusto. Arrivare a fare questa distinzione è profondamente liberatorio… ma non è facile.

2Spiritualità amazzonica: spunti per un’inculturazione reciproca

I resoconti dei “momenti di spiritualità” amazzonici che hanno accompagnato l’avvio e lo svolgimento del Sinodo hanno fatto gridare al sincretismo, all’eresia, al paganesimo. Lei che è un evangelizzatore occidentale lungamente inculturato nel contesto amazzonico come riesce a comprendere quei riti? Cosa significano? Quali semina Verbi rivelano?

Mons. Emmanuel Lafont: Sí, sono stato molto scioccato da certe dichiarazioni. Ma vede, da noi è lo stesso: abbiamo statue eppure non siamo idolatri. Forse qualche fedele ha un’attitudine da correggere e va piú vicino alla statua che al Santissimo Sacramento. Ci sarà qualcosa da purificare, ma devo anche capire cosa la persona intende: non sta adorando un idolo, sta chiedendo aiuto a un’entità cui si sente prossimo. E quindi ancora una volta bisognerebbe chiedere a loro. Quel che di profondo c’è, nella spiritualità degli amerindi, è la percezione che c’è del sacro dappertutto. Ed è vero. «Questa terra è santa», come ha detto il Santo Padre. Tutta la creazione è un riflesso di Dio.

Ieri citavo un’espressione molto forte del patriarca Bartolomeo, che da tempo nutre una visione spirituale e teologica dell’ecologia: «La prima cosa cosa che dobbiamo fare, per parlarne bene e spiritualmente, è riconoscere che tutta la creazione rivela Dio». Dio è dappertutto e tutto riporta a Dio. Dunque bisogna avere sulla creazione uno sguardo sacramentale, che contempli nella creazione l’opera di Dio. È questo che penso. Ora, che qualcuno voglia banalizzare quest’impostazione, come avviene anche da noi, o voglia utilizzarla per il male… è possibile!, ma pure con l’eucaristia validamente consacrata si celebrano le messe nere. E dunque non è giudicando superficialmente dall’esterno che si può capire la portata di una spiritualità, bensí unicamente chiedendo a quanti vi sono coinvolti. Mi hanno mostrato la statua di quella donna incinta, che ha suscitato tante polemiche [apprendiamo oggi che la statua in oggetto risulta essere stata gettata nel Tevere da ignoti teppisti (orribilmente osannati nella blogosfera da fronde xenofobe) N.d.R.]: ma è una bella immagine!

Ora le racconto una storia: una volta il coro di una parrocchia della mia diocesi fu chiamato a Parigi a esibirsi a una rassegna di canto liturgico. E con l’occasione io ne portai i membri in pellegrinaggio a Rue du Bac, alla Medaglia Miracolosa: e c’erano sotto gli altari le spoglie santa Caterina Labouré, e quelle di santa Luisa de Marillac. Mi chiedono dunque chi siano, e io spiego: «Questa ha visto la Santa Vergine, e questa…», e dietro di me un omone grosso fa: «Certo che sono forti, questi missionari! Ci hanno impedito di rendere culto ai nostri antenati, ma i loro li mettono sotto i loro altari!». E questo dice tutto: finché non riusciamo a chiedere all’altro che cosa pensa e che cosa metta in ciò che fa… il mio sguardo esteriore non riesce a comprendere. Per il fatto che io parlo francese e che i miei fratelli congolesi parlano francese… non vuol dire che parliamo la medesima lingua: usiamo solo le medesime parole.

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