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I Salmi hanno ispirato il “Cristo Crocifisso” di Velásquez?

Daniel R. Esparza - pubblicato il 10/10/19

Uno sguardo più attento ai dettagli anatomici del dipinto rivela la mente creativa del grande maestro

Diego Velázquez, il maestro andaluso del XVII secolo, è stato l’artista principale alla corte del re Filippo IV e un dei pittori più importanti del Secolo d’Oro spagnolo.

La sua importanza nella storia dell’arte è immensa, perché la sua opera non ha influenzato solo i suoi contemporanei, favorendo anche alcuni sviluppi di periodi artistici successivi, soprattutto nei secoli XIX e XX.

Cavaliere e membro dell’Ordine di San Giacomo, Velázquez era versato non solo per le questioni artistiche, ma anche per temi biblici e teologici.

Il “Cristo Crocifisso” è uno dei suoi dipinti religiosi più famosi. Alcuni storici affermano che abbia imparato a usare i contrasti del chiaroscuro con il maestro italiano Caravaggio (potrebbe aver visto il suo lavoro attraverso delle copie). Con quella tecnica, voleva aggiungere realismo e un dramma teatrale ai propri dipinti.

Ha senso, visto che dal punto di vista dello stile il quadro sembra essere stato dipinto subito dopo il suo soggiorno in Italia, all’inizio degli anni Trenta del Seicento. Di fatto, la perfezione anatomica della figura di Cristo segue gli ideali rinascimentali, che Velázquez potrebbe aver visto con i propri occhi nel lavoro di Guido Reni mentre era in Italia.

Gli storici dell’arte affermano che ci può essere un’altra spiegazione per questa ricerca della perfezione anatomica: Velázquez potrebbe essersi ispirato a un salmo, almeno indirettamente.

Francisco Pacheco, mentore e suocero del grande pittore, fu l’autore di un trattato ampiamente divulgato, “L’Arte della Pittura”, che conteneva istruzioni dettagliate per i pittori che desideravano lavorare nel campo dell’iconografia religiosa.

Pacheco codificò tutti i grandi motivi della pittura religiosa barocca, incluso come dipingere la Santissima Trinità, l’Immacolata Concezione e ovviamente Cristo stesso, soprattutto sulla base delle Scritture, ma anche attingendo alla tradizione e al magistero. Nel suo trattato, Pacheco scrisse: “Cristo, Nostro Signore, non aveva un padre terreno, e quindi assomigliava completamente alla madre, che dopo di Lui è stata la creatura più bella che Dio abbia mai creato”.

Può essere stata un’indicazione sufficiente per Velázquez. In realtà, la tradizione ha sempre sostenuto che Cristo fosse davvero il più bello degli uomini, e quindi è naturale che il pittore abbia fatto ricorso ad alcuni canoni della bellezza anatomica neogreca per lavorare al suo Cristo.

Può esserci anche un’altra fonte che giustifica la bellezza fisica e soprannaturale di Gesù:
il Salmo 44 (45), che dice che era “bello, più bello di tutti i figli degli uomini”.

La bellezza anatomica e soprannaturale del corpo di Cristo si può trovare non solo nelle sue perfette proporzioni neogreche, che Velázquez seguì in modo rigoroso, ma anche nel forte contrasto tra il corpo luminoso di Cristo e l’assoluta oscurità della scena, per la quale il pittore si ispirò sicuramente ai Vangeli sinottici. Marco, Matteo e Luca affermano che l’oscurità scese su tutta la terra “da mezzogiorno all’ora nona” (ovvero fino alle tre del pomeriggio), quando Gesù morì.

Alcuni teorici e critici dell’arte ritengono che l’uso di quel chiaroscuro radicale abbia l’obiettivo di rappresentare il trionfo della luce della resurrezione di Cristo sulla morte e il peccato, ovvero anche un tipo di bellezza soprannaturale: l’ineffabile bellezza della redenzione.

Tags:
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