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Confessioni del nuovo cardinale a cui il Papa ha affidato la missione più delicata

El cardenal Michael Czerny (a la izquierda) junto a su hermano Robert, después de su llegada a Canadá

Il cardinale Michael Czerny (a sinistra) insieme al fratello Robert dopo il loro arrivo in Canada.

Jesús Colina - pubblicato il 05/10/19

In questi anni lei ha potuto vedere il volto degli uomini e delle donne che soffrono davvero. Non si sente impotente quando li guarda negli occhi? Cosa può fare per loro? Cosa può fare la Chiesa per loro?

Se credessi che tutto dipende da me e sono solo non riuscirei a guardarli negli occhi, mi sentirei frustrato per il poco che faccio o che posso fare. Mi è chiaro che sono un collaboratore della missione di Dio, che Dio è il protagonista di questa risposta e io sono solo un umile collaboratore.

Ai loro occhi non cerco quindi di trovare la validazione delle mie azioni, ma trovo nel loro sguardo la speranza e la chiamata di Dio a continuare a cercare una risposta alle loro necessità. Posso fare ben poco, ma collaborando con gli altri e con Dio il poco si moltiplica.

La Chiesa fa e ha sempre fatto. Per esempio, fin dall’inizio dell’epidemia di Aids ha saputo rendersi conto, rimanere, accompagnare e cercare insieme. Centinaia di uomini e di donne di fede, in tutto il mondo, sono stati la risposta misericordiosa ed efficace della Chiesa. In tutto il mondo sono accanto a chi soffre. Offrono un piatto di cibo e accoglienza a un fratello migrante, ospitano donne riscattate dalla violenza e dalla tratta, cercano giustizia per tutte le vittime.

Alcuni affermano che il suo apostolato o la stessa azione del Papa è da “comunisti”. Cos’è che non ha capito chi la pensa così?

Non ha capito il Vangelo.

Cosa significa per lei, concretamente, essere cardinale? Il colore rosso della porpora cardinalizia, che lei riceverà, è un simbolo della sua disponibilità a versare il sangue per il Papa e la Chiesa. Oggi non sembra che lei corra questo pericolo…

Non si può spiegare. È accaduto ai Gesuiti a El Salvador, ed è stato impensabile. Abbiamo più martiri oggi che al tempo delle persecuzioni romane. Non siamo pienamente consapevoli del pericolo che comporta il fatto di essere cristiani.

Quando un Papa viene eletto, assume un nuovo nome per mostrare che la sua vita precedente è morta, e dal momento dell’elezione ha una nuova vita consacrata al suo nuovo servizio. Io cerco di vivere così questa nuova missione. Tutto continuerà come prima per me? Ovviamente no.

Ho iniziato ad assimilarlo cinque minuti dopo la telefonata con l’annuncio. Una persona non sa, non può prevedere, ma deve abbracciare una novità, un’ampiezza e una profondità che non ha cercato. Fino a dare il sangue…

Negli anni che le restano di lavoro al servizio del Papa, da vescovo, da sacerdote, da battezzato, cosa le piacerebbe fare? Come vorrebbe essere ricordato da chi l’ha conosciuta?

I saluti e le riflessioni che ho ricevuto dall’annuncio della mia elezione a nuovo cardinale, il 1° settembre, mi incoraggiano molto, perché mi confermano che Dio sa usare molto bene un povero per contribuire all’avvento del suo Regno. Conto su questo aiuto perché tutto ciò continui e si intensifichi, aiutando e sostenendo la missione di Francesco, successore di Pietro.

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cardinalegesuitiintervistamigrantirifugiati
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