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Confessioni del nuovo cardinale a cui il Papa ha affidato la missione più delicata

El cardenal Michael Czerny (a la izquierda) junto a su hermano Robert, después de su llegada a Canadá

Il cardinale Michael Czerny (a sinistra) insieme al fratello Robert dopo il loro arrivo in Canada.

Jesús Colina - pubblicato il 05/10/19

All’inizio del suo ministero sacerdotale ha fondato il Centro Gesuita per la Fede e la Giustizia Sociale a Toronto nel 1979. Dopo l’assassinio dei Gesuiti presso l’Università Centroamericana di El Salvador nel 1989 è diventato vicepresidente di questa Università Gesuita e direttore del suo Istituto per i Diritti Umani (IDHUCA) Cos’ha imparato da quell’esperienza così traumatica?

Per prima cosa, devo dire che dopo l’assassinio dei miei fratelli gesuiti la Provincia dell’America Centrale viveva uno dei momenti più difficili della sua storia. Il padre generale della Compagnia di Gesù ha scritto a tutti i Gesuiti chiedendo volontari per andare a El Salvador.

Molti Gesuiti si sono offerti per quella difficile missione. Forse questa è stata una prima esperienza importante, sentire e corroborare che noi Gesuiti eravamo veramente disposti ad andare dove era necessario o dove altri non potevano andare.

Sono stato inviato dal mio superiore provinciale e con tutto il corpo della Compagnia di Gesù, e la Chiesa in Canada, ad accompagnare quel momento di crisi e di lenta resurrezione.

Anziché “traumatica” è stata un’autentica esperienza di accompagnare Cristo, nella sua passione, nella sua morte, nella sua resurrezione, nella sua Chiesa e nel suo popolo, perché di fronte alla morte e all’ingiustizia sbocciava molta vita, molta solidarietà, molti segni del fatto che Dio era con noi… tutto questo durante la guerra civile terminata, grazie anche al sacrificio dei Gesuiti, due anni dopo.

Un’altra parte del suo ministero sacerdotale si è svolta presso la Curia generale della Compagnia di Gesù e nella Santa Sede occupandosi di situazioni umane molto forti: Aids, rifugiati, crisi migratorie… Perché crede che Dio le chieda di dedicare il suo ministero a queste persone?

Sì, dal 2002 al 2010 ho vissuto e ho lavorato in Africa, sono stato parte della risposta della Chiesa e della Compagnia di Gesù all’Hiv/Aids. Ho fondato con altri l’AJAN (African Jesuit Aids Network).

I Gesuiti sono uomini di rete, collegano i centri con le periferie, sempre missionari. Prima dell’AJAN il mio ministero è stato dalla Curia Generale dei Gesuiti, poi nella Santa Sede, ma sempre per accompagnare e camminare alle frontiere in movimento, non solo geografiche, ma culturali, sociali, umane.

Credo che Dio ci chiami a camminare al fianco di tante persone perché ascolta sempre il grido del suo popolo. Quello di molte di queste persone è stato un forte grido di giustizia, di inclusione, di rispetto, di pace. E Dio risponde chiamandoci a partecipare alla sua risposta, con creatività e nel discernimento.

Dal 2016 Papa Francesco le ha affidato il compito di assisterlo nella direzione della Sezione Migranti e Rifugiati del dicastero per la Promozione dello Sviluppo Umano Integrale. Si tratta di una sezione diretta personalmente dal Papa. Quali sono le consegne che ha ricevuto dal Pontefice per svolgere questa missione tanto complicata?

Ascoltare, comunicare, accompagnare, in collaborazione, rispondere alle necessità delle Chiese locali nel miglior modo possibile.

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cardinalegesuitiintervistamigrantirifugiati
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