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“La verginità degli eretici è più impura dell’adulterio”: il moralismo come fonte di ateismo

Jeffrey Bruno
NEW YORK, NY JUNE 1: Sister Veritas of the Sisters of Life enjoying the Block Party held on 51st Street in New York City in celebration for the 25th Anniversary of the founding of the Sisters of Life, an community of religious women founded in 1991 by John Cardinal O’Connor and dedicated to the protection and enhancement of the sacredness of every human life. In addition to the three vows usually taken by Catholic religious, of poverty, chastity and obedience, the Sisters of Life take a fourth vow, to defend life in all circumstances.
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Questa frase forte di S. Gregorio di Nissa è ovviamente riferita a tempi in cui la Chiesa era avversata da rigidi osservanti della verginità per una purezza cultuale “volontaristica” che disprezzava il matrimonio.

E’ storia dei primi secoli delle eresie del II – IV secolo riprese poi nel medioevo da alcuni movimenti pauperistici. E’ quasi inevitabile che l’incontrarsi della cultura evangelico-biblica con il pensiero romano, e poi con quello greco, finisse per partorire una sorta di incontro-scontro tra incarnazione e dualismo, tra messaggio evangelico e manicheismo, tra separazione di corpo e di anima e che dunque muovesse i padri, tra cui il nostro Crisostomo, a difendere strenuamente i contenuti e le motivazioni profonde della verginità per il Regno.

Infatti la verginità per il regno e la castità sono tra i segni più evidenti di testimonianza dell’escaton, dei tempi che verranno, dei tempi ultimi. Che già sono e non ancora. Ecco la sostanziale differenza da una verginità cultuale, “pagana”, e la castità.

La castità si fonda non tanto su una rinuncia ma su un dono ricevuto e dono condiviso: è “per” il Regno.
Non è tanto un’indicazione, non è una virtù in senso greco-romano, ma la vita stessa di Gesù Cristo che si fa eunuco per il Regno dei Cieli.

La castità, dunque, è uno dei “consigli evangelici” o meglio dei “fondamenta” evangelici e appartiene ad ogni cristiano con il battesimo.
Mentre la verginità per il regno è più specifica in quanto è dono particolare per un segno particolare, quello della vita “religiosa” in senso stretto; la castità invece appartiene al battezzato come dono dello Spirito Santo per amare come il Padre per Cristo nello Spirito Santo… cioè nell’orizzonte della gratuità!
Ed è propria anche degli sposi, non riguardando solo l’aspetto stretto della genitalità ma quello più radicale e avvolgente dell’affettività.
Sia del Me che del Noi.

Ecco perché la castità prima di essere una rinuncia è un dono: è per amare come Dio ama!
Ecco perché, si consenta l’espressione forte e paradossale, una coppia di sposi, infeconda nella disponibilità, chiusa alla comunità, chiusa alla “missionarietà” manca di castità anche se applica i metodi naturali per una fecondità responsabile. Anzi biblicamente non è possibile il noi e la persona senza castità.

La castità che è fecondità, procedente innanzitutto da Dio, fonda la persona e la relazione, come leggiamo sin dal libro della Genesi. Se scindiamo la castità dall’amare relegandola esclusivamente alla genitalità, ricadiamo nella impura verginità degli eretici… che porta veramente alla “sclerocardia” ossia alla durezza di cuore. Ciò che faceva dire sarcasticamente a Pascal nei suoi “Pensieri”, di certe monache “caste come angeli, superbe come demoni!”

Fonte della castità battesimale è dunque la tenerezza e la forza con cui Dio ti ama. Non è dunque mai un fine di cui essere fariseicamente orgogliosi ma un mezzo, una stimmata, che ti porta a vivere la vita affettiva di Cristo. Il segno di una castità assunta come dono porta alla gioia e al dono di sé e non a rafforzare sottilmente l’autostima per una fierezza cultuale.

Ecco perché la castità del battezzato rimane un segno “forte” in una comunità edonistica, consumistica – che tratta l’uomo e la donna come merce – e ripiegata al culto di sé! Ovvio che la castità degli sposi si esprimerà diversamente da quella dei celibi, ma le fonti e i contenuti sono gli stessi: nasce dall’Amore per amare di più Dio e i fratelli.

Seriamente dovremmo chiederci come cristiani, laici e sacerdoti, sposi e consacrati se la castità ci appartiene e se la viviamo con il sorriso e la speranza e la disponibilità di cuore di Cristo. La’ dove c’è durezza di cuore, giudizio, invidia e gelosia non ci può essere castità. Forse ci può essere una purezza fisica, un’astensione a vivere certe espressioni della fisicità. Ma qui ci viene incontro s. Giovanni Crisostomo nel ricordarci che rischiamo di essere più impuri di un adultero. Perché?

Semplicemente perché la gelosia e l’invidia, l’arrivismo (magari mascherato da una cornice spirituale) e il desiderio di potere (presenti in ogni contesto socialmente inteso, sia un gruppo laicale o clericale o parrocchiale, ecc.) non solo denotano psichicamente una vita affettiva ferita ma sono anche segno di un’adulterio più profondo tra un uomo e l’altro uomo, quello della mancanza del NOI e del segno di Dio sposo dell’uomo. Ecco perché i santi, quelli riconosciuti e quelli nascosti, quelli religiosi e quelli sposati, hanno amato di più e meglio.

Sono stati fondatori di ordini, riformatori liturgici, campioni di annuncio kerygmatico e di riflessione teologica, promotori di opere sociali, opere umane, opere missionarie, opere caritative, nuove sensibilità sociali e politiche; hanno aperto gli orizzonti della misericordia e della “compassione”.

La castità dunque non è proprietà di una “casta” o di una frangia della Chiesa ma è per il cristiano; è per amare di più e meglio, anzi è casto colui che ama come ha amato Cristo.

E’ casto un sorriso quotidiano, è casto un abbraccio di conforto, è casto il tempo passato con un bambino o con un anziano; è casto un bene condiviso per la necessità del fratello, è casta la correzione del fratello soprattutto se non compresa, è fortissimamente casto il perdono. E’ casto lo zelo fecondo per il Regno; è casta la rabbia che muove ad appartenenza e a prendersi cura.
Può essere casto un sì e talvolta un no!

E’ casto un annuncio della parola opportuna o talvolta inopportuna; è casta la genialità e l’inventiva dell’amore nel quotidiano che nasce dallo Spirito Santo.

E’ casto sapere che l’eternità è adesso, qui, fra noi… fra me e te… anche se non ancora in pienezza.. .. anzi, chissà, forse il meglio della castità nel mondo e nella Chiesa deve ancora venire e lo Spirito Santo desidera ciascuno di noi per donare forme nuove di gratuità… nel tempo e nello spazio… nel cuore dell’uomo mendicante di Amore!

L’Amore di Dio e non le sue scimmiottature e surrogati che chiamano amore ciò che Amore non è ma solo vizio e disordine magari camuffato giuridicamente da ideologie mortifere. La Castità dunque è, con gli altri principi evangelici, l’obbedienza e la povertà, mezzo rivelatore.

La Castità svela gli inganni che quotidianamente mettiamo al centro del nostro cuore… e li chiama per nome.

Qui il link originale dell’articolo pubblicato da “Il Cattolico”

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