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Una figlia nata e vissuta un’ora, la mamma ha donato il suo latte ad altri neonati

ALEXIS MARRINO, MUM, MILK
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Una diagnosi di anencefalia e la voglia di abbracciare la propria figlia, che è nata il 29 luglio. Alexis ha scelto di conservare il suo latte materno e donarlo ai bimbi prematuri.

Basta un’ora per cambiare davvero il mondo. Niente slogan, è proprio un dato di fatto. Se complichiamo le cose, di solito è per defilarci. La verità sul valore della nostra presenza è nella semplicità con cui Tolkien scrisse: Tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare col tempo che ci viene dato.”

Il tempo di vita che McKnileigh Marrino ha avuto in dono è stato breve, nove mesi nella pancia della sua mamma e poi un’ora alla luce del sole. La sua presenza, però, non è passata come una brezza che agita appena qualche foglia.

Voglio solo abbracciarla

Una giovane coppia del South Dakota, 22 anni lei e 25 lui, ha conosciuto il volto più drammatico della genitorialità: scoprire, dopo l’entusiasmo dell’inizio di una gravidanza, che il proprio figlio è affetto da una patologia incompatibile con la vita. Michael e Alexis Marrino si sono dovuti confrontare con una diagnosi di anencefalia, ovvero un mancato sviluppo del cervello che non lascia margine di speranza per una guarigione e concede una finestra davvero piccola di ipotesi di vita. I neonati che arrivano a nascere, sopravvivono qualche minuto o al massimo ore.

Avevano appreso della gravidanza a Natale del 2018, ma la benedizione di quel regalo ha chiesto loro di confrontarsi nei mesi successivi con una doppia devastante ferita: innanzitutto stare di fronte alla tragicità della notizia in sé, con tutto il carico di affetto che anche solo pochi mesi nel grembo sanno far esplodere in una mamma e un papà, e poi affrontare la decisione sul destino di quella bimba.

Raccontando la sua storia, mamma Alexis non chiama in causa Dio e non approfondisce che tipo di supporto o pressione da parte del personale medico ci siano stati riguardo all’ipotesi di un eventuale aborto. Ci troviamo, dunque, di fronte una donna e suo marito che, senza appigli spirituali e senza influenze ideologiche, semplicemente dicono a stessi che vogliono abbracciare la loro figlia, se il decorso della gravidanza permetterà di farla nascere. Rifiutano l’aborto e accolgono ciò che sarà.

Il tema della vita, dell’esserci, è una cosa semplice e molto pratica. Di fronte a queste storie, sia che siamo credenti sia che non lo siamo, tendiamo a mandare avanti la cavalleria del pensiero precostituito. L’ideale è una cosa buona, ma chiede di essere riafferrato da capo ogni volta che l’esperienza si presenta con le sue debordanti novità. Alexis e Michael ci riportano lì, nel pieno di una relazione vissuta: “volevo solo abbracciarla”, il criterio sintetico della mamma per vivere l’esperienza più devastante della sua vita è pieno di senso compiuto. L’amore è innanzitutto riconoscere una presenza; l’amore è l’ipotesi che “l’altro da me” è per me.

“E ora come sto di fronte a questo figlio?”: anteponendo a tutto questa domanda si rischia di navigare isolati in un mare di dolore. L’orizzonte può cambiare molto, senza evitare la prova, se quell’interrogativo lacerante si appoggia alla pietra angolare di una presenza amata e amabilissima.

Ma quello che io macchinosamente fatico a dire con le parole, nell’esperienza di Alexis e Michael è stata un’evidenza riconosciuta senza filtri astratti, vissuta appieno e basta. Il destino ha poi fatto sì che la gravidanza arrivasse alla nascita naturale.

Nutrire un pianeta umano

Il 29 luglio del 2019 McKinleigh Marrino è nata e ha vissuto tra le braccia dei suoi genitori per un’ora e 10 minuti. Lasciamo  dire al silenzio che intimità d’affetto si siano scambiati. E già questo è testimonianza di una pienezza di vita che non si misura in anni. Ma una bambina così piccola ha generato anche molto altro.

La gravidanza è, infatti, una relazione e non un pura e semplice condizione della madre. Il corpo di Alexis era pronto a nutrire la vita appena nata e, prima di venire a conoscenza della diagnosi di anencefalia, la mamma di McKinleigh aveva sposato con entusiasmo l’allattamento al seno; si era preparata leggendo e studiando. Alla nascita, non potendo allattare la sua bambina prematuramente volata in Cielo, Alexis ha deciso che quel latte poteva donarlo ad altri bambini in difficoltà, ad esempio i prematuri.

Così per 7 settimane (il tempo a disposizione prima di tornare al lavoro) si è tirata il latte e lo ha conservato con la cura dovuta: 33 litri in tutto, donati all’ospedale. C’è messaggio ecologico più potente? Non è una forma sommamente virtuosa di riciclo, è qualcosa in più. Non è abbracciare la causa del biologico, è qualcosa in più. E’ riconoscersi parte di una comunità il cui bisogno di “nutrimento” è tutt’uno con l’essere parte di un mondo fondato sulla famiglia, nella sua accezione di base.

A differenza di un puro gesto di altruismo, o di dedizione a una buona causa umana, ciò che ha fatto Alexis rientra nel campo genuino del dono, che è quella cosa che procura un grande “vantaggio” a chi lo fa. E anche in questo caso, macchinosamente ho tentato di spiegare a parole qualcosa che l’esperienza testimonia in modo più efficace. Racconta Alexis:

Mi sono detta che, visto che avevo già pianificato di usarlo [il latte -Ndr], potevo benissimo donarlo. Le prime volte è stata un’esperienza emotivamente intensa, tirarmi il latte dopo aver perso mia figlia. Era stressante e frustrante. Ma poi, dopo poche settimane, mi ci sono abituata. Non so se tirarmi il latte abbia aiutato a elaborare le mie emozioni, però so che sono stata una donna più fortunata di altre. So di madri che cadono in depressione, ma a me non è capitato. (da The Sun)

 

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