Aleteia logoAleteia logoAleteia
venerdì 09 Dicembre |
San Juan Diego Cuauhtlatoatzin
Aleteia logo
Storie
separateurCreated with Sketch.

Lafont: «Il centro della Chiesa è Cristo, non Roma, ma grazie a Dio ci ritroviamo a Roma!»

600833_10201606971765842_1006350328_n

Monseigneur Emmanuel Lafont © DR

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 21/10/19

Vescovo amazzonico, ma di fatto, di diritto e per cultura anche ecclesiastico francese e occidentale, mons. Emmanuel Lafont – già testimone della liberazione di Cristo al fianco di Mandela in Sudafrica – parla con noi e ci racconta il Sinodo per l'Amazzonia, al quale partecipa in qualità di padre.

Mons. Emmanuel Lafont è uno dei Padri Sinodali convenuti a Roma a parlare di Amazzonia. Di piú, è uno dei vescovi provenienti proprio dalla regione panamazzonica, essendo la sua diocesi Cayenne, nella Guinea Francese. Questo gli conferisce uno statuto assai particolare, poiché pur vivendo oltreoceano e a sud dell’Equatore egli risiede in un Territorio Francese d’Oltremare, sul piano civile, e in quanto a quello ecclesiastico è a pieno titolo membro della Conferenza Episcopale dei Vescovi di Francia.

Venerdí scorso ho avuto l’opportunità di incontrarlo e di intrattenermi con lui per una lunga conversazione: «Ha tempo?», mi ha chiesto affabilmente mentre m’invitava a prendere un caffè con lui prima di sederci per l’intervista. «Tutto quello che ha lei, Eccellenza: da parte mia ho preparato non poche domande». «Bene, allora cominciamo», ha risposto calmo.

A dirla tutta ero io ad essere visibilmente emozionato, e anzi mentre sorseggiavamo l’ottimo caffè preparato dalle Figlie di Madre Eugenia Ravasco mi sono sentito in dovere di giustificare quel mio stato d’animo, e feci dunque cenno alla sua avventurosa e importante vicenda ecclesiale, definendola “una storia bellissima”. «Le storie sono tutte belle – si schermí umilmente – in quanto le lasciamo fare al Signore».

Richiamo subito qualche punto del percorso personale ed ecclesiastico di mons. Lafont perché anche quanti non lo conoscessero possano seguire l’intervista contestualizzando adeguatamente le domande e le risposte, spesso precedute da intense pause di concentrazione.

*Biografia di mons. Lafont per sommi capi

Nato a Parigi il 26 ottobre 1945, ha studiato dapprima nella capitale francese (al noto “Collège Stanislas”), per poi spostarsi a Neully per gli anni liceali (Notre-Dame Sainte-Croix), e già dal 1962 è giunto – giovanissimo – a seguire il cursus studiorum della Pontificia Università Gregoriana in Roma. Dopo il Baccellierato in Sacra Teologia il giovane Emmanuel ha conseguito una licenza in Teologia Biblica (sul quarto capitolo del Vangelo secondo Luca) presso il Pontificio Istituto Biblico.

Il 2 agosto 1970 venne ordinato prete per la diocesi di Tours. In quella stessa città, dal 1973 al 1974, fu membro della fraternità sacerdotale della parrocchia di Saint-François de Paule.

Dall’anno successivo e fino al 1977 fu vice-parroco e cappellano in una scuola media; dal 1977 al 1983, invece, fu cappellano diocesano e regionale della Jeunesse ouvrière chrétienne [Gioventú operaia cristiana].


papa francisco missa

Leggi anche:
5 chiavi sul Sinodo dell’Amazzonia presenti nell’immaginario mediatico

Nel 1983 partí come sacerdote fidei donum in Sudafrica, per la diocesi di Johannesburg. Diventò parroco della parrocchia di San Filippo Neri, a Soweto, anche lí fece il cappellano della Jeunesse ouvrière chrétienne e fu professore al seminario di Pretoria. Dello stesso istituto di formazione ecclesiastica divenne vice-rettore nel 1994 e per due anni.

Gli anni sudafricani furono per Lafont un periodo di intensa opera sociale: il prete cattolico spalleggiò direttamente Nelson Mandela e Desmond Tutu per lenire le sofferenze delle vittime dell’apartheid, nonché per rovesciarne l’iniquo istituto.

Nel 1997 tornò in Francia, e fino al 2002 ricoprí le funzioni di direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie, segretario della Commissione episcopale della Missione universale e del Comitato episcopale per la Cooperazione missionaria in Francia, poi (nel 2003) diventò parroco a Langeais.

Il 18 giugno 2004 Giovanni Paolo II lo nominò vescovo di Cayenne, e nella cattedrale cittadina (Saint-Sauveur de Cayenne) mons. Michel Méranville – insieme con mons. Ernest Cabo e mons. Louis Sankalé – lo consacrò vescovo.

Quanti abbiano dimestichezza con la lingua francese potranno accedere al video sottostante, che riporta nella loro quasi totale integralità i 75 minuti di conversazione, mentre a seguire produrrò una traduzione sintetica dei punti salienti del dialogo.

1Sinodo e media tra attese e lavori

Ora che abbiamo visto il giro di boa del Sinodo, com’è l’atmosfera durante i lavori? I Padri sono soddisfatti dell’andamento del cammino sinodale?

Mons. Emmanuel Lafont: Mi sembra che il sinodo sia molto sereno. Abbiamo parlato, abbiamo ascoltato per molti giorni in maniera molto intensa, gli interventi apparivano chiaramente preparati con lunga cura. Direi che la fase antecedente del Sinodo sia stata preparata in modo particolarmente buono. Personalmente ho avuto modo di visitare molti villaggi amerindi: abbiamo incontrato i vescovi delle zone, oltre che le popolazioni, in marzo. Abbiamo avuto un’assemblea pre-sinodale a Cayenne, e quindi il sinodo è stato molto preparato e molto atteso.

Si sente l’attesa straordinaria dei popoli amerindi. Siamo tutti coscienti dell’attesa del mondo e insieme della Chiesa, delle sfide di questo sinodo e anche delle resistenze e delle paure: tuttavia l’assemblea è molto serena, tratteniamo il fiato perché ci rendiamo conto che le decisioni che possiamo prendere possono spaventare qualcuno. Io mi trovo in un circolo minore particolare perché è l’unico a non essere né in spagnolo né in italiano ma in francese e in inglese, soprattutto in inglese, e vi abbiamo persone dai cinque continenti, e quindi praticamente a questo crocicchio il partito amazzonico era il piú limitato.

Abbiamo ascoltato ieri sera i rapporti di tutti i gruppi linguistici e abbiamo formulato proposizioni per il documento finale. Abbiamo coscienza di tre cose:

  • la prima è che l’attesa a livello di impegno della Chiesa in rapporto al riscaldamento climatico è molto forte, e penso che bisogni muoversi e dare l’esempio, anche se cambiare stile di vita non è facile per nessuno;
  • sappiamo poi che l’attesa di un buon numero di diocesi amazzoniche per la comparsa di ministeri accanto a quello sacerdotale è molto forte, e penso che troveremo una soluzione;
  • al contempo sappiamo che questo sinodo rappresenta una sorta di tornante nella Chiesa. L’abbiamo detto a piú riprese: l’unico centro della Chiesa è Cristo, non è Roma.

La Chiesa è fatta di realtà culturali, continentali, diverse; esse devono imparare ad ascoltarsi senza che alcuna imponga la propria realtà sulle altre. E stiamo andando avanti, in questo campo. Ci dicevamo ieri: sí, le esperienze sono diverse (ad esempio l’Africa ha un altro modo per pensare al numero dei preti), ma bisogna lasciare all’Amazzonia lo spazio perché trovi il proprio cammino.

E come giudica, in generale, il lavoro divulgativo dei media? (Davvero il Sinodo sta parlamentando di viri probati e diaconesse? Secondo lei perché c’è questa vulgata quasi morbosa e ossessiva?)

Mons. Emmanuel Lafont: Ne parliamo poco. Per tornare sui ministeri, noi siamo coscienti di diverse cose: anzitutto che bisogna evitare di clericalizzare i laici; al contempo bisogna de-clericalizzare il clero. Questo rende complesso il tutto: siamo coscienti del fatto che una Chiesa clericale non è la Chiesa di Cristo, che la Chiesa debba essere sinodale nelle parrocchie, nelle diocesi. “Sinodale” significa che ciascuno ha il proprio posto e che il clero deve servire e non spadroneggiare.

La seconda cosa che sentiamo molto forte è la straordinaria esperienza delle donne: il loro lavoro immenso nella vita delle diocesi e delle comunità. Come fare? Forse delle donne diventeranno diaconesse senza diventare “chieriche”. Lasciamo che l’esperienza c’interpelli, e che “tradizione” non significhi fissismo: siamo coscienti di tutto ciò.

Sono arrivato dicendo: «Tre settimane sono tanto tempo!», ma benedetto questo tempo che ci siamo dato, perché lasciamo che la riflessione, il silenzio e la preghiera facciano il loro corso nell’assemblea. Chiaramente in tutto ciò i media non possono addentrarsi. E del resto nessuno conosce se non quel che vuole conoscere: i media non vengono mai in Amazzonia, e se ci vengono è sempre molto rapidamente. Mi stupisco sempre di quando i media vengono alle celebrazioni che io presiedo: non citano mai quel che io dico durante le celebrazioni, ma vogliono che io risponda alle loro domande, senza tener conto di quel che io dico. Le faccio un esempio che mi ha colpito: abbiamo parecchi problemi, in Guyana, è vero… ma quando facciamo gli incontri ci chiedono sempre “perché vi suicidate?”. Ecco, mi ricordo della risposta di uno di questi amerindi: «Ci fate sempre questa domanda, basta, ne abbiamo a sufficienza! Non ci chiedete mai “com’è la vostra vita?”, “quali sono i vostri problemi?”, “che cosa volete dirci?”: vi focalizzate su quel che a voi interessa, ma non vi interessa chiederci quel che a noi interessa. Basta!». È una difficoltà che abbiamo tutti, quella di metterci al livello delle persone che incontriamo. Ecco a cosa serve il Sinodo. L’Amazzonia dice: «Ascoltateci, scopriteci».

Arrivando a Roma lei disse che sperava di essere ascoltato dai suoi confratelli francesi, definendoli “molto distanti”, eppure abbiamo visto che uno dei suoi temi più forti (i suicidî endemici) era stato anticipato da Mark Ionesco con una inchiesta su Marianne. Come le pare che queste informazioni abbiano impattato sui suoi confratelli e sui suoi connazionali?

Mons. Emmanuel Lafont: Sí, ne abbiamo parlato. Abbiamo soprattutto parlato della violenza che si perpetra nel silenzio. Del resto il Santo Padre per due volte ha richiamato l’attenzione dicendo: «Quel che mi colpisce è la violenza subita da questi popoli, che li ferisce e li annichilisce». Nel mio circolo minore abbiamo diversi europei, diversi statunitensi, che hanno detto: «Sí, è ora che ci mettiamo in ascolto, che prendiamo coscienza delle vostre differenze». Cito regolarmente questo proverbio africano: «Quando i leoni avranno degli storici, la storia della caccia sarà differente». Penso che esso esprima una grande verità: è necessario che i popoli colonizzatori ascoltino i popoli colonizzati, questo non è stato ancora fatto.

L’altra cosa da riconoscere è che nella tragica storia dell’imperialismo tutti sono stati feriti: non soltanto i colonizzati ma anche i colonizzatori. Dobbiamo prendere atto di queste ferite invisibili. In Sudafrica mons. Tuti diceva: «I bianchi saranno liberi quando lo saranno i neri». Io l’ho riformulata cosí: «Il mondo occidentale sarà pacificato e sicuro quando i poveri saranno pacificati e sicuri».

Qualche prete missionario in Amazzonia (padre Giovanni Andena, intervistato per Tempi da Rodolfo Casadei) ha descritto scenari simili ai suoi, ma proponendone un’analisi tutta diversa: l’omologazione a stili di vita alieni non sarebbe la causa dello sradicamento ma una semplice spia dell’assenza di una vera cultura indigena. Come giudica questa analisi, e come si spiega che sia stato un missionario a formularla?

Mons. Emmanuel Lafont: Forse è un riflesso difensivo. In Africa avevo l’abitudine di dire: «Non perché uno è ricco si tratta di un uomo cattivo, né la povertà rende santi gli uomini. Ma la causa dei poveri è una causa giusta». Questo non significa, ripeto, che i ricchi siano cattivi, e naturalmente possono esserci distorsioni e aberrazioni tra i poveri. La causa dei popoli dell’Amazzonia, però, che si vedono non riconosciuti, spogliati delle loro terre e della loro tradizione, è una causa giusta. Non ci si può nascondere dietro un dito.

Quando Dio dice a Mosè “Ho sentito il grido del mio popolo”, non dice cosí perché quelli sono santi – la storia dell’esodo mostra il contrario – ma la loro causa era giusta. Gesú si mette necessariamente dalla parte dei poveri, dei migranti, dei prigionieri: non perché sono giusti, ma perché il loro bisogno di libertà, di essere riconosciuti, è giusto. Arrivare a fare questa distinzione è profondamente liberatorio… ma non è facile.

2Spiritualità amazzonica: spunti per un’inculturazione reciproca

I resoconti dei “momenti di spiritualità” amazzonici che hanno accompagnato l’avvio e lo svolgimento del Sinodo hanno fatto gridare al sincretismo, all’eresia, al paganesimo. Lei che è un evangelizzatore occidentale lungamente inculturato nel contesto amazzonico come riesce a comprendere quei riti? Cosa significano? Quali semina Verbi rivelano?

Mons. Emmanuel Lafont: Sí, sono stato molto scioccato da certe dichiarazioni. Ma vede, da noi è lo stesso: abbiamo statue eppure non siamo idolatri. Forse qualche fedele ha un’attitudine da correggere e va piú vicino alla statua che al Santissimo Sacramento. Ci sarà qualcosa da purificare, ma devo anche capire cosa la persona intende: non sta adorando un idolo, sta chiedendo aiuto a un’entità cui si sente prossimo. E quindi ancora una volta bisognerebbe chiedere a loro. Quel che di profondo c’è, nella spiritualità degli amerindi, è la percezione che c’è del sacro dappertutto. Ed è vero. «Questa terra è santa», come ha detto il Santo Padre. Tutta la creazione è un riflesso di Dio.

Ieri citavo un’espressione molto forte del patriarca Bartolomeo, che da tempo nutre una visione spirituale e teologica dell’ecologia: «La prima cosa cosa che dobbiamo fare, per parlarne bene e spiritualmente, è riconoscere che tutta la creazione rivela Dio». Dio è dappertutto e tutto riporta a Dio. Dunque bisogna avere sulla creazione uno sguardo sacramentale, che contempli nella creazione l’opera di Dio. È questo che penso. Ora, che qualcuno voglia banalizzare quest’impostazione, come avviene anche da noi, o voglia utilizzarla per il male… è possibile!, ma pure con l’eucaristia validamente consacrata si celebrano le messe nere. E dunque non è giudicando superficialmente dall’esterno che si può capire la portata di una spiritualità, bensí unicamente chiedendo a quanti vi sono coinvolti. Mi hanno mostrato la statua di quella donna incinta, che ha suscitato tante polemiche [apprendiamo oggi che la statua in oggetto risulta essere stata gettata nel Tevere da ignoti teppisti (orribilmente osannati nella blogosfera da fronde xenofobe) N.d.R.]: ma è una bella immagine!

Ora le racconto una storia: una volta il coro di una parrocchia della mia diocesi fu chiamato a Parigi a esibirsi a una rassegna di canto liturgico. E con l’occasione io ne portai i membri in pellegrinaggio a Rue du Bac, alla Medaglia Miracolosa: e c’erano sotto gli altari le spoglie santa Caterina Labouré, e quelle di santa Luisa de Marillac. Mi chiedono dunque chi siano, e io spiego: «Questa ha visto la Santa Vergine, e questa…», e dietro di me un omone grosso fa: «Certo che sono forti, questi missionari! Ci hanno impedito di rendere culto ai nostri antenati, ma i loro li mettono sotto i loro altari!». E questo dice tutto: finché non riusciamo a chiedere all’altro che cosa pensa e che cosa metta in ciò che fa… il mio sguardo esteriore non riesce a comprendere. Per il fatto che io parlo francese e che i miei fratelli congolesi parlano francese… non vuol dire che parliamo la medesima lingua: usiamo solo le medesime parole.

3Verso una Chiesa indigena in Amazzonia

Si parla della necessità di passare da una Chiesa indigenista a una Chiesa indigena: ora, lei è un bel profilo ecclesiale, ma i suoi natali e la sua formazione la rendono comunque volto di una Chiesa ancora indigenista, e peraltro ha ancora davanti pochi anni di ministro episcopale attivo; come sta preparando la transizione? (Qual è la composizione del suo clero? Può esistere una Chiesa indigena in uno Stato post-coloniale e quindi indigenista?)

Mons. Emmanuel Lafont: Lei tocca un tasto dolente. Al momento dispongo di 41 preti, dei quali 4 soltanto sono indigeni. Attualmente ci sono 4 persone in seminario, dei quali uno è indigeno (gli altri vengono da paesi limitrofi e uno è un europeo cresciuto lí). E quindi è difficile: al contrario di quanto è accaduto in Martinica o in Guadalupe, la Guyana è rimasta lungamente molto poco popolata, e uno dei problemi di quel Paese è che c’è una vasta fuga di energie giovanili all’estero – conoscendo i problemi del Paese non so biasimarli, ma certo sono occasioni di riscatto che se ne vanno, ed è drammatico.

Poi fino a non molti decenni fa molte chiese avevano gran numero di missionari da inviare per il mondo, di modo che non ci si ponesse in modo urgente il problema di favorire lo sviluppo di un clero autoctono. Ci sono delle vocazioni, sí, ma abortiscono perché la società e la Chiesa in Guyana non le sostengono abbastanza – per ragioni che sarebbe troppo lungo stare ad esporre qui. Attualmente la diocesi ha praticamente 100mila persone in cura d’anime, circa un terzo della popolazione complessiva.

Bisogna essere consapevoli di questo: la mancanza di vocazioni nella Chiesa è in gran parte il segno di una certa debolezza spirituale della Chiesa. Lo diceva il cardinale Lustiger, e io credo che dicesse qualcosa di giusto. Dunque abbiamo una Chiesa che è molto devota ma che al contempo ha molta paura del celibato: nella società il celibato è un segno che fa paura, e questo è un buon segno, ma un segno difficile. Io credo profondamente che il Signore chiami tutti i ministri, tutti i servitori e tutti gli operai necessari alla messe, ma la condizione per cui queste vocazioni arrivino a fioritura non si danno sempre tutte insieme. Attualmente ho un diacono amerindio, ce n’è un altro che si prepara al diaconato, e c’è un giovane amerindio che mi ha da poco esternato l’intenzione di diventare sacerdote.

A oggi poi stiamo superando la remunerazione da parte del Provveditorato locale, e le comunità sono assolutamente in grado di sostenere i chierici. Per tornare alla sua domanda, il rapporto tra la Chiesa e le nazioni è sempre stato e sempre sarà complesso, perché il messaggio evangelico è in sé stesso un messaggio profondamente libero, di fronte a ogni autorità e a ogni potere.

Parlando col cardinale Hummes durante la preparazione del Sinodo, Papa Francesco ha raccomandato che non si esca dal seminato, che si pensi finalmente all’Amazzonia. Lei invece ha recentemente dichiarato che quando il Sinodo parla, parla per tutti. Sicuramente non voleva contraddire il Papa, ma che cosa intendeva?

Mons. Emmanuel Lafont: È chiaro, nelle intenzioni del Papa, come affrontare il tema dell’Amazzonia avrà ripercussioni su altre Chiese, anzitutto quelle del Congo, ma pure quelle delle foreste tropicali ed equatoriali d’Asia.

Noi abbiamo parlato di Amazzonia, ma quel che accade in Amazzonia è conseguenza della volontà di potenze finanziarie e industriali di mettere le mani sui tesori del territorio. E sono potenze sovranazionali. Si parla poi di riscaldamento climatico, e chiaramente anche questo riguarda tutti. Non abbiamo parlato di Medio Oriente o del Pakistan, ma i problemi amazzonici riguardano anche molte altre persone nel mondo, a cominciare dal bisogno di trasformare un’economia industriale e consumistica in qualcosa di diverso e di nuovo, e questo riguarda tutti.

Proprio ieri il cardinal Ambongo ha dichiarato (a Philippine de Saint Pierre per KTOTV) che si potranno applicare anche nel bacino del Congo. Davvero le problematiche amazzoniche non sono peculiari della conformazione geografica e della distribuzione antropica?

Mons. Emmanuel Lafont: Lei sa qual è la percentuale della popolazione urbanizzata in Amazzonia? 80%: è molto! Si parla dei villaggi sperduti, che sono piccolissimi. Attualmente in Guyana, ma penso che sia piú o meno cosí dappertutto, parliamo di 15mila persone, dunque il 5% del totale. Differente dall’Ecuador e ancora di piú dalla Bolivia. Da noi però si tratta di minoranze piccolissime, ed è per questo che abbiamo enormi difficoltà pastorali: se l’immagina un giovane prete che viene e che impara una lingua per andare a parlare con 600 persone, sparpagliate per chilometri – fino a tre giorni di piroga per raggiungere i piú remoti – lungo le anse di un fiume a gruppi di 40 o 50? Non si vede pastore di queste seicento persone per decenni, e questo è comprensibile. A quanto apprendo dai miei confratelli, e pur non conoscendo nel dettaglio le cifre, penso che nel bacino del Congo il problema sia pressappoco identico.

Lei l’Africa la conosce bene, anche se il suo Sudafrica è in parte un altro mondo: cosa resta nel mondo dell’Apartheid? E nella Chiesa?

Mons. Emmanuel Lafont: Prosegue. Voglio dire che le leggi non sono piú razziste, ma le leggi sono una cosa e la vita della gente è un’altra cosa. Le ferite di allora continuano a operare nei comportamenti. Quando ero lí in Sudafrica mi ha aiutato soprattutto il libro dell’Esodo: non è con la traversata del Mar Rosso che il popolo d’Israele arriva nella Terra Promessa. Bisogna prima sbarazzarsi delle false idee su di sé e sugli altri, e questo è un lungo lavoro.

Una cosa che mi segnò molto, a tal proposito, fu quando Giovanni Paolo II andò in Grecia: la Chiesa ortodossa non era contenta; i monaci del Monte Athos fecero un giorno di digiuno per l’evento. L’arcivescovo di Atene, Christódoulos, non era entusiasta ma dovette esserci. Lo si vede nelle registrazioni. Quando Giovanni Paolo II, già affaticato, salí verso la cattedra, l’Arcivescovo lo aiutò, e s’intravide una certa complicità fra i due. Qualche minuto dopo, quando l’Arcivescovo menzionò il Sacco di Costantinopoli la sua emozione si fece palpabile. Parliamo di un fatto del 1204, e quell’uomo non poteva parlarne senza commuoversi: forse avrà influito il fatto che per la prima volta avesse davanti il capo della Chiesa cattolica latina, ma mi ricordo come mi colpí quell’offuscamento della serenità che s’impadroní di lui all’improvviso.

Prima ancora dell’apartheid e del colonialismo, dunque, ci sono molte eredità della storia che ci appesantiscono: ci vuole tempo per liberarsene, bisogna comprenderlo. Siamo tutti feriti dalla storia. Anche in Francia non riusciamo a guardare serenamente le ore buie della Rivoluzione Francese… Non si può dire che basti abbattere una legge perché le pagine siano effettivamente voltate, ogni generazione deve riappropriarsi del passato e pacificarsi con esso. A Cayenne dei ragazzini hanno visitato dei memoriali dello schiavismo… e si sono messi a piangere. Nessuno di loro aveva mai vissuto qualcosa del genere, erano cose che riguardavano i loro antenati, ma la memoria del popolo è visceralmente iscritta nei suoi figli.

4Conferenze episcopali, dialogo ecumenico e primato romano

Più volte il cardinal Sarah ha dato risalto alla sua impressione (di prelato africano con responsabilità ecclesiali planetarie) che le istanze rivendicate come urgenze da certe fronde ecclesiali rispondano meno ai bisogni dei popoli che alle agende di gerarchie ormai prive di popolo. Cose simili ha detto anche il suo confratello tedesco Stephan Oster, giovane vescovo di Passau. A lei sembra plausibile che alcuni episcopati sperino di lucrare “deroghe” e “aperture” dalle futuribili disposizioni post-sinodali?

Mons. Emmanuel Lafont: Sí, è possibile. La Chiesa deve essere incarnata, nei differenti luoghi, e ho detto, all’inizio di questa intervista, come abbiamo scoperto che la Chiesa non è chiamata all’uniformità, e che la sinodalità deve svolgersi a tutti i livelli: ogni comunità deve poter valutare da sé, senza imposizioni eteronome, le soluzioni migliori per i propri specifici problemi pastorali. Non può darsi che certe cose non siano possibili perché gli altri hanno deciso che noi non possiamo.

Ci sono ventisette riti, se non sbaglio, nella Chiesa cattolica. La gente neanche lo sa. Forse anche dopo il Concilio qualcuno avrà creduto che il nuovo rito dovesse essere definitivo, ma questa non era la visione ecclesiale: se pure fosse una visione romana, di certo non è quella ecclesiale. Ecco, si parla di questi viri probati: non c’è neppure bisogno di cambiare la legge, e nessuno ha intenzione di cambiare la legge. Ci sono già preti sposati, nella Chiesa cattolica: ci sono preti anglicani entrati nella Chiesa cattolica e a cui nessuno ha chiesto di lasciare la famiglia, fin da Benedetto XVI e anche prima, dai tempi di Giovanni Paolo II. Non stiamo affatto rivoluzionando la Chiesa, stiamo considerando alcuni problemi specifici, e questo fenomeno si moltiplicherà – non certo per disfare la Chiesa ma per valorizzare le particolarità delle singole comunità.

Ce lo ricordavamo in questi giorni: quando – lo si legge negli Atti degli Apostoli – i giudei di lingua greca si trovarono discriminate da quelle di lingua aramaica, che cosa fecero gli apostoli? Crearono un ministero proprio ai fedeli di lingua greca. E perché la Chiesa non dovrebbe poter creare ministeri proprî all’Amazzonia? Si capisce che si possano temere ripercussioni: potranno essercene, certo, ma non è detto che siano ripercussioni malefiche, anzi. Devo però ammettere che non seguo molto le attualità ecclesiali delle conferenze episcopali a cui fa riferimento: qualcosa mi giunge ma come di lontano.

Sinodo ed ecumenismo: sappiamo del proselitismo aggressivo espresso da molte comunità evangeliche in Amazzonia. Avviene lo stesso anche da parte cattolica?

Mons. Emmanuel Lafont: Certi atteggiamenti da parte di alcune comunità ecclesiali sono un dramma e una colpa, e io benedico il Cielo perché con il Vaticano II – ma anche prima – la Chiesa Cattolica ha posto le condizioni per un serio esame di coscienza, perché la Chiesa ritrovasse sé stessa. E ritrovarsi non significava piú, come in qualche periodo è stato vagheggiato, “tutti tornino qui”, ma accettare un altro tipo di sinodalità: attraverso tradizioni che non sono tutte e completamente, dappertutto e sempre integre… e nondimeno fanno parte della Chiesa. Cosí come in famiglia si può incorrere in discordie, ma famiglia si resta, e la Chiesa cristiana è una famiglia.

Ciò detto, per fare un dialogo ecumenico bisogna essere in due. Ci sono posti in cui esso è vissuto: forse non con tutte le Chiese e dappertutto. In Francia si fa, con i Riformati e con gli Ortodossi, dove meglio dove peggio. In Guyana è difficile: ci sono comunità ecclesiali che non desiderano avere alcun contatto con noi, proprio perché abbiamo lungamente tacciato di diaboliche e di eretiche le loro comunità, e cosí quelli non possono sic et simpliciter venire a parlarmi, e di questo prendo atto. Arriverà il momento. Quanto al proselitismo, è vero che Gesú non ha mai fatto proselitismo. In Guyana però abbiamo un forte stato di missione, missio ad extra: centinaia di laici che vanno in giro, anche porta a porta, e – cosa succede? – gli altri tornano con ancora piú energie a darci dentro! Va bene, ma al di là di questo, ciò che spero sia chiaro è che non facciamo questo per la chiesa: noi non siamo qui per portare la gente in chiesa, ma per mostrare loro Cristo, Gesú. È lui che raccoglierà la Chiesa, non noi.

Dobbiamo essere cristocentrici, non ecclesiocentrici: non predichiamo la Chiesa, non siamo qui per dire alla gente “perché non venite a pregare con noi?”. No, siamo qui per dire: «Gesú vi ama! Gesú vi aiuta! Gesú vi salva! Gesú vi perdona». È difficile ed esige una conversione, da parte nostra: una conversione sana perché corrisponde alla maniera in cui Gesú fece missione. Non cercò di accrescere le comunità, ma raccolse una comunità per estendere il Regno. Attraverso la guarigione e il perdono, che sono i due segni della missione di Gesú, come scrisse Giovanni Paolo II nella sua enciclica sulla missione.

Noi non vogliamo piú ricadere nel proselitismo: che altri lo vivano è per noi una sfida, e al contempo sottolinea un certo numero di nostri deficit. Se si parlasse piú di Gesú e meno della Chiesa, se si parlasse piú della Parola di Gesú che del Catechismo, se si parlasse di piú di quel che Gesú fa nella mia vita e di come mi trasforma, e meno dei nostri peccati e dei peccati degli altri… Forse saremmo anche piú capaci di mostrare e dare alle persone quel Gesú che può raccoglierle e trasformarle. Insomma, abbiamo sempre qualcosa da guadagnarci, parafrasando quel modo di dire che aveva Mandela: «Non perdo mai: o vinco o imparo».

Rome sweet home, titolavano venti anni fa il loro diario spirituale Scott & Kimberly Hahn, e ieri ricordavamo sant’Ignazio di Antiochia, che salutava in questa Chiesa quella che «presiede nella carità la comunione tra tutte le Chiese». Anche per un amerindio Roma è (o può essere) una “dolce casa”? Come?

Mons. Emmanuel Lafont: Certo! Abbiamo bisogno di questo simbolo dell’unità! E sono molto contento di vedere che è a Roma e non a Parigi. Perché a Roma hanno un senso della legge… sanno che la legge non fa tutto. Ho molta ammirazione per la sapienza, per la saggezza della Chiesa romana. Fanno delle regole e sanno che non tutte sono facili o importanti, ma danno questo grano di sapienza… “Salus animarum suprema lex”: cosí termina il Codice di Diritto Canonico, ed è una cosa importantissima.

Tags:
apartheidnelson mandelapadri sinodalirazzismosinodosinodo amazzoniasinodo dei vescovi
Sostieni Aleteia

Se state leggendo questo articolo, è grazie alla vostra generosità e a quella di molte altre persone come voi che rendono possibile il progetto evangelizzatore di Aleteia. Ecco qualche dato:

  • 20 milioni di utenti in tutto il mondo leggono Aleteia.org ogni mese.
  • Aleteia viene pubblicato quotidianamente in sette lingue: italiano, inglese, francese, spagnolo, portoghese, polacco e sloveno.
  • Ogni mese, i nostri lettori visionano più di 50 milioni di pagine.
  • Quasi 4 milioni di persone seguono le pagine di Aleteia sui social media.
  • Ogni mese pubblichiamo 2.450 articoli e circa 40 video.
  • Tutto questo lavoro è svolto da 60 persone che lavorano full-time e da altri circa 400 collaboratori (autori, giornalisti, traduttori, fotografi...).

Come potete immaginare, dietro questi numeri c'è un grande sforzo. Abbiamo bisogno del vostro sostegno per poter continuare a offrire questo servizio di evangelizzazione a tutti, ovunque vivano e indipendentemente da quello che possono permettersi di pagare.

Sostenete Aleteia anche solo con un dollaro – ci vuole un minuto. Grazie!

IT_3.gif
Preghiera del giorno
Oggi festeggiamo anche...





Affida le tue intenzioni di preghiera alla nostra rete di monasteri


Top 10
Vedi di più
Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni