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Sei ore priva di sensi, poi un urlo: guarita per intercessione di padre Libermann

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don Marcello Stanzione - pubblicato il 15/10/19

"Era circondato da un’aura luminosa, che mi è impossibile descrivere. Avvicinandomi a me, appoggiò tre dita della mano sulla mia testa, e poi le spostò lungo la mia faccia fino al petto, dov’era il mio male". La testimonianza è agli atti del processo di beatificazione

Il venerabile Padre François Marie Paul Libermann nato a Saverne il 12 aprile 1802 e defunto all’età di 50 anni a Parigi il 2 febbraio 1852, nacque in una famiglia ebraica il cui padre era un rabbino, studiò teologia ebraica a Metz e dopo la sua conversione al cattolicesimo venne battezzato nel Natale del 1826 cambiando il nome originario di Jacob in quello di Francesco. Entrato nel seminario parigino di San Sulpizio venne ordinato presbitero ad Amiens.

Fondò la congregazione del Cuore del Cuore Immacolato di Maria per l’evangelizzazione degli indigeni delle colonie francesi in Africa inviando missionari ad Haiti, Bourbon, Mauritius e Guinea ed aprendo i primi seminari per il clero locale africano. Nel 1848 la sua congregazione si fuse con quella dello Spirito Santo ed egli venne eletto superiore generale.

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Negli atti del processo di beatificazione del padre Libermann, è narrato il fatto seguente: Suor Ludovica Brigida Hirwan, della congregazione di S. Giuseppe, di 37 anni, soffrì fino al 1871 di un grave male allo stomaco. Per due anni diversi medici tentarono di guarirla, ma senza successo. Alla fine le era del tutto impossibile prender cibo; spesso era così debole da giacere come morta.Dato che tutti gli aiuti umani sembravano inutili” essa diceva “speravo solo da Dio la guarigione. Mentre ero inferma nella Casa madre di Parigi, tenni con le consorelle una novena al SS. Cuore di Gesù, ma senza successo. Qualche giorno più tardi, la Maestra di noviziato mi portò una reliquia del venerando P. Libermann, con l’invito ad iniziare una novena in suo onore. Io non conoscevo il reverendo Padre Libermann; solo durante il noviziato avevo sentito parlare qualche volta di lui. La Maestra mi incitò a rivolgermi con fiducia al venerando Padre e promise di pregare per me. Per quanto so, la nostra comunità non recitò questa serie di preghiere con me. La novena consisteva nel fatto ch’io dovevo offrire le mie sofferenze a Dio attraverso il venerabile Padre Libermann, per ottenere la grazia di poter ricevere i SS. Sacramenti, dato che non mi era possibile né inghiottire, né parlare in modo che mi capisse”.




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Anche l’Assistente generale incoraggiò la religiosa ad avere una gran fiducia nel venerabile P. Libermann. “Avevo su di me una sua reliquia – prosegue la testimonianza – Il 20 maggio 1871, ultimo giorno della mia novena, alla fine della prima Messa, le mie consorelle vennero a trovarmi. Quando mi videro fuori conoscenza, avvertirono in tutta fretta la Madre Superiora di chiamare il nostro cappellano ad impartirmi i Sacramenti dei morenti. Egli stava celebrando la S. Messa; alla fine me li impartì, senza ch’io sapessi che cosa avvenisse; solo di tratto in tratto mi parve di udire la sua voce. Lo stato di mancanza di conoscenza durò dalle 8 del mattino alle 2 del pomeriggio. Mi parve di esser stata portata in Irlanda nella cappella dei Padri Trappisti; li aspettavo inginocchiata il mio confessore di un tempo, Padre Pail. Vidi che veniva e mi aiutava ad alzarmi; quindi lo seguii nel confessionale. Poi mi ordinò d’inginocchiarmi, perché stava per passare Padre Libermann, ed io lo vidi veramente. Era circondato da un’aura luminosa, che mi è impossibile descrivere. Avvicinandosi a me, appoggiò tre dita della mano sulla mia testa, e poi le spostò lungo la mia faccia fino al petto, dov’era il mio male e dove tenne per un po’ le dita. Mi parve che strappasse fuori qualcosa di nero, causandomi dolori violenti. Gridai forte”.




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L’apparizione era scomparsa. “Al mio urlo – sottolinea la suora – venne una suora che mi chiese cosa avessi, mi asperse d’acqua benedetta. Io le disse d’inginocchiarsi e le chiesi se avesse visto Padre Libermann. Essa fu meravigliatissima di sentirmi parlare e di vedermi seduta sul letto. La pregai di darmi da bere e da mangiare perché avevo sete e fame, e di darmi anche i vestiti, perché volevo andare a pregare. Mi vestii e scesi senz’alcun aiuto fino alla cappella. Li rimasi in piedi per tutto il tempo che le mie consorelle cantarono il Magnificat. Da allora non ho più sentito il minimo sintomo del mio male precedente. Al momento della mia guarigione tutti pensarono che si trattasse di un miracolo, e quest’opinione rimase sempre; nessuno pensò mai di attribuire la mia guarigione ad una medicina od alle forze della natura”.




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