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Ambra Angiolini, non solo icona gay. La fame d’amore, la maternità e il servizio agli altri

AMBRA ANGIOLINI
Di GIO_LE - Shutterstock
L'attrice romana Ambra Angiolini
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Si racconta su Vanity Fair, sulle cui pagine cura da tempo una rubrica. “Ma la vera sensazione di sazietà fu quando rimasi incinta di mia figlia. Era come se fossi stata affamata d’amore per tutta la vita e improvvisamente ero sazia». Senza banalizzare le sue sponsorizzazioni alle istanze del pensiero unico, è bello notare come le ferite del cuore umano sono sempre le stesse e sono la prova che il nostro cuore è fatto per Lui.

Non sono una sua fan né una sua follower, anzi mi dissocio con forza dalle cause che ha sposato, intruppata come tanti a sostegno dei dogmi del pensiero dominante. Non sapevo nemmeno avesse una rubrica su Vanity Fair e a dire il vero mi sembrava solo una purtroppo efficace testimonial d’ordinanza di quella fiera delle vanità che dà il titolo alla rivista e il tono a tante conversazioni che si accendono intorno e dentro di noi. Pare che fin dalle sue prime apparizioni in tv fosse considerata una vera e propria icona gay. E che ne vada fiera (curioso calmbour!).

Ambra Angiolini però appare anche una donna che, pur avendo raggiunto il successo mediatico, mostra con una generosità moderata dal pudore la tensione drammatica che scuote la sua vita da che si ricorda, a quanto pare.

E scorrendo la sua ultima intervista proprio per il magazine che le ha dedicato la cover questa settimana si scoprono cose che, in altre sedi, dagli stessi pulpiti, forse addirittura da lei stessa, verrebbero classificate e “adeguatamente” disprezzate come dannosi stereotipi. La prima combinazione sospetta è quella tra femminilità e maternità e il fatto che la seconda sia condizione per sentirsi realizzate.

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Ma prima di inforcare il sentiero (sterile, quello sì!) della polemica, credo valga la pena riproporre semplicemente quello che lei stessa racconta. Ha lo stesso peso che avrebbe detto da una donna  meno famosa di lei, non merita nessuna particolare enfasi, eppure è una dolce conferma che nei nostri corpi e nelle nostre anime è scritto qualcosa in modo indelebile e con uno codice comune. Nemmeno le peggiori incrostazioni ideologiche possono cancellarlo.

I sogni, spiega Ambra nell’intervista al direttore di Vanity Fair Simone Marchetti, hanno a che fare soprattutto con la maternità. «Quando ero bambina, in quinta elementare, avevo un diario titolato Cenerentola in cui scrivevo che la cosa che volevo fare da grande era la mamma. A 14 anni, quando ovviamente non capitò, mi sembrava strano. A 18, dopo Non è la Rai, non essere madre mi fece scoprire per la prima volta il volto della depressione» (Vanity Fair).

Ci appare ormai insolito che una ragazza, poco più che bambina, pensi così intensamente alla maternità come strada per la propria realizzazione personale; invece, forse, la parabola naturale della fertilità femminile mantiene attiva la sua influenza anche sul fronte psicologico, e addirittura spirituale. A diciotto anni si può persino diventare madri, sì è proprio così.

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Non è obbligatorio, non è nemmeno così consigliabile in tanti casi, ma è di fatto l’inizio del periodo di massima fertilità per le donne. Quella spinta andrà inevitabilmente diminuendo con l’avanzare dell’età e si farà un baffo del fatto che il “progetto di un figlio” sia spostato sempre più avanti, nei nostri paesi altamente sviluppati (definizione per la quale ora qualche dubbio può anche farsi strada. Definiamo per bene “sviluppo”).

La ex conduttrice del cult(trash) televisivo Non è la Rai, il primo a fare man bassa del pubblico teen,  racconta che la conseguenza di questa frustrazione così profonda è stato il suo primo incontro con la depressione. Non sarà l’ultimo. Possiamo pensare che al di là delle cause esistenziali, magari organiche, ci possa essere il persistere di una sete che a nessuna fonte solo mondana potrà mai essere saziata.

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Prosegue Ambra:

Il dottore mi disse di partire per il Brasile. Così presi l’aereo e andai a Rio per iniziare la mia esperienza come volontaria con un medico dell’Ospedale San Camillo di Roma che operava i bambini. Fu bellissimo e travolgente. Ma la vera sensazione di sazietà fu quando rimasi incinta di mia figlia. Era come se fossi stata affamata d’amore per tutta la vita e improvvisamente ero sazia. (Ibidem)

Che meravigliosa ammissione; è come se ci trovassimo, una volta incinte e poi con il nostro figlio in braccio, trascinate in un paese che non sapevamo nemmeno esistesse e scoprissimo invece che era il solo posto dove volevamo andare. Eppure non si diventa felici “solo” perché si è madri. Grazie a Dio, altrimenti poveri bambini e povere le donne che non possono o non hanno modo di diventare madri.

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La sofferenza, fatta di paure, attacchi di panico, crisi depressive vere e proprie, torna a trovarla spesso, fino a prendere stabile dimora nella sua vita. (Ha all’attivo una separazione e per quanto possa compiacersi della bravura sua e dell’ex marito si tratta pur sempre di un fallimento e di una sorta di lutto. Per gli adulti e soprattutto per i bambini).

Lo racconta con disarmata trasparenza; forse ne coglie anche il valore terapeutico e il beneficio che questa offerta può portare ad altri? Quando si è sofferto è anche facile che si desideri raccontarlo per aiutare e prima ancora per essere compresi.

Inverno 2011. Forse 2012. Stavo facendo un lavoro importante e iniziai a sentire che avevo paura di tutto. Di fare le scale, di prendere l’ascensore. Poi l’aereo e il treno. Infine, quando anche il bagno è diventato un luogo inquietante, mi sono detta: il raggio della vita si sta stringendo troppo. Le paure stavano dominando la mia vita. (…) Poi una mattina è crollato tutto. Una mattina qualunque. Mia figlia Jolanda si sveglia, deve andare all’asilo. Il sole entra nella cameretta, l’armadio è colorato, bellissimo. Mi chiede: mamma mi aiuti a vestirmi? Io realizzo che è la cosa più difficile da fare. Vado nell’altra stanza, mi metto a piangere per un’ora. Quella mattina ho capito che dovevo ricominciare da capo. (Ibidem)

Una scena nella quale forse in tante si possono ritrovare. Stesso pianto inconsolabile, stesse paure sproporzionate di fronte a briciole che diventano montagne, stessa incapacità di agire e stessa tragica lucidità.

Come già le era capitato da giovanissima la cima che le viene gettata per tornare su è quella attaccata agli altri, ma non ai forti, a quelli che “ce l’hanno fatta” bensì a quelli che hanno ancora più bisogno di lei.

Ma come, già sto male io al punto da non riuscire a svolgere le azioni più basilari della mia vita quotidiana e mi proponi di aiutare gli altri, quelli davvero immersi in prove devastanti come può essere una malattia oncologica in età pediatrica?

Non solo le è stato proposto ma l’attrice di origini romane ha accettato pur non sapendo da che parte girarsi. E così ha improvvisato un laboratorio teatrale tra i piccoli pazienti oncologici.collezionando anche qualche figuraccia.

A consigliarla una psicologa degli Spedali Civili di Brescia (cittadella del dolore, della cura, dell’avanguardia, a volte della burocrazia asfissiante, della speranza. Sembra un modellino del mondo…). E la conclusione cui giunge è molto interessante: gli altri la salvano da se stessa. Dinamica probabilmente solo abbozzata, inizio di qualcosa che però nel volontariato fatto con le migliori intenzioni non può compiere del tutto il desiderio di pienezza che ci mangia il cuore. Ma è un inizio, la figura di un incontro che, se dovesse avvenire, le farebbe sperimentare in modo smisuratamente più grande quel senso di sazietà che ha intravisto nella maternità e nel soccorso offerto agli altri.

Quello che le auguro è di convertirsi a Cristo perché la salvezza di cui parla ora non è ancora quella vera; la guarigione interiore di cui riferisce come di un processo deve ancora compiere la svolta decisiva. Ogni uomo cerca Cristo, sempre, pur non sapendolo e, consolazione tra le più sublimi, Cristo cerca ognuno di noi senza stanchezze di sorta.

E quando avverrà tutto ciò che ora nella sua vita la allontana dalla verità di se stessa e ferisce anche gli altri si mostrerà per quel che è. Nella sua serietà ma anche nella possibilità di un perdono, radicale. Ambra Angiolini, si legge, negli anni ’90 è addirittura volontaria al circolo Mario Mieli (circolo che si definisce di cultura omosessuale) e più recentemente è stata per ben due volte madrina del Gay Pride a Roma. Quando non si conosce Cristo la ragione si confonde facilmente e con la smania di allargare l’amore a tutti in un generico “massì, basta il sentimento” senza preoccuparsi della verità si finisce invece per deformarlo e slabbrarlo.

Dovremmo, noi cristiani, ricordarci senza ruggine alcuna che ogni uomo e ogni donna, circondati dalla ricchezza materiale o in ristrettezze economiche, tutti siamo poveri fino alla morte fino a che non troviamo il Signore. Lo pensavo poco fa, mentre in redazione ragionavamo sulle storie da raccontare. Leggete quella di Matteo Marzotto, per decenni scapolo d’oro, imprenditore di successo, uomo bello, ricco, potente e con una voragine nel cuore che nemmeno sapeva d’avere.

Fino a che non incontra qualcuno più ricco di lui: Chiara Amirante, donna ricchissima perché ha lasciato che il Vangelo di Cristo, Parola vivente, prendesse possesso totale della sua vita. E ora, dai derelitti della stazione Termini, ai rampolli dell’industria italiana della moda, non si stanca di invitare tutti allo stesso fastoso palazzo, quello del Re.

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Ecco, ad Ambra Angiolini, quasi mia coetanea, conterranea per migrazione interna, auguro questo: l’incontro con il solo, unico Salvatore. Anzi, sono semplicemente curiosa di vedere come Lui si farà riconoscere. A noi tutti tocca pregare per chi è ancora nell’indigenza, quella più radicale, quella che lascia i nostri fratelli fuori dalla sala del banchetto.

 

 

 

 

 

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