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Eutanasia: non permettiamo ad un falso sentimento di compassione di impadronirsi della parte migliore di noi!

Daughter supporting her terminally ill mother

By Motortion Films|Shutterstock

Chiara Bertoglio - pubblicato il 04/10/19

Coltiviamo la sensibilità nei confronti della sofferenza altrui, cercando di alleviare il dolore tramite la medicina, la ricerca, ma anche e soprattutto la vicinanza alle persone che patiscono.

Per indole, non mi piacciono le polemiche e gli scontri. Mi costa, perciò, scrivere questo post, in quanto sono certa che susciterà un dibattito acceso, i cui toni – soprattutto su web – difficilmente riescono ad avere quella dimensione di vero ascolto, accoglienza e ricerca di un’intesa comune che dovrebbero essere l’obiettivo del dibattito fra esseri umani. Ciononostante, sento profondo l’imperativo di scrivere qualcosa a riguardo della recente sentenza della Consulta sul fine-vita.

Prima di iniziare, tuttavia, ci tengo a dire che tutta la mia solidarietà, il mio affetto e la mia preghiera sono con le persone che soffrono, spesso in modo terribile, per malattie in stadio terminale, e con i loro cari la cui pena posso solo immaginare. Non intendo minimamente sminuire questa sofferenza, e so che chi non ci è passato non ha il diritto di giudicare.
Tuttavia, sono convintissima che la risposta alla sofferenza non sia la soppressione di chi soffre. La medicina palliativa ha fatto passi da gigante, e potrà continuare a farne solo se non prenderà piede l’idea dell’eutanasia come risposta alla sofferenza. Per ovvie questioni economiche, se sarà possibile “liberarsi” del sofferente con l’eutanasia verrà molto scoraggiata la ricerca di cure palliative, e soprattutto sarà resa sempre meno accessibile alle fasce più deboli della popolazione (come già avviene in diversi Stati americani, in cui le assicurazioni rifiutano addirittura di pagare le cure per il cancro propugnando invece esplicitamente l’eutanasia per il paziente).


eutanásia

Leggi anche:
L’eutanasia è solo inganno: nessuno è libero, né all’inizio né alla fine, fino a che non è liberato

E la risposta alla disperazione, alla solitudine ed alla tristezza di chi soffre non si trova nell’incoraggiarne la morte, ma cercando di far rete attorno al paziente ed alla sua famiglia.
Dobbiamo dire no, con forza e unanimemente, a prescindere dalle convinzioni religiose e politiche, ad ogni forma di suicidio assistito ed eutanasia, per una serie di ragioni che dovrebbero essere evidenti a tutti:

  • Il “piano inclinato” (ossia il fatto che si comincia ad ammettere l’eutanasia in casi estremi, e poi via via la si allarga sempre di più) non è uno spauracchio da bambini, ma è una concreta realtà in quasi tutti i Paesi che hanno aperto una breccia, anche minima, nei confronti dell’eutanasia. Vedere cosa accade dove essa viene ammessa per i minori, per i malati non terminali, per gli affetti da patologie psichiche eccetera dovrebbe veramente far pensare.
  • Nei Paesi dove essa vige, il controllo (pur previsto e invocato dalla legge) normalmente è pressoché assente. Si sono verificati casi (e si parla solo di quelli che sono emersi) in cui sono state eutanasizzate persone contro la loro volontà; per esempio malati di Alzheimer che sono stati sedati per poter essere uccisi.
  • L’espressione di volontà del paziente “sano” spesso non coincide con quella della stessa persona quando si trova malata, anche gravemente; solo che, in quelle circostanze, non sempre è possibile esprimere la propria mutata volontà. L’attaccamento alla vita si manifesta spesso in modo molto forte anche nella sofferenza, e non possiamo sapere a priori cosa vorremo.
  • In moltissimi casi, il motivo che spinge i pazienti a richiedere l’eutanasia in Paesi che l’ammettono non è tanto la sofferenza fisica, quanto la sensazione psicologica di solitudine, abbandono, non-senso della propria vita. Se permettiamo l’eutanasia, di fatto affermiamo che certe vite non sono degne di essere vissute, e in tal modo incoraggiamo le persone che hanno quelle esistenze a sentirsi inutili o di troppo.
  • Altre realtà che si sono osservate nei Paesi in cui vige l’eutanasia riguardano le coercizioni, più o meno evidenti, che – per esempio – parenti avidi o semplicemente stanchi di assistere un malato operano nei suoi confronti. Come si può verificare che ciò non avvenga?
  • Le prognosi “terminali” in molti casi vengono poi sovvertite. In alcuni Stati americani possono richiedere l’eutanasia coloro la cui speranza di vita sia meno di sei mesi; alcuni dei pazienti che l’avevano richiesta e poi non se ne sono avvalsi hanno continuato a vivere ben più a lungo.
  • L’eutanasia è una sconfitta della professione medica, che riconosce di fatto la propria incapacità a fornire una cura (fisica e psicologica) efficace al paziente, e sovverte il senso dell’essere medico. “Primo, non nuocere” è un po’ il primo comandamento della professione medica. Come affidarsi per essere curati ad un medico che ha appena ucciso qualcuno?
  • Si è anche dimostrato che la legittimazione dell’eutanasia provoca un aumento dei suicidi “tradizionali”. Con quale coerenza uno Stato può combattere (come dovrebbe fare) le tendenze suicide dei suoi cittadini e poi assecondarle nello stesso momento?
  • Ricordiamoci sempre che uno dei primi sostenitori dell’eutanasia è stato Adolf Hitler. Giusto per non fare nomi.




Leggi anche:
Papa Francesco: con l’eutanasia la persona diventa inutile, sì alle cure palliative

Queste sono solo alcune delle obiezioni, secondo me ragionevoli e davvero degne di essere considerate, che si basano su solidi fatti scientifici ed osservazioni realizzate in numerosi Stati, e sgorgano da numerosissime letture che ho fatto negli anni su questo tema. Chi volesse informarsi in merito, troverà un’eccellente selezione di articoli, in inglese, a questo link.

Soprattutto, comunque, credo che sia veramente importante non permettere ad un falso sentimento di compassione di impadronirsi della parte migliore di noi. Coltiviamo la sensibilità nei confronti della sofferenza e del dolore altrui, perché ciò fa parte del nostro essere umani e del “meglio” del nostro essere umani; ma incanaliamola nel modo corretto, cercando di alleviare la sofferenza tramite la medicina, la ricerca, ma anche e soprattutto la vicinanza alle persone che soffrono. È molto più facile dibattere di eutanasia dal proprio PC sostenendo il “diritto alla dignità” e altre belle frasi che andare concretamente a visitare un malato, contribuendo a fargli sentire davvero la sua dignità, che non dipende dalla sua situazione fisica, ma dal sentirsi importante per qualcuno.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA CHIARA BERTOGLIO

Tags:
eutanasiasacralita vitasuicidio assistito
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