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Von Galen, icona della Chiesa che resiste all’eliminazione degli “improduttivi”

En 1941, l’évêque et Bienheureux Clemens August von Galen a publiquement condamné l’euthanasie forcée des handicapés pratiquée par les nazis © Giulio Napolitano/AFP
Un ritratto del cardinale tedesco Clemens August Von Galen posto a ornamento della Basilica di San Pietro in occasione della beatificazione, il 9 ottobre 2005.
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Beatificato il 9 ottobre 2005 da papa Benedetto XVI, mons. Von Galen fu la punta di diamante della resistenza della Chiesa Cattolica in Germania contro l’eliminazione delle persone improduttive. Assumendosi tutti i rischi del caso, egli consacrò i suoi sforzi all’informazione dei fedeli, e anzi di tutto il popolo tedesco. La voce profetica della coscienza non poteva tacere.

La fede non si riduce a un sentimento privato […], essa implica anzi la coerenza e la testimonianza nello spazio pubblico in favore della verità, della giustizia.

Pronunciate da Benedetto XVI in occasione della beatificazione di Clemens von Galen, il 9 ottobre 2005, queste parole acquistano una risonanza sempre più forte. Colui che fu vescovo di Münster tra il 1933 e il 1946 è ormai stato presentato alla nostra venerazione in ragione della sua fedeltà all’insegnamento tradizionale della Chiesa, e delle sue prese di posizione chiare e forti a favore della vita. Papa Benedetto XVI ha voluto additarci l’eroicità delle sue virtù come esemplare: il suo spirito di carità e resistenza all’ingiustizia di un regime politico che si trasforma progressivamente in totalitarismo.

Tutta la Chiesa resiste

Per tutta la durata del suo episcopato, mons. von Galen (1933-1946) seguì la crescita in potere di una ideologia votata alla cultura della morte e profondamente anticattolica. Si unì in questo ai confratelli vescovi tedeschi che, fin dal 1932, avevano dichiarato illecita l’appartenenza al partito nazista. Il programma nazional-socialista appariva in effetti incompatibile con la fede cattolica e, in più, i dirigenti del partito manifestavano regolarmente la loro ostilità verso la Chiesa. Dopo una distensione durata qualche mese, il conflitto tra la Chiesa cattolica e i nazisti tornò a intensificarsi. Il carattere totalitario del regime si afferma sempre più, e la concezione generale della vita umana sviluppata dalla dottrina nazional-socialista è in antitesi col pensiero cattolico. Inoltre, l’azione governativa cerca costantemente di limitare l’influenza della Chiesa nella società, di escludere la Chiesa dalla formazione delle coscienze e di ricacciare il fatto religioso nella sfera privata. Ciò si manifesta in particolare mediante la progressiva soppressione di 15mila scuole confessionali, la chiusura di associazioni e di giornali religiosi, l’arresto di più di 1.500 preti e religiosi, il saccheggio di diversi episcopî da parte della Gestapo, nonché da processi scandalistici artificiosamente montati contro il clero.

L’appello di Pio XI

Di fronte alla gravità della situazione, il papa Pio XI pubblica nel 1937 un’enciclica, Mit brennender Sorge (“Con ardente preoccupazione”). Eccezionalmente redatta in lingua volgare in ragione del suo carattere politico e al fine di permettere la sua diffusione immediata, questo testo denuncia le persecuzioni che i cattolici tedeschi patiscono. Esso condanna altresì i differenti elementi dell’ideologia nazionalsocialista, in particolare l’ostilità verso l’Antico Testamento, il rifiuto di una morale oggettiva universale e del diritto naturale. Al contrario, l’enciclica richiama il vincolo indissolubile tra il diritto e la morale, tra la morale e la religione. Essa sottolinea pure le conseguenze disastrose della negazione di un diritto naturale, che comporta tra le altre cose la totale subordinazione dell’individuo allo Stato. In ultimo, il Papa invita i cattolici tedeschi a restare saldi nella fede e nella fedeltà al Magistero per poter affrontare meglio possibile la persecuzione. Per aggirare ogni possibile censura, l’enciclica venne trasmessa segretamente ai vescovi tedeschi. Padre Thierry Knecht, nella sua biografia di Mons. Von Galen, ci racconta che il vicario generale di Francoforte ciclostilò il testo nottetempo, facendolo pervenire ai parroci con l’ordine di nasconderlo nel tabernacolo. L’enciclica è stata poi letta durante la messa domenicale.

«Nefasta dottrina totalitaria»

Clemens von Galen percepì anch’egli rapidamente i pericoli del nazismo. Non esitò ad opporsi apertamente a uno Stato che s’insinua nelle famiglie e nelle coscienze. Nella sua lettera pastorale per la Quaresima dell’anno 1934, egli denunciò il carattere religioso di quell’ideologia che qualificò di “nefasta dottrina totalitaria”. Mise in guardia particolarmente i genitori, raccomandando loro di vegliare sui figli, perché i libri di Alfred Rosenberg – il principale teorico del nazismo – sono materia di studio obbligatoria in tutte le scuole. Nel mese di luglio 1935, durante un raduno nazista, Rosenberg si recò a Münster e pronunciò un violento discorso contro il vescovo della città, sperando di screditarlo. I cattolici si blindarono invece attorno al loro pastore e organizzarono anche una vasta manifestazione di solidarietà.

Nel 1936, mons. Von Galen espose ai suoi fedeli i limiti dell’obbedienza all’autorità civile e il primato della libertà di coscienza:

Dio vuole darci anche il discernimento e la forza eroica perché mai, per egoismo o per timore degli uomini, acconsentiamo al peccato, insudiciando la nostra coscienza per guadagnare o conservare il favore dei potenti di questo mondo.

Certo, in questo non fa che riprendere gli insegnamenti del Catechismo, ma nel contesto dell’epoca tali parole sono un appello diretto alla resistenza contro il potere ingiusto del totalitarismo. Del resto la Gestapo lo ha compreso benissimo, perché in quel giorno fu aperto un dossier Von Galen.

I fedeli male informati

All’inizio della guerra, l’episcopato tedesco esitò quanto alle azioni da condurre riguardo ai dirigenti politici. La maggioranza dei vescovi seguì il presidente della conferenza episcopale autonoma, il quale si batteva esclusivamente sul terreno del diritto, inviando note giuridiche al governo, ma che cercava tuttavia di tenere aperto il dialogo, e astenendosi da ogni dichiarazione pubblica. Mons. Von Galen constatò che le proteste scritte non ricevevano se non rarissime risposte e in nulla incidevano sulla politica nazista. Ancora peggio, esse erano completamente ignorate dai fedeli che, quindi, non conoscevano la posizione dei loro vescovi. Essi venivano così lasciati nell’ignoranza e non sapevano dove fosse il loro dovere di cristiani. In seno al clero, sempre più voci si levavano per denunciare i crimini del regime, ma quei preti e religiosi venivano immediatamente arrestati, deportati, e la loro resistenza non è neppure nota perché i canali di comunicazione interni alla Chiesa erano scomparsi.

Mons. Von Galen ritenne che fosse tempo di intervenire pubblicamente, una domenica, ex cathedra, per denunciare gli attentati alla dignità umana e alla libertà di coscienza. Egli pensava in effetti che un’opposizione più offensiva, che facesse leva sul popolo, potesse rivelarsi più efficace. Così nei mesi di luglio e agosto 1941, Clemens von Galen pronunciò tre sermoni per denunciare da una parte le confische dei conventi e l’espulsione dei religiosi, ma anche l’eutanasia di massa dei malati dichiarati incurabili, eutanasia che si praticava dal mese di agosto 1939 in virtù di un programma d’azione chiamato Aktion T4. Le persone portatrici di handicap mentali, considerate incurabili e improduttive, furono le prime vittime di questo programma. Come rappresentante di Cristo in terra, Von Galen comprese che i più deboli sono quelli che Dio ha più cari e considerava sacra ogni persona handicappata, perché la sua sofferenza e la sua dipendenza sono il riflesso della sofferenza e della vulnerabilità di Cristo in croce.

Il pericoloso sermone del 3 agosto 1941

Alcuni passaggi del sermone del 3 agosto 1941 sono particolarmente espliciti:

Si tratta di uomini e di donne, nostri prossimi, nostri fratelli, nostre sorelle! Dei poveri esseri umani, degli esseri umani malati! Sono improduttivi, se volete… Ma che significa? Che hanno perduto il diritto a vivere? Hai forte tu – ho forse io – il diritto di vivere solo finché siamo produttivi, fintanto che gli altri ci riconoscono come produttivi? Se si pone e si mette in pratica il principio secondo il quale gli uomini sono autorizzati a uccidere il prossimo che non produce… allora poveri noi tutti, perché tutti tendiamo a invecchiare […]. E allora nessuno sarà al sicuro: una commissione qualunque potrà stilare liste di persone improduttive che, a suo giudizio, saranno diventate indegne di vivere. E non ci sarà alcuna polizia a proteggerlo, lui: nessun tribunale vendicherà il suo omicidio e nessuno assicurerà a nessuna giustizia i suoi omicidi. E chi potrà avere la benché minima fiducia in un medico? Potrebbe segnalare un paziente come improduttivo e potrebbero allora essere diramate istruzioni per ucciderlo.

Mons. Von Galen sa che denunciando i crimini nazisti rischia la vita, è pronto ad ogni eventualità e si tiene in sagrestia una valigetta con degli effetti personali nel caso in cui la Gestapo (all’epoca onnipresente) lo avesse arrestato alla fine della predica. I suoi sermoni ebbero immediatamente un considerevole impatto: davanti all’indignazione generale, il programma Aktion T4 fu ufficialmente fermato il 23 agosto. Tradotti in diverse lingue, quei testi furono diffusi dappertutto, sia dai cattolici sia dai protestanti e anche dagli ebrei. Gli Alleati li stampano e li fanno cadere dal cielo a svariate centinaia di migliaia di esemplari nelle vie delle città tedesche. Anche se l’eliminazione delle persone incurabili e improduttive riprende segretamente, Von Galen – dopo questo attacco frontale – è considerato dai dirigenti politici un uomo estremamente pericoloso, e gli stessi reclamano la sua esecuzione. Non volendo però farne un martire per i cattolici, Hitler decise di soprassedere, e fino al 1945 Von Galen sfuggì a diversi tentativi di rapimento.

Uomo di preghiera

Pio XII si rallegrava particolarmente dei coraggiosi interventi del vescovo di Münster. In una lettera a Mons. Von Preysing, allora vescovo di Berlino, il Papa invitò gli altri vescovi tedeschi a dare prova di spirito altrettanto pugnace, ricordando che le sorti della Chiesa in Germania era in parte nelle loro mani. A testimonianza della sua ammirazione per il suo coraggio, per la sua devozione alla giustizia e alla verità, Pio XII avrebbe elevato Clemen Von Galen al cardinalato il 18 febbraio 1946.

Mons. Von Galen non era un uomo particolarmente brillante, sul piano intellettivo, né particolarmente lucido in materia di scienze politiche. Alle volte, anzi, era pure un poco disprezzato dai suoi confratelli per via del suo attaccamento alla pastorale tradizionale, per la sua resistenza alle innovazioni liturgiche e per il suo scarso interesse per la teologia speculativa. Clemens era semplicemente un uomo di preghiera. La sua prossimità a Cristo, vissuta nell’orazione quotidiana e nella meditazione dei misteri del Rosario, gli dava la chiara coscienza del suo dovere nonché il coraggio necessario per compierlo. Quello che viene chiamato “il Leone di Münster” aveva coscienza della sua debolezza e fragilità, ma nutriva la certa speranza che Cristo fosse sempre lì, accanto a lui, per incoraggiarlo e sostenerlo.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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