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Julie e Vincent Chaboud, una vita in cui «quel che sembrava iattura si trasforma in benedizione»

@Nina Astruc
Julie et Vincent Chaboud
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Una vita in cui «quel che sembrava iattura si trasforma in benedizione». È così che Jean Vanier, nella prefazione al racconto di Julie, descrive la vita di questa coppia di Grenoble, genitori di quattro bambini tra cui Jacques, il secondo (8 anni) è affetto da sindrome di Down. Una vita sconvolta, certo, ma anche sconvolgente in favore dell’amore che i due donano senza riserve, della loro fede e del loro senso dell’accoglienza.

Quando si incontra Julie, 37 anni, si viene colpiti dalla sua statura – immensa! – dal suo sorriso luminoso e dalla sua franca stretta di mano. Quando di ascolta la sua storia, e in particolare la scoperta della trisomia del figlio quando aveva 6 mesi e non presentava alcun segno caratteristico, ci si domanda come questa madre di famiglia con quattro figli possa essere tanto raggiante. Poi dopo la lettura della sua testimonianza, “Rescapés” (Mame), si resta sconvolti dalla sua visione della vita, dalla sua gioia inalterabile e dalla sua fede, tale da spostare le montagne. Montagne di cui effettivamente è circondata, visto che la sua tribù ha piantato le tende a Trièves, a sud di Grenoble (Isère). Una regione divenuta per loro tutti luogo di «incontri inattesi e sorprendenti, tenuti insieme da una mano invisibile», come benissimo dice Jean Vanier nella prefazione. Tali incontri sono anzitutto la nascita di Jacques, il secondo dei fratelli, portatore di trisomia 21, colui che – secondo le parole di Julie – li avrebbe «rivelati tutti». E poi a seguire gli incontri con un’amica di liceo divenuta religiosa e che ha spalancato loro le porte del suo cuore e della sua comunità. In ultimo arrivano le peregrinazioni notturne in roulotte con l’associazione Magdalena, che si prende cura delle prostitute. Tutti fatti che sembrano non avere nulla in comune, e che invece sono legati.

Jacques, un bambino profetico

Fino ai suoi sei mesi nessuno – nemmeno i medici – aveva immaginato che Jacques fosse affetto da trisomia 21: non presentava alcuno dei suoi segni caratteristici. Un giorno, di passaggio in ospedale per un problema respiratorio, una giovane infermiera ha formulato invece l’ipotesi che il bimbo fosse portatore di una malattia genetica, diagnosi immediatamente smentita dall’équipe medica. E tuttavia il dubbio s’era insinuato nella testa di Julie e Vincent: chiesero allora al loro pediatra un nuovo esame genetico, che confermò la malattia. Sebbene fossero entrambi sotto choc, la reazione del marito fu tale che Julie se la ricorda ancora:

Mi ha preso la mano e ha detto queste parole che mai dimenticherò: «Jacques c’è e sta bene, noi lo amiamo e di tutto il resto ce ne freghiamo. Niente e nessuno può predire il suo avvenire, soprattutto non questo dottore e ancora meno quel pezzo di carta».

Un’accettazione totale della malattia, un abbandono intero all’amore che può tutto, una fiducia immensa nella vita. Una filosofia, questa, che talvolta li ha fatti passare per dei matti, anche agli occhi di alcuni vicini che poco a poco hanno prose le distanze, accusandoli di essere in negazione o di leggerezza. Per Julie, invece, questa levità fin dal principio è stata «una grande chance». E si spiega:

Ci ha permesso di vivere in maniera più serena e più gioiosa. Con il tempo prendiamo coscienza delle difficoltà, ma è accaduto tutto come se il fatto di non aver visto subito le cose nella loro realtà cruda e fredda facesse di noi degli illuminati.

Ci prendevano per matti quando noi, al contrario, ci sentivamo toccati dalla grazia. Più il mondo medico vedeva in lui delle debolezze e delle fragilità, più lo percepivamo come un profeta, un essere a parte dotato di capacità d’amore fuori scala.

Un amore, una dolcezza, una umiltà che hanno letteralmente rivoluzionato le loro vite.

Grazie a lui abbiamo accettato le nostre povertà, le nostre debolezze, le nostre fragilità. Ci ha liberati. Jacques ci ha rimessi ogni giorno sulla via dell’essenziale: ci ha fatti crescere in sapienza e in umanità.

È stato questo sguardo differente portato sulla vita e sull’handicap che ha profondamente toccato Sophie Cluzel, l’editrice, anzitutto come lettrice:

Uno sguardo di speranza, un entusiasmo profondo, un vero senso dell’accoglienza che tuttavia non rinunciava alla verità del proprio essere.

Le suore, «luci nelle nostre vite, una roccia per la nostra famiglia»

Grazie alla compagna di liceo diventata religiosa, persa di vista e poi ritrovata dopo la notizia della trisomia di Jacques, Julie e Vincent hanno scoperto nella preghiera una forza insospettata, nonché il calore di una comunità religiosa, della quale sono ormai degli oblati. Sono state loro che hanno pregato per il loro ultimo nato, Mathieu, che ha passato due mesi e mezzo in neonatologia:

Quando lasciavo il piccolino nell’incubatrice, lo affidavo alle mani giunte delle suore. Mi sono lasciata completamente portare dalla loro preghiera, è questo che mi ha permesso di vivere questo periodo molto difficile.

La sera della sua prima “ronda Magdalena”, la confortò sapere che la sua amica avrebbe vegliato nella cappella del convento fino al suo ritorno a casa, verso le due del mattino.

Julie e Vincent, sostenuti dalle suore, vivono entrambi – ciascuno a modo suo – delle magnifiche conversioni:

Ho senttito in quel momento che non ero sola nelle mie sofferenze, che Qualcuno nell’universo mi accompagnava. Ho potuto affidargli i miei dolori e i miei dubbi e in cambio mi sono sentita colmata di un amore immenso, di una gioia, di una fiducia… Ho deciso di lasciare a Lui il timone della nostra vita.

Così Julie. Quanto al marito, Vincent esprime la sua fede nel giardinaggio – mettendo le mani nella terra, piantando legumi – lì si tocca con mano che la vita è più forte di tutto.

Facendo crescere pomodori – racconta la moglie – ha compreso che perché sia feconda la vita va incoraggiata, arricchita, accompagnata… ma soprattutto non inquadrata, normata, impostata, imbrigliata.

Vincent ha ricevuto il sacramento della Confermazione a 40 anni, il giorno della prima comunione di Jacques.

Le figlie della notte

La prima “ronda Magdalena” effettuata da Julie per le strade di Grenoble l’ha sconvolta a fondo. Mentre lei e l’altro membro della sua squadra si apprestavano a rientrare, raccolsero una ragazza che chiese di pregare. Fecero allora tutti e tre, in questa preghiera, l’esperienza dell’amore infinito di Dio.

Abbiamo avuto la certezza di essere stati salvati, che le nostre antiche ferite siano state guarite.

Lei e il marito accolgono in casa da un po’ alcune ragazze Magdalena pronte a ripartire con una vita nuova, di tanto in tanto, per periodi quindicinali.

«La salvezza passerà dai poveri», afferma Julie convinta. E quando dice “poveri” intende i portatori di handicap, gli anziani lasciati da soli all’ospizio, le figlie della notte… «tutte le persone che oggi vengono messe da parte ma che in realtà ci mostrano la via». Perché per Julie è aprendosi alla sofferenza del prossimo che si guarisce, noi per primi.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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