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“Ateismo devoto”, un male storico che si perpetua

Bergamo, 22 maggio 1924 – Il commissario straordinario per il Comune di Bergamo, commendatore Franceschelli, con sua delibera, presa con i poteri del Consiglio, concede la cittadinanza di Bergamo a S.E. Benito Mussolini Presidente del Consiglio dei Ministri.
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L’articolo di Giovanni Sale sul numero de La Civiltà Cattolica in prossima uscita ci induce ad alcune considerazioni trasversali alla storia – dall’antichità alla contemporaneità – circa i pericoli che gli uomini corrono quando la fede cristiana viene agitata a mo’ di vessillo culturale.

Resto sempre perplesso quando qualcuno invoca la “tutela del crocifisso” o “delle nostre tradizioni” in nome del “patrimonio culturale” nazionale o cose simili. Un po’ perché mi ronza sempre nelle orecchie la grande lezione di Benedetto XVI al Collège des Bernardins il 12 settembre 2008; un po’ perché per studî e formazione vàdomi costruendo in mente l’impressione che il cristianesimo sia fiorito tanto piú quanto quanto meno ha “cercato tutele” o garanzie da parte dei poteri secolari, ma anzi che i momenti di maggiore rigoglio della “christianitas” siano di fatto quelli in cui i cristiani hanno maggiormente elaborato pensiero ed erogato servizi.

Disse infatti Benedetto XVI ai Bernardins, ormai 11 anni fa:

Innanzitutto e per prima cosa si deve dire, con molto realismo, che non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile. Si dice che erano orientati in modo “escatologico”. Ma ciò non è da intendere in senso cronologico, come se guardassero verso la fine del mondo o verso la propria morte, ma in un senso esistenziale: dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo. Quaerere Deum: poiché erano cristiani, questa non era una spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso il buio assoluto. Dio stesso aveva piantato delle segnalazioni di percorso, anzi, aveva spianato una via, e il compito consisteva nel trovarla e seguirla. Questa via era la sua Parola che, nei libri delle Sacre Scritture, era aperta davanti agli uomini. La ricerca di Dio richiede quindi per intrinseca esigenza una cultura della parola o, come si esprime Jean Leclercq : nel monachesimo occidentale, escatologia e grammatica sono interiormente connesse l’una con l’altra (cfr L’amour des lettres et le desir de Dieu, p.14). Il desiderio di Dio, le désir de Dieu,  include l’amour des lettres, l’amore per la parola, il penetrare in tutte le sue dimensioni. Poiché nella Parola biblica Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di esprimersi. Così, proprio a causa della ricerca di Dio, diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua. Poiché la ricerca di Dio esigeva la cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie verso la parola. Per lo stesso motivo ne fa parte anche la scuola, nella quale le vie vengono aperte concretamente. Benedetto chiama il monastero una dominici servitii schola. Il monastero serve alla eruditio, alla formazione e all’erudizione dell’uomo – una formazione con l’obbiettivo ultimo che l’uomo impari a servire Dio. Ma questo comporta proprio anche la formazione della ragione, l’erudizione, in base alla quale l’uomo impara a percepire, in mezzo alle parole, la Parola.

Se la “lezione di Ratisbona” può definirsi il discorso ratzingeriano inviso alle sinistre, analogamente si può affermare che questo di Parigi sia invece il pronunciamento indigesto alle destre: siccome in esso si afferma in pratica che la “cultura cristiana” sta al cristianesimo come il sudore sta all’attività fisica – e pochi sono tanto allocchi da pensare che “sudare tenga in forma” – in quelle parole si decretava pure l’impossibilità di una “religiosità culturale”, diciamo alla maniera dei cosiddetti atei devoti.

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Varrone, Agostino… e noi

È vero, negli ultimi decenni abbiamo visto sfilare diversi atei devoti sulle colonne di alcuni tra i maggiori quotidiani del Paese; è vero, alcuni segmenti del clero (perfino nelle alte sfere) portavano e portano in palmo di mano i suddetti personaggi… Resta nondimeno innegabile che i fini da loro perseguiti non sono quelli della Chiesa, e che quando li si sente parlare della “cristianità medievale” (piú mitologica che mitica, in bocca a loro) si ascolta tutt’altro che quanto disse Benedetto XVI ai Bernardins.

Anticamente, Varrone distingueva tra

  1. teologia mitica (le storie degli dèi, buone per far imparare tanti esametri ai bambini);
  2. teologia fisica (quella dei filosofi);
  3. teologia civica (quella per la quale i cristiani venivano martirizzati, passando essi per pericolosi eversori).

Polemizzando con lui, Agostino obiettò che la prima fosse il peggio dell’eredità tardo-antica, ma che il cristianesimo ambiva a raccogliere e porre in concordia la seconda e la terza. Al Doctor Gratiæ si potrebbe far osservare che, a dirla tutta, già fin dagli scritti di Clemente Alessandrino e di Origene (diciassette secoli prima di Jung!) il cristianesimo mostrava di avere i numeri per raccogliere in unità tutte e tre le teologie classificate da Varrone, senza dover sciupare il prezioso patrimonio delle mitologie. Quel che gli “atei devoti” di ogni tempo, invece, hanno sempre auspicato, è piuttosto una riduzione del cristianesimo tutto alla sola terza categoria di Varrone.

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La “pretesa cattolica” del cristianesimo

Il che suona chiaramente irricevibile a chiunque abbia una benché vaga idea dell’essenza del cristianesimo, ovvero delle sue pretese abnormi. “Cattoliche”, diciamo noi senza ben renderci conto; “totalitarie”, potrebbe tradurre un non cristiano che però prenda sul serio la proposta di Gesú, che riassumendo la Legge antica in due comandamenti disse:

Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi.

Mc 12,29-31

E superandola proseguí:

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, cosí amatevi anche voi gli uni gli altri.

Gv 13,34

Il cristianesimo, come si vede, consta della germinazione di una pretesa sovrumana, quella di Gesú, che nascendo da uno in cui si riconosce il Messia è cristo-centrica, ma nondimeno resta pure ego-centrica: c’è un “io” – quello teanrico di Gesú – che si vuole pertinente, anzi incidente e perfino “decidente” – in ogni vita umana e in ogni piccolissimo atto umano. Ecco perché l’Impero romano, che pure faceva vanto di programmatica tolleranza religiosa, tollerò tutti tranne i cristiani. La stessa dialettica si è ripetuta e si ripete, nella storia, ogni volta che un potere chiede agli uomini di piegarsi di fronte a lui. Gesú parla allora nella coscienza del suo fedele e gli dice: «Non piegarti a lui, tu sei mio e io ti ho lavato i piedi per insegnarti che puoi piegarti restando libero, ma solo se lo fai per me».

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Parole di un influencer sovranista

Di cristiani poco radicati e strutturati, tuttavia, la vicenda ecclesiale non è mai stata a corto (né mai lo sarà, stando al visionario Racconto dell’Anticristo di Solov’ëv), e ne faccio esperienza ogni volta che riconosco persone a me note che si spellano le mani per i discorsi degli atei devoti.

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Una delle ultime volte ciò mi è capitato su VK, social network noto come “il Facebook russo”, piattaforma che di fatto si ritrova ad essere ricettacolo di nazionalisti piú o meno esacerbati. Sono quasi sempre distante dalle loro posizioni, ma considero il posto un osservatorio interessante, anche perché talvolta vi si leggono commentatori non banali. Uno di costoro scriveva appunto queste cose, riferendosi una settimana fa all’offensiva bellica di Erdogan:

Erdogan vuole rifare la Grande Turchia esattamente come io vorrei rifare la Grande Italia. Proprio i patrioti, invece di tacciarlo come un criminale (facendo così il gioco del deep state americano) dovrebbero comprendere il suo orgoglio patrio meglio di chiunque altro.
Se Erdogan fosse italiano, inizierebbe – proprio come tanti patrioti – a reclamare l’Istria, la Corsica, la Libia, Nizza e via discorrendo.
Essendo italiano, rivendicherebbe le nostre tradizioni cattoliche come un Salvini qualsiasi, contro le derive ateiste.
Allorchè voi mi direste che Islam e Cattolicesimo sono diversi tra loro ma questo non c’entra nulla. Non sta scritto da nessuna parte che se noi rivendichiamo le nostre origini cristiane, Erdogan non debba rivendicare quelle islamiche.
La sua forma mentis è quella lì Allah, patria e famiglia.
E se ci definiamo patrioti, dobbiamo renderci conto che c’è un Erdogan in ognuno di noi. […]

A me, da cattolico, non interessa affatto che un italiano non-cattolico rivendichi “le nostre tradizioni cattoliche”, anzitutto perché mi sta a cuore la salvezza mia e degli altri, non le “tradizioni cattoliche” in sé; poi perché non vedo come il brandire politicamente il crocifisso o il presepe (che dunque non sono piú quelli del Golgota e di Greccio ma diventano un’altra cosa, tutt’altro che “cattolica”) possa valere qualcosa “contro le derive ateiste”. Anzi, se c’è una cosa che temo è proprio che quei simboli, carissimi a me come a molti altri, diventino bersaglio d’odio a causa di un’indebita appropriazione.

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«Se ci definiamo patrioti, dobbiamo renderci conto che c’è un Erdogan in ognuno di noi». Diamine, io amo la mia Patria (che è l’Italia, nonché l’Europa) ma questo è un motivo in piú per essere certo che non ho affatto la “forma mentis Allah, patria e famiglia”.

Solo parzialmente mi conforta sapere che neanche chi ha scritto queste parole ce l’ha, quella forma mentis: non solo perché chi ama la Patria rispetta sempre anche quelle altrui – cosi ho imparato da un santo patriota polacco –, ma soprattutto perché in lui parla un liberismo sovversivo, esplicitamente e orgogliosamente alieno a qualunque fede. Lo scrisse benissimo, lo stesso personaggio, appena dieci giorni prima.

[…] Qualche anno fa in un articolo è stato chiesto dove sia il corpo di Maria Vergine, dal momento che, secondo un dogma proclamato nel 1950, è “in cielo”. E un corpo – se è un corpo – non può che essere in un determinato spazio, meno lungo di tre metri e meno largo di due. Nessuno ha risposto. Eppure chissà quanti credenti hanno scorso quelle righe. Avranno pensato: “Ma costui considera quello di Maria un corpo come tutti gli altri! Un corpo qualunque! Mentre è in cielo in modo mistico, in un modo tutto speciale”, senza accorgersi che questo andava contro il dogma.
Un corpo umano infatti è un corpo umano, se le parole hanno un senso. Non c’è “modo mistico” che tenga.
Più interessante è vedere se chi è incapace di queste adesioni fideistiche sia un adepto della “fede nella non-fede”. Il teista spesso dice all’ateo: “Tu non sei diverso da me: tu credi nella non esistenza di Dio”. E questo è un assurdo che fa ripensare alla famosa barzelletta/paradosso di Giobbe Covatta “L’assoluta mancanza di testimoni rende impossibile una smentita”.
Che va bene come paradosso, appunto e se pronunziata dal popolare comico napoletano, ci fa ridere.
Ma quando le cose si fanno più serie, chi crede in qualcosa, se vuole dimostrarne la ragionevolezza, deve fornirne le prove. Viceversa, se qualcuno sostiene che non esiste l’unicorno, non può fornirne le prove. Non può dire: “Non è in questa stanza” oppure “La mancanza di testimoni rende impossibile una smentita” perché gli si potrebbe rispondere: “Sì, ma potrebbe essere altrove”. E se dicesse: “Non è stato mai avvistato in Italia”, l’altro potrebbe sempre insistere: “Sì, ma potrebbe essere altrove”. E via di seguito: la prova negativa è impossibile. Lo stesso alibi – che in latino significa “altrove” non è la prova di non aver commesso un delitto, ma la prova (positiva) di essere stato altrove mentre esso era commesso.Lo stesso vale per Dio. L’ateo non deve dimostrare nulla. E non “crede nella non-esistenza” di Dio, perché la non-esistenza non è qualcosa in cui si possa credere. E dal momento che una non-esistenza è uguale ad un’altra non-esistenza, la non-esistenza di Dio non sarebbe diversa da quella di una lattuga lunga un chilometro o di un coniglio con sette zampe. Zero mele non pesano più di zero ciliege.
Chi non è cattolico, chi non è musulmano, chi non è comunista, chi non è liberista, non è uno che ha una fede diversa, è uno che non ha nessuna fede. Fede significa disponibilità a credere anche cose non razionali, mentre credere nella razionalità significa esser disposti a cambiare opinione, in presenza di una nuova evidenza.
L’ateo che rimanesse ateo pur in presenza di una indefettibile dimostrazione dell’esistenza di Dio (che la filosofia non fornisce, sia detto al passaggio), allora sì sarebbe un credente nella miscredenza. Ma finché rimane qualcuno che cerca la verità, ed è disposto a prendere in considerazione tutte le prove serie, si è di fronte ad un uomo razionale. Una caratteristica che non hanno né il vero religioso né il vero ideologo. […]

Ripeto, leggo le cose che scrive questo signore perché le trovo interessanti (benché non condivisibili), cosí come trovo interessante che abbia un qualche seguito nella blogosfera; se quindi riporto le sue espressioni non è certo per attaccarlo (neppure sono certo che si firmi con il suo vero nome), ma per offrire alla/nella rete un’ulteriore riflessione.

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Mussolini, ateo devoto

Alle parole scritte da questo influencer sovranista su VK mi hanno rimandato quelle del gesuita Giovanni Sale, che nel numero de La Civiltà Cattolica in uscita tra due giorni ha pubblicato un prezioso articolo dal titolo “Mussolini, ateo devoto”. Introducendo il tema, il noto storico contemporaneo ha scritto:

In questo articolo non intendiamo ripercorrere né la vicenda umana di Mussolini né la storia del fascismo, su cui esiste una ricca e documentata bibliografia, ma soltanto il rapporto, per lo piú ambiguo e opportunistico, che il Duce ebbe con la religione e la fede cristiana.

Giovanni Sale S.I., Mussolini, ateo devoto in La Civiltà Cattolica 4064, 123-135, 124

Con la consueta scrittura godibile e ricca, Sale ricorda la parabola esistenziale-religiosa dell’uomo-Mussolini, dall’«anticlericalismo battagliero e scomposto della sua giovinezza» (134) fino al Concordato e oltre, tra fatti pubblici, riservati e privati; e non manca del resto di lumeggiare le ambiguità dell’altera pars – cioè la Chiesa – tra le cui fila alcuni (i Papi in primis) guardavano con sospetto al trasformismo spirituale del Duce, mentre altri canonizzavano senza contrappesi l’“uomo della Provvidenza”.

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Per quanto riguarda le intime credenze di Mussolini, Sale mette correttamente le mani avanti: si tratta di questioni di coscienza di per sé raramente attingibili all’indagine storica. Il gesuita non manca tuttavia di ricordare qualche passaggio dell’intervista rilasciata a Emil Ludwig nel 1932:

«Voglio spiegarle la mia evoluzione. In gioventù io non credevo affatto. Avevo inutilmente invocato Dio, perché volesse salvare mia madre; eppure essa era morta. Inoltre ogni misticismo mi è estraneo […]. Ma io non escludo completamente […] che una volta, nel corso di milioni di anni, possa aver avuto luogo una soprannaturale apparizione, e che la natura sia quindi divina».

[…] Trattando poi della sua particolare esperienza in ambito religioso, aggiunse: «Negli ultimi tempi si è rinsaldata [in me] la fede che vi possa essere una forza divina nell’universo». L’intervistatore, colpito dalle inattese parole del Duce, chiese: «Cristiana?». «Divina», ripeté Mussolini quasi con impazienza, e aggiunse: «Gli uomini possono pregare Dio in molti modi. Si deve lasciare assolutamente a ciascuno il proprio modo».

Ivi, 126

Contestualmente Sale conclude che «Mussolini non professò mai, in nessun momento della sua vita, la fede cattolica come la insegna la Chiesa» (ibid.), anche in forza del fatto che le sue idee sull’essenza del cristianesimo si fondavano sulla letteratura renaniana. In tal modo,

egli riteneva che la Sacra Scrittura fosse sostanzialmente una leggenda edificante e che i dogmi cristiani fossero creazioni dell’intelletto religioso, in ogni caso utili per rafforzare la vita morale delle persone ed elevare lo spirito dei popoli; ma in se stessi privi di valore oggettivo.

Ibid.

Cosí Mussolini accoglieva volentieri le proteste del clero vaticano contro gli intermezzi – al cinematografo – di ballerine «con l’abbigliamento della loro madre Eva avanti la colpa, salvo una sottile benda o fascia alle parti, incentivo piuttosto che schermo alle impure brame della concupiscenza» (ivi, 133, e questo era il padre Tacchi Venturi); del resto non gli sembrava problematico che alcune delle sue numerose amanti, domestiche dell’appartamento mussoliniano in via Rasella, fossero note Urbi et Orbi mentre Donna Rachele rimase confinata fuori dalla Capitale fino al novembre del 1929.

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Da una parte il Duce scriveva pubbliche smentite e biglietti privati al re sui gesti di riverenza posti in occasione della visita da Papa Ratti l’11 febbraio 1932; dall’altro si recava nella basilica di San Giusto inginocchiandosi davanti al Santissimo sull’inginocchiatoio preparato per lui da mons. Antonio Santin (e allo stesso Vescovo elargiva su due piedi la bellezza di 100mila lire per il restauro di una navata).

Se a Trieste – commenta Sale –, città molto cara agli ex combattenti e ai nazionalisti, la “prosternazione” del Duce davanti all’altare maggiore poteva essere tollerata, a Roma lo stesso gesto avrebbe avuto un significato del tutto diverso e sarebbe stato politicamente più compromettente.

Ivi, 128

Cosí il battesimo di moglie e figli avvenne nel settembre del 1924 – e nel lasso tra la richiesta ufficiale e l’amministrazione dei sacramenti ci fu tempo anche per il delitto Matteotti… –, e la notizia venne tenuta sapientemente “bassa”, cosí che «i giornali o non ne parleranno affatto, o potranno appena far cenno del fatto compiuto», scrisse nella propria relazione alla Santa Sede il cardinal Vannutelli, aggiungendo l’impressione per cui comunque quest’eventualità «non potrà esser pel pubblico che di edificazione» (ivi, 130). Quel roccioso montanaro di Pio XI non si lasciò incantare e «fece dire al cardinale che avrebbe desiderato che la Santa Sede venisse informata preventivamente» (ivi, 131).

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“Uomo dal collo duro”, Papa Ratti (cosí lo avrebbe ricordato lo stesso Mussolini salutando il giorno della sua morte): il Duce invece aveva sempre il suo daffare

o per non incrinare il fragile equilibrio raggiunto con l’autorità ecclesiastica (cioè quando le sue parole suonavano come offensive dei princìpi della dottrina cattolica o della persona del Papa); oppure per non scontentare i numerosi anticlericali presenti nel suo partito (quando le sue parole, per motivi politici, sembravano troppo benevole o arrendevoli nei confronti della Chiesa).

Ivi, 125

Dura la vita degli atei devoti, soprattutto se non si limitano a scrivere editoriali qua e là ma devono governare e costruire un’identità nazionale sulla base di presupposti inconciliabili. Se non raggiunge mai il livello della fede, il “Mussolini religioso” riscontrabile con gli strumenti storici sembrò talvolta muoversi nella superstizione; «dopotutto – ricorda Sale –, affermò più volte che “pregare, se non aiuta, certamente non nuoce”» (ivi, 134). Ugualmente suggestiva (con elementi tragicomici) la relazione spedita il 20 gennaio 1931 dal Nunzio Borgongini Duca alla Santa Sede, quando il Duce malato disse al diplomatico: «Sarà fino a che Dio vorrà; ma seguitate a pregare, perché ho avuto l’impressione in quei giorni di malattia che voi non preghiate più» (ivi, 135).

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Le cicatrici dolorose dell’ateismo devoto

È pericoloso, l’ateismo devoto, tra l’altro perché in quel superficiale tira e molla di opportunità e circostanze non arriva mai a fare i conti con i lati piú oscuri delle forze sprigionate politicamente, proprio come Mussolini coprí i crimini di guerra di Rodolfo Graziani – tra cui l’orrenda mattanza di Debra Libanos –. Va pur detto che non sarebbe stato Mussolini, ormai estinto da tre anni buoni, a negare l’estradizione di Graziani in Etiopia, e neppure il solo governo De Gasperi V (era finalmente la I legislatura, dopo il quinquennale Ordinamento Provvisorio), ma tutto un complesso sistema di ricatti impliciti (Regno Unito e Svezia rifornivano gli etiopi di armi proibite da Ginevra al pari dei gas di Graziani, e a guerra finita gli etiopi accettarono l’insabbiamento su Graziani sperando di lucrare l’appoggio dell’Italia contro l’Eritrea).

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L’ateismo devoto è pericoloso perché può mettere in mano ad anime nere come Graziani ieri (che da giovane era stato seminarista e che nel Natale del 1935 irrorò di iprite e fosgene gli Etiopi) o Erdogan oggi le vite di innumerevoli persone, e ingarbugliare cosí matasse tanto intricate che ancora a distanza di quindici ovvero ottantacinque anni (grazie a Lucio Brunelli e ad Avvenire per averlo recentemente ricordato) non si riesce a porre mano a un processo di memoria e riconciliazione che di quel male – banale e tremendo – attenui l’onta e la colpa.

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