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Qual è la posizione della Santa Sede sull’ingresso della Turchia nell’UE?

POPE ERDOGAN
ADEM ALTAN I AFP
Pope Francis (L) holds a joint press conference with Turkish President Recep Tayyip Erdogan at the presidential palace in Ankara on November 28, 2014. Pope Francis called for dialogue between faiths to end the Islamist extremism plaguing the Middle East as he visited Turkey for his first visit to the overwhelmingly Muslim but officially secular state. AFP PHOTO/ADEM ALTAN / AFP PHOTO / ADEM ALTAN
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Dalle aperture di Giovanni XXIII al “no” gentile di Papa Francesco, le posizioni della Chiesa su Ankara

In questi giorni di eterna tribolazione per la Siria, ora che il nemico dell’Isis sembrava battuto, e che forse a causa della nostra distanza dal conflitto, esso ci pareva meno acceso, il cambio di marcia (il tradimento vero e proprio), operato da Trump nei confronti dell’alleato curdo nella regione, ha acceso di nuovo un riflettore sull’area e riacceso la polemica nei confronti della Turchia: di volta in volta alleato o male necessario, quando non nemico, per l’opinione pubblica italiana. Sui social poi è tutto un disquisire di politica internazionale, tra chi sostiene che l’aggressività turca sia la prova del nove della sua inadeguatezza a far parte dell’Unione Europea, e chi invece sostiene che proprio l’umiliazione di restare sull’uscio per quasi un ventennio alla fine abbia fatto prevalere il desiderio di grandeur di Ankara. In mezzo non poteva – anche comprensibilmente – non finirci la questione di cosa ne pensasse la Chiesa della presenza della Turchia nella UE. Una questione che non va presa sotto gamba e che, molto chiaramente, non può essere derubricata a “si/no”. Come spiega Andrea Gagliarducci su Acistampa:

Per quanto riguarda i rapporti diplomatici, questi sono in vigore dal 1960, grazie ai buoni uffici di San Giovanni XXIII, che veniva chiamato “il Papa turco” per il buon ricordo e il lavoro che aveva fatto a Istanbul quando vi era stato mandato come delegato apostolico tra il 1935 e il 1944. E fu lo stesso Papa turco, ad accogliere con un importante discorso, il primo ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede Cemal Erkin nel maggio 1962.

Ma da allora i rapporti sono stati altalenanti, via via raffreddati verso la fine degli anni ’80. Durante il suo viaggio in Turchia, Giovanni Paolo II si rivolse con benevolenza e rispetto verso il popolo turco, pur avendo nel cuore il sogno prima di tutto di una Europa unita tra est e ovest, in quella che lui sentiva come una innaturale divisione del continente europeo, era il 1979, Wojtyla era stato eletto da poco, c’era da fronteggiare ancora – e prima di tutto – il comunismo nel suo paese, la Polonia, e nel blocco dei paesi del Patto di Varsavia. A Smirne il 30 novembre del 1979 il Papa disse:

L’unità della Turchia moderna si fonda oggi sulla promozione del bene comune, sul quale lo Stato ha la missione di vegliare. La chiara distinzione tra la sfera civile e quella religiosa può consentire a ciascuno di esercitare le proprie specifiche responsabilità, nel rispetto della natura di ciascun potere e nella libertà delle coscienze.
Il principio di questa libertà di coscienza, come quella di religione, di culto, di insegnamento, è riconosciuto nella Costituzione di questa Repubblica. Auguro che tutti i credenti e le loro comunità ne possano beneficiare sempre di più. Le coscienze, quando sono ben formate, attingono nei fatti dalle loro profonde convinzioni religiose, diciamo dalla loro fedeltà a Dio, una speranza, un ideale, qualità morali di coraggio, di lealtà, di giustizia, di fratellanza necessarie alla felicità, alla pace e all’anima dell’intero popolo. In questo senso, mi sia permesso di esprimere la mia stima per tutti i credenti di questo Paese.
Io sono venuto tra voi anzitutto come capo religioso, e voi comprenderete facilmente come io sia stato particolarmente lieto di ritrovare in questo Paese fratelli e figli cristiani che aspettavano la mia visita e questi scambi spirituali, divenuti in certo modo necessari

Successivamente Wojtyla si batté per un richiamo, nella fallita Costituzione europea, di un Preambolo alle radici cristiane dell’Europa. Non ci riuscì, ma questa “resistenza”, aveva forse in controluce un senso di rispettosa distanza verso Ankara: interlocutore prezioso e rispettabile, ma non parte della stessa ecumene. Nel frattempo il principale collaboratore di Giovanni Paolo II, il cardinal Ratzinger, rispondendo al vaticanista Giuseppe Rusconi, nel 2004, a proposito del suo pensiero circa l’adesione della Turchia alla UE, la risposta fu articolata ma secca:

Le posso dire che sulla questione ho una visione soprattutto di carattere storico e, siccome qui vicino a me siede mons. Erba, dico anche di “piccolo storico”. Ho comunque sempre coltivato attenzione e amore per la storia. E’ per questo che, partendo da una considerazione fondata storicamente, credo che l’Europa non sia un concetto geografico. Infatti, prima della creazione dell’Europa cristiana, la configurazione attorno al Mediterraneo era molto diversa da quella che poi si è formata nei secoli sulla base di principi cristiani. L’Europa per me è dunque sostanzialmente un concetto culturale, cresciuto anche conflittualmente con lo scorrere del tempo in un percorso storico caratterizzato dall’espressione della fede cristiana.

Contrapposta all’Europa cristiana era la Turchia, meglio l’Impero Ottomano. Dire che era in contrapposizione non è certo una condanna, poiché anche all’interno dell’Europa cristiana non mancavano i conflitti sanguinosi: è però un fatto storico. I due mondi avevano impostazioni culturali molto diverse. E, per passare all’oggi, se è vero che Kemal Ataturk ha formato una Turchia laica, i suoi fondamenti restavano islamici. Analogamente è successo con l’Europa, somma di Stati laici, ma costruiti – anche se oggi lo negano – su fondamenti cristiani. I nostri mondi culturali sono diversi e, con tutto il rispetto che si può e deve avere per l’altro, sarebbe antistorico e anche contro l’anima di questi due mondi pensare di unirli solo per ragioni economiche. Sarebbe un errore grande ridurre la vita umana, il corpo sociale alle logiche del commercio internazionale. Non è giusto, così non si può andare avanti. Le identità culturali vanno valorizzate (Rosso Porpora, 17 settembre 2004).

Ovviamente questa affermazione ci interessa perché quel cardinale sarebbe divenuto Benedetto XVI di lì a pochi mesi (19 aprile 2005), tuttavia di ritorno da un viaggio apostolico l’anno successivo, la posizione del Pontefice si addolcisce, come riporta Toscana Oggi:

Al prefetto di Istanbul che ricordava come la Turchia sia un Paese laico e democratico impegnato nel dialogo tra le civiltà e nel cammino per entrare nell’Unione europea Benedetto XVI ha risposto che Istanbul è una città veramente europea, un ponte tra Occidente ed Asia, per avvicinare strutture e organizzazioni.

Alla notizia, poi, che la città sarà, nel 2010, la capitale europea della cultura il Pontefice ha affermato: lo merita veramente, rivelando, sorridendo, che anche la sua “città natale aveva chiesto tale riconoscimento ma che non era stato concesso.

Ma ha anche chiesto alle autorità di “agire con grande benevolenza verso i cristiani posti sotto la sua giurisdizione”, come quel principe musulmano del Nordafrica al quale “papa Gregorio VII, nell’anno 1076, scrisse della speciale carità che cristiani e musulmani si devono reciprocamente poiché noi crediamo e confessiamo un solo Dio, anche se in modo diverso” (Sandro Magister, L’Espresso).

Dare quelle definizioni, vuol dire in sostanza togliere una pregiudiziale, non vuol dire naturalmente dare un via libera, ma restare profondamente neutrali circa l’adesione, una costante della diplomazia vaticana sul tema. Vale la pena rileggere un editoriale dell’ex Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, in occasione proprio del viaggio di Benedetto XVI scrisse un editoriale per il mensile 30 Giorni in cui, rievocando la sua lunga esperienza governativa, guardava con simpatia verso un ingresso della Turchia in Europa e contemporaneamente commentava così il viaggio del Pontefice tedesco:

L’attuale viaggio del Santo Padre in Turchia richiama alla mente quello di Giovanni Paolo II nel novembre 1979. Non si era ancora abituati alle trasferte ecumeniche del Papa e seguimmo con grande attenzione le varie tappe: Smirne, Efeso, Istanbul, Ankara. Ampi furono i riferimenti storici nei discorsi; e si vedeva chiaramente che miravano non soltanto a rievocare momenti solenni positivi (Concilio di Efeso) o negativi (scisma) ma a confrontare culture, mentalità, prospettive. Un accenno particolare mi colpì: sottolineava le caratteristiche poliedriche del popolo turco e le tracce lasciate nell’ex impero. Ma c’era tra le righe una riserva, di cui soltanto di recente ho compreso il significato. La modernizzazione del Paese, indubbiamente avanzata sotto tanti aspetti (non solo quelli esteriori, come l’abolizione del fez), aveva comportato però l’abrogazione di alcune utili normative “regionali” ispirate alle diverse etnie.
Per connessione obiettiva penso ai problemi suscitati in Iraq nei riguardi dei curdi, che si aggiungono alla contrapposizione tra sciiti e sunniti.

Agli effetti dell’auspicato cammino verso l’unità dei cristiani, da parte dei cattolici, occorre evitare di ingerirsi comunque nei rapporti tra le Chiese ortodosse, talvolta resi ancora più complessi per ragioni politiche (come era tra il Patriarca di Costantinopoli e Makarios, che era il capo politico di Cipro). Anche con la Chiesa greca abbiamo visto che la relazione deve essere diretta. Le polemiche suscitate da uno dei discorsi pronunciati da Benedetto XVI nel suo viaggio in Baviera è sembrato che dovessero ostacolare la missione in Turchia. Un amico musulmano mi ha detto che quello che può dire il professor Ratzinger non può dirlo il Papa. È una distinzione che non mi sembra giusta: mentre ho apprezzato molto che, pur essendo più che valido, non si insiste con il riferimento alla comune triplice discendenza da Abramo. Anche se questo dovrebbe in tesi favorire il colloquio tra i tre ceppi.
Mi vado sempre più convincendo che l’incontro deve avvenire sul piano della carità (reciproco amore e comune lotta alla povertà).
Il forte appello contro la fame nel mondo, rivolto dal Papa nel discorso domenicale del 12 novembre, rappresenta la piattaforma vera del messaggio ai popoli (questa volta al popolo turco). Può essere più o meno importante la lista degli incontri protocollari che il Papa avrà in questo e nei futuri viaggi. Credo che la sua missione sia quella di evangelizzazione dei poveri. Conservo intatta e commossa la memoria di un discorso di Paolo VI ai campesinos delle campagne colombiane durante quel Congresso eucaristico internazionale.
Dio è amore. Il Papa è il servo dei servi di Dio.

Con questo richiamo profetico a Paolo VI, arriviamo all’epoca di Francesco e del suo viaggio in Turchia. Viaggio – questo come quello dei predecessori – sempre e comunque primariamente orientato al mantenimento e all’accrescimento dei rapporti col Fanar, il “Vaticano Ortodosso”, la sede cioè del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, dove ha sede la cattedra di Andrea, fratello di Pietro. E tuttavia, dovendo passare per la Turchia, esattamente come chi volesse andare a trovare il Papa deve passare per l’Italia, il rapporto con Ankara è necessario e imprescindibile. E tuttavia nel 2014, Francesco nel suo consueto parlare coi giornalisti, sul volo di ritorno sembrerebbe aver messo – almeno per il suo pontificato – un punto fermo sulla questione. Ne parla su Limes, Piero Schiavazzi:

“No, di questo tema non abbiamo parlato con Erdoğan. È curioso: abbiamo parlato di tante cose, ma di questo non abbiamo parlato”. Ci sono passaggi epocali, clamorosi, che all’orecchio dello storico si riassumono, e consumano, nel rumore di un silenzio.

Come una pagina che si volta o un cassetto che si chiude. Archiviando per sempre l’argomento. Così, la duplice omissione di un papa, che a Strasburgo non parlò di Turchia e in Turchia non parlò d’Europa, diventa il sigillo in ceralacca di una pratica derubricata dalle cancellerie: l’ingresso di Ankara nell’Ue. Declamato dalla retorica, ma dimenticato dalla politica.

Una trasferta, quella anatolica di Francesco, che si può sintetizzare in due immagini, due tête-à-tête: a capo chino davanti all’amico e fratello, il Patriarca e a testa alta davanti al Sultano. L’analista vaticano prosegue così:

L’edificio dell’Europa, secondo Francesco, non si destabilizza in verticale – se cresce cioè verso l’alto e apre al trascendente – ma in orizzontale, se appiattisce il profilo e diluisce l’identità. Come accadrebbe con l’ingresso e la libera circolazione, d’emblée, di ottanta milioni di cittadini di fede islamica, in grado di cambiare all’istante gli equilibri del “club”.

Una chiusura che è anche una apertura a sviluppare una collaborazione diversa, ed ecco che il discorso della “città ponte” di Benedetto XVI assume una luce simbolica diversa. La Turchia può, anzi è chiamata a farsi ponte tra le culture e le aree del Mediterraneo, a non far parte di nessuna delle due sponde per poterle unire meglio. Al momento, con la prova di forza muscolare verso la Siria e la minaccia all’Europa di riversare milioni di profughi verso l’Unione, riaprendo la rotta balcanica, non sta facendo nulla di tutto ciò, tradendo forse la missione storica che la Provvidenza gli ha dato. Intanto il Papa prega per la pace, all’Angelus di domenica: «Il mio pensiero va ancora una volta al Medio Oriente», ha detto, «e all’amata e martoriata Siria da dove giungono nuovamente notizie drammatiche sulla sorte delle popolazioni del nord-est del Paese, costrette ad abbandonare le proprie case a causa delle azioni militari: tra queste popolazioni vi sono anche molte famiglie cristiane». Il Papa ha poi proseguito: «A tutti gli attori coinvolti e alla Comunità Internazionale, per favore, rinnovo l’appello ad impegnarsi con sincerità, con onesta’ e trasparenza, sulla strada del dialogo per cercare soluzioni efficaci». Segno che l’instancabile diplomazia vaticana sta lavorando? Forse.

 

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